Per favore non toccatecela

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Pilipintò – Racconti da bagno per Siciliani e non. Dovremmo mettere il copyright sulla sicilianissima Minchia. DOP. Denominazione di Origine Protetta. Il terzo della fortunata raccolta di racconti umoristici di Carlo Barbieri che proponiamo. Al libro “Pilipintò” è andato il premio speciale Umberto Domina.

A Trieste non c’ero mai stato.

O meglio, c’ero stato di passaggio e certamente senza godermela così, nella mia conquistata condizione di Uomo Libero da Impegni di Lavoro. Seduto al Caffè degli Specchi in piazza Unità d’Italia, davanti ad una tazzina ormai vuota, penso a tutto e a niente in piacevole rilassamento.

Sì, da Trieste c’ero passato… ma che anno era..? Era stato di ritorno dall’isola di Brioni dove avevamo tenuto una delle solite “convenscion” in cui segregavamo i nostri venditori per qualche giorno. Il tempo di lavargli, noi del marketing, il cervello…

Brioni, l’isola vacanze croata in cui andava Tito… ancora un po’ fuori dal tempo e con un’idea molto approssimativa della qualità, come tutti i paesi da poco ex comunisti. Era rimasta famosa la scena nel grande albergo: “Cameriere guardi che questo yogurt è scaduto!” “Ma solo da tre giorni, signore… fino a cinque giorni è ancora buono”.

Trieste e l’Illy caffè… chissà se l’Illy politico è lo stesso del caffè… mi sa di sì… caffè profumato, buono per carità ma troppo distante dal mio gusto palermitano coltivato da sempre a miscela Morettino Oro. Morettino Oro… le decine di pacchetti caricati nelle valigie prima di ripartire per l’Egitto, seconda patria per quasi sette anni… sorrido ripensando a quel cassiere del supermercato che passava i miei pacchetti sul lettore uno dopo l’altro, meccanicamente, e quando arrivò al dodicesimo si rese conto che c’era qualcosa di strano, vide il mucchio in attesa ed eruppe in uno stupefatto “Minchia!”

– Minchia!

Quasi un’eco, appena dietro di me. Un “minchia” stranissimo, in falsetto, leggero. Un “minchia” triestino.

Mi giro un po’ verso il tavolino accanto.

– Minchia… allora le ho detto  “Cara, se non ti sta ben così guarda che di mule è piena Trieste”.

– E lei?

– E lei mi fa “Tu non capisci niente” e mi dà uno schiaffo.

E raggiuni havi ’a picciotta. Due te ne doveva dare. Intanto, come si fa a chiamare “mule” queste belle ragazzone. Ma questo è niente, la cosa grave è un’altra: ora arriva un Triestino, senza offesa, qualsiasi e si permette di dire “minchia”. La parola siciliana più siciliana. Una parola sacra, che riassume la nostra insulare biodiversità. Voi chiamate il membro al maschile? E noi al femminile. A voi ’sta cosa vi fa ridere? E a noi no.

Ma che c’entra “minchia” con Trieste e i Triestini. Ma che minchia c’entra. Una parola che accompagna noi Siciliani, anzi “a nautri Siciliani n’accumpagna” in tutti i momenti della nostra vita.

Una parola che ci dà il benvenuto alla nascita “Minchia masculu è”, “Minchia ‘na fimminedda sapurita ca ci fussi di manciarisilla…”

Una parola che fa parte delle prime coccole della nostra vita, “Minchia com’è duci”. Con cui abbiamo sottolineato incomprensione o dissenso “Minchia ma che ddici?” magari in sinergico e federalistico accoppiamento con il fratello italiano, “Minchia ma che cazzo dici?”

Una parola che ci ha accompagnato nelle nostre prime liti “Minchia se ti pigghiu!”, negli esami superati di slancio “Minchia i mutanni ci spardai” o per miracolo “Minchia un ci pozzu cridiri, ci à fici”… e naturalmente nei primi superormonici colpi di fulmine “Minchia ch’è bbonaaa…” in cui la serie di “a” alla fine diventava muta lasciandoci a bocca aperta.

Trovatemela, una parola così, capace di raccontare, da sola, un’intera azione gol: “Minchia… Minchia… Minchiaminchia… Minchiaminchiaminchia Minchiaminchiaminchiaminchia… gooool… Minchia GOOOOOL!!!”.

Una parola in grado di sottolineare perfino i momenti più epici della nostra storia. Avanti, che disse secondo voi il Milazzese Luigi Rizzo quando centrò con i siluri del suo MAS la corazzata Santo Stefano? Eh? Disse forse “Ehilà ragazzi, che gaudio, l’abbiamo colpita?” Ma che poteva dire, anzi, che minchia poteva urlare se non un enorme, felice, patriottico “MINCHIAAA!!!”

Una parola essenziale, per tutte le situazioni. Buona anche per chiudere una intera vita. Improvviso dolore al petto, sorpresa, realizzazione, “Minchia…” e tanti saluti.

Parafrasando il Sommo, dovremmo chiamare la Sicilia “il paese dove la Minchia suona”. Pure nelle guide turistiche. E nella toponomastica.

C’è chi, a corto di idee e di identità, si butta sulle varie “Via Roma”, “Corso Indipendenza” e magari “Piazza Unità d’Italia”? Benissimo. Ma la nostra sicula quintessenza è sì o no la Minchia? Ogni comune siciliano dovrebbe allora avere la sua “Piazza della Minchia”, e magari qualche sindaco autonomista potrebbe spingersi fino a chiamare la piazza centrale del Comune “Piazza Unità della Minchia”. A chi lo accusasse di vilipendio dello Stato, spiegherebbe “Noi non irridiamo all’Unità d’Italia ma celebriamo quella del popolo siciliano attraverso la parola che più di qualsiasi altra ci accomuna” e se la caverebbe fra gli applausi.

Per il Ponte sullo Stretto proporrei la denominazione “Ponte della Minchia”, che poi sarebbe una cosa molto democratica perché tanta gente lo chiama già così.

La Minchia, opportunamente valorizzata, sarebbe la soluzione definitiva dei nostri problemi occupazionali. Si potrebbero infatti organizzare manifestazioni culturali da fare impallidire il Gay Pride: la  Sagra della Minchia, il Festival della Minchia… chissà che afflusso di turiste. E magari di turisti. E non costerebbero quasi niente, anzi non costerebbero una amata (mai come in questo caso) Minchia.

Si potrebbero infine creare partiti chiamati ufficialmente –  e non solo soprannominati, come avviene già –  “partiti della Minchia”: Popolo della Minchia, Minchia e Libertà, Minchia e Ecologia… partiti tendenzialmente di centro, ma collocabili a sinistra o a destra secondo, potremmo dire, comodità.

Per i simboli fate voi.

Insomma dovremmo mettere il copyright sulla sicilianissima Minchia. DOP. Denominazione di Origine Protetta.

La “Minchia” è dei Siciliani: per favore, non toccatecela.

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Carlo Barbieri

Il racconto è tratto da Pilipintò-Racconti da bagno per Siciliani e non, il libro con cui Carlo Barbieri esordì nel 2011: una fortunata raccolta di racconti umoristici che ottenne il premio speciale della giuria al premio Umberto Domina. Barbieri ha pubblicato, fino a questo momento, sette opere, cinque delle quali thriller ambientati in Sicilia; cura da anni la rubrica “La sdraio” su Malgradotutto e collabora con diverse altre testate, sia web che cartacee. Nato a Palermo nel 1946 ha vissuto, oltre che nella città natale, a Teheran e Il Cairo; adesso risiede a Roma ma torna spesso nella sua Sicilia, con la quale ha mantenuto legami fortissimi. 

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