Perché, oggi, ammiriamo Leonardo?

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Una riflessione di Alfonso Maurizio Iacono su Leonardo da Vinci, di cui quest’anno celebriamo i 500 anni dalla morte

Leonardo da Vinci (foto da internet)

Tutti a esaltare oggi, e giustamente, il genio di Leonardo. Ma cosa ci farebbe oggi un uomo come lui, un incompleto, incapace di specializzarsi o di finire un’opera o di renderla pratica e fruibile?

In effetti nel suo tempo Leonardo era considerato un inadatto, un uomo incompiuto, uno che si disperdeva in mille interessi, molti dei quali non trovavano conclusione o completezza. Più un uomo del medioevo che della modernità. Il grande storico e biografo degli artisti, artista egli stesso, Giorgio Vasari, scrisse di Leonardo:

“Vedesi bene che Lionardo per l’intelligenza de l’arte cominciò molte cose e nessuna mai ne finì, parendoli che la mano aggiugnere non potesse alla perfezzione dell’arte ne le cose, che egli si imaginava, conciò sia che si formava nell’idea alcune difficultà sottili e tanto maravigliose, che con le mani, ancora ch’elle fussero eccellentissime, non si sarebbono espresse mai. E tanti furono i suoi capricci, che, filosofando de le cose naturali, attese a intendere la proprietà delle erbe, continuando et osservando il moto del cielo, il corso de la Luna e gl’andamenti del Sole”.

Come si è scritto, Leonardo era più interessato all’elaborazione che non all’esecuzione di un’opera. Ma cosa significa esattamente questo? Se lo confrontiamo con l’esigenza moderna della produzione e della riproduzione per mezzo della tecnologia, è evidente che Brunelleschi, Alberti, Piero della Francesca, Gutenberg, Dürer, Michelangelo e poi Bacone, Galileo e Descartes, e l’elenco si potrebbe prolungare all’infinito, puntano alla compiutezza, all’esecuzione di un’opera: una cupola, una facciata, un quadro, un libro, un’incisione, un cannocchiale. Hanno un metodo e i mezzi tecnologici di elaborazione che conducono allo scopo, l’esecuzione di un’opera o il raggiungimento di una nuova conoscenza. Leonardo è diverso. Pensa all’infinito e a come rappresentarlo e si sofferma sull’elaborazione di qualcosa che non si può concludere nell’esecuzione, si spinge nella ricerca di qualcosa che è meravigliosamente impossibile. Egli cerca la conoscenza dell’infinito mentre elabora qualcosa con mezzi che non possono essere che finiti. Egli cerca la conoscenza come fine a se stessa.

Alfonso Maurizio Iacono

Nell’epoca in cui si passava dal mondo del pressappoco all’universo della precisione e gli orologi dei palazzi comunali avevano già preso il posto delle campane, l’invenzione della prospettiva lineare introduceva la tecnica, aiutata dalla matematica, la riproduzione altamente definita della immagini e la stampa affermava, con i caratteri di piombo, la riproduzione in serie delle parole impresse sulle pagine dei libri. Poco dopo Galileo impose il metodo di investigare la natura attraverso strumenti di precisione capaci di mostrare cose invisibili all’occhio umano, infinitamente piccole e smisuratamente grandi, ma già Cristoforo Colombo aveva viaggiato usando la mappa di Paolo Dal Pozzo Toscanelli, dopo che era stata riscoperta la Geografia di Tolomeo.

Si annunciava l’era della precisione, dell’esattezza, del tempo in cui ogni ora è uguale all’altra, dello spazio fatto di linee e di punti.

In quel tempo di grandi cambiamenti che, con la scienza e con la tecnologia, si affermò il primato dell’esattezza meccanica, Leonardo da Vinci, di cui quest’anno celebriamo i 500 anni dalla morte, appariva già allora un eccentrico. E oggi? Oggi che trionfano i miti delle competenze, delle specializzazioni, delle aziende come modelli di organizzazione sociale e istituzionali, dei protocolli, del controllo, del comportamento, della quantificazione, perché ammiriamo Leonardo il cui genio operò in senso del tutto opposto?

Da Il Tirreno

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