Piccolo e ricco di misteri: quello che nessuno vi ha detto sul Castelluccio di Racalmuto

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Situato sul monte di Gibellina, da cui prende alternativamente il proprio nome, ha una posizione affascinante fra le campagne: ecco le leggende che lo rendono famoso

Il Castelluccio di Racalmuto

Tra i tesori di Racalmuto, che sono tanti, al punto che se ne potrebbe fare un almanacco sciasciano sul filo della memoria, ce n’è uno che dista pochi chilometri dal paese ma che la comunità rivendica del tutto come proprio, quasi a dire che sì è fuori il perimetro della vita sociale ma non dell’identità specifica del luogo.

È una forma di contrappasso, come un bambino in punizione dietro la lavagna che finisce per essere fra tutti il più veduto. Le ultime case di Racalmuto diradano e si apre una bella campagna, lungo una strada piena di curve e fiancheggiata da piccole case, basse residenze estive schermate da muri d’edera e filari di pini; sono luoghi modesti che proteggono orticelli familiari, e di rado qualche villino tronfio e vanitoso.

Poi la carreggiata sembra aprirsi a un paesaggio sconfinato, e per uno strano fenomeno si avverte un visibile decremento del terreno intorno, una flessione che percorre una stradina sterrata fino al suo punto più basso; è da lì, in questo anfratto prospettico, che inizia un paesaggio che a ventaglio si apre a uno sperone di roccia su cui sorge il Castelluccio (e non il castello, che invece è nel centro urbano) di Racalmuto.

Situato sul monte di Gibellina, da cui prende alternativamente il proprio nome, ha una posizione di sicuro fascino che si leva con nobile decoro in una campagna che conserva ancora i resti di altre case dirute, nei pressi, che si vedono ancora dalla stradella selciata che conduce alla rocca. Il Castelluccio è una vera e propria oasi di silenzio, disincantata dal frinire dei grilli e dal brusio continuo e vibrante delle api.

È un luogo in cui sembra che lo spirito e la materia si intersechino in modo pressoché compiuto, in una clausura che non esclude il mondo ma lo comprende nella singola specie di tutte le sue cose. Con un impianto a prisma di base rettangolare, in una configurazione molto semplice, il castello si articola su due livelli a differenza di quota, con una corte sull’ingresso principale fiancheggiata da tre vani comunicanti con volte a botte e finestre strombate, da cui si accede attraverso una scaletta al piano superiore che ha una finestra con appoggi laterali in pietra bianca e due feritoie.

Da lì si sviluppa per tutto il perimetro delle mura esterne una passerella che apre alla vista di un paesaggio sconfinato, quasi la rocca domini a perdita d’occhio mezza Sicilia. Per sottrarlo da un destino rovinoso, e per manifestargli un amore che deve essergli durato per tutta la vita, l’ingegnere Angelo Cutaia – uomo di grande cultura e storico raffinatissimo – ha acquistato il Castelluccio dal Comune di Racalmuto, che ne era proprietario, provvedendo ad alcuni interventi di consolidamento strutturale, di restauro e di conservazione, e, soprattutto, lo ha reso fruibile per visite guidate che egli stesso conduce, amichevolmente, e per alcune iniziative culturali che proprio lì trovano una cornice preziosa all’idea stessa di espressione artistica.

Restituita al luogo una dignità ferita, l’ingegnere Cutaia ha agito con assoluto spirito di munificenza a favore di un’intera comunità risarcita della sua storia e delle bellezze del suo pregiato territorio. Una storia semplice, direbbe Leonardo Sciascia, ma come nei suoi romanzi alla chiarezza laica si avvita il mistero di alcuni sottotesti leggendari di cui il Castelluccio è ricchissimo, tra lacerti di memoria mitica e consustanziazioni tradizionali. E bisogna andare con ordine, perché sono davvero tante queste storie.

Beniamino Biondi

Una prima, che tutti i racalmutesi conoscono, anche si riscontra in altri siti come Favara e Grotte, racconta di una galleria comunicante fra i due castelli del paese, fatto che con tutta evidenza è impossibile in quanto si attraverserebbero i terreni argillosi e instabili della contrada Lavanchi, e soprattutto per le enormi spese che avrebbe comportato l’opera di realizzazione e manutenzione della stessa. Di seguito a questa, le altre ipotesi sono tutte leggende plutoniche di origine araba, le quali spesso impongono condizioni, per disincantare il tesoro, praticamente impossibili da soddisfare.

La leggenda de “La Xiocca cu li puddricini d’oru”: nelle notti di luna piena esce una xiocca d’oru seguita dai suoi pulcini, anch’essi d’oro. Anche a vederla non sarà facile catturarla poiché sparisce rapidamente. La xiocca va in giro nelle notti di luna piena anche sul monte Caltafaràci e altre località siciliane.

La leggenda de “La Vutiddrina d’oru”: nascosta nelle murature del Castelluccio è una vutiddrina d’oru, ossia una vitellina d’oro. Sembra che si tratti invece di una borsa di pelle vaccina piena di monete d’oro, la classica truvatura.La leggenda de “Lu vò cu li corna d’oru”: se ti viene in sogno una testa di bue al Castelluccio, sappi che vi troverai una testa di bue con le corna d’oro. La leggenda – bellissima – del “Prigioniero”: il basso di sud-ovest della fortezza, dove la finestra era murata, era riservato a carcere, per un periodo anche prigione femminile.

Chi veniva sorpreso dai campieri del barone a rubare fichi vi era incarcerato per un anno, fino a che maturassero quelli nuovi. La pena era di ficu a ficu. E così per altri frutti. Un povero disgraziato avrà compiuto un delitto ben più grave se la sua condanna era perpetua. Viveva al buio e veniva alimentato tramite una botola nel soffitto. Con un osso raschiò per anni il muro sud creandovi un buco conoide.

Quando, dopo trenta anni di lavoro, forò il muro e vide la luce del mezzogiorno, morì. Infine, la leggenda de “I due amici che spegneranno il tesoro”: il Castelluccio conserva nascosto un ingente tesoro lasciatovi dagli Arabi sconfitti dal Conte Ruggero. C’è un solo modo di spegnarlo: due amici per la pelle, quelli che in Sicilia sono i compari, vi si recheranno in una notte di luna piena e sicuramente troveranno il favoloso tesoro aureo.

A questo punto uno dei due amici, non si sa quale, uscirà di senno lasciando l’altro unico possessore della truvatura. Quindi è sicuro che uno dei due amici diverrà ricchissimo e l’altro povero e pazzo. Quale coppia di veri amici si avventurerà in tale rischio? Per ognuno esiste la possibilità del 50% di diventare ricco, ma rimarrà solo e assisterà alla rovina dell’amico, con l’altra probabilità del 50 % di diventare povero e pazzo. Non è meglio – ed è questa la morale sociale della leggenda – restare poveri, ma con un amico su cui contare nel momento del bisogno?

Questi i racconti che ruotano intorno a questo luogo meraviglioso, dove le ombre si acquattano sottoterra per essere libere durante la notte, nemmeno viste dal crepuscolo opalino della luna. Qualcuno, però, nel tempo, ha creduto a queste leggende, al punto che Angelo Cutaia racconta che “da quando il Castelluccio è stato abbandonato dai proprietari, molti si sono dati da fare per bucare le murature alla ricerca dei tesori. Infatti sia all’esterno che all’interno vi sono squarci nelle pareti che niente hanno a che vedere con la naturale vetustà delle murature. All’interno, negli anni Cinquanta, sono stati fatti brillare parecchi candelotti di dinamite.

All’esterno, in un anno imprecisato, forse anni Settanta, con una forte carica di dinamite alcuni vandali tentarono di fare crollare l’intero edificio per scoprire il tesoro d’oro. Fortunatamente la montagna resistette. Si staccò soltanto una grossa porzione della rupe che sostiene il fortilizio. Il popolo incolto infatti crede che la frana di edifici storici o monti svelerà finalmente i tesori che conservano, così come nel detto Si cadi Caltafaraci Favara arricchisci.

Ognuno scelga la leggenda cui credere, la più congeniale al proprio spirito, la più affine alla propria immaginazione, scoprendo infine l’unico vero tesoro di questo luogo, che è lo stesso Castelluccio, il suo silenzio incantato, il suo tempo sospeso che schiarisce a un’eternità muta.

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