Palermo. Piazza Croci c’è, ma non esiste

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IL RACCONTO DI SAVATTERI. Piazza Croci, incrocio di via Libertà: tutti a Palermo sanno dov’è, ma in realtà non esiste. Eppure qui sono state scritte alcune pagine, tragiche e fondamentali, della storia siciliana.

Solo a Palermo può succedere. Ogni giorno mi affacciavo su una piazza che non esisteva, che ancora non esiste. Non è che mi affacciavo sul nulla, né su una steppa desolata o su una voragine aperta sull’abisso. Dalla mia finestra vedevo gli alberi, la facciata di quello che un tempo era stato un albergo, diventato un liceo, e ora è tornato ad essere un albergo, l’edicola del giornalaio e pure il ragazzo che lavava il vetro alle auto ferme al semaforo. Dalla stessa finestra arrivava il brusio costante del traffico, tranne alcune domeniche quando veniva chiusa la circolazione alle auto (e allora insolito era il silenzio, rispetto al rumore quotidiano, un silenzio che faceva risvegliare in angoscia, chiedendosi se veramente là fuori non fosse accaduto qualcosa di strano che aveva cancellato il mondo).

Piazza Croci in una cartolina d’epoca

Per farla breve, la piazza che si vedeva dalla mia finestra era abbastanza regolare: una classica piazza di città, con tanto di monumento di prammatica a un eroe del Risorgimento che poi era il siciliano Francesco Crispi, che era stato buono ma era diventato cattivo, prima glorioso e poi traditore, all’inizio garibaldino e alla fine massacratore di operai, da giovane repubblicano e da vecchio monarchico, e insomma molte ne aveva fatte e forse per tutto ciò la statua di lui con i baffoni non veniva onorata né riverita assai. Anzi, per niente.

La piazza c’era, ancora c’è. Ma non esisteva perché non aveva nome. E siccome i nomi fanno le cose e non viceversa, restava una non-piazza. Per la verità, per tutti i palermitani la piazza un nome l’aveva (pure perché se qualcosa esiste, un nome deve pure averlo), ma se lo dicevano fra di loro senza rivelarlo ai forestieri che diventavano pazzi per riuscire a dare un nome alla piazza senza nome.

Così imparai a conoscerla anch’io: non col suo nome di battesimo, ma con l’ingiuria, il soprannome, il nickname o lo pseudonimo che usavano i palermitani. Piazza Croci, dicevano. Ed era, ancora è, piazza cruciale nello snodo dei movimenti cittadini. Ci vediamo a  piazza Croci. Vicino a piazza Croci. Dietro piazza Croci. A piazza Croci.

La questione era che in nessuno stradario allora – né tantomeno oggi su Google Maps o su un navigatore qualsiasi – spunta una piazza Croci a Palermo. C’è una via Delle Croci, che sta proprio a due passi, ma che dalla mia finestra non si vedeva. Ma piazza Croci a Palermo non esiste. (In realtà, la metà della piazza dove c’è il monumento a Crispi si chiama piazza Francesco Crispi, ma non lo sa nessuno e tutti la chiamano piazza Croci, a maggior onta del baffutissimo riberese).

Ora, bisogna ammettere che affacciarsi su una piazza che non esiste può provocare un leggero stordimento. Quasi un’euforia da smarrimento. E così andavo a sfogliare la guida di Giuseppe Bellafiore, pubblicata per la prima volta negli anni Cinquanta, per capire se in passato, almeno in passato, questa piazza avesse avuto un nome. Macchè. “La contrada delle Croci – spiegava Bellafiore – è così detta da quando, nel 1690, vi furono piantate sette grandi croci processionali. Tra la piazza Crispi e la via delle Croci sono i resti del Conservatorio delle Croci, fondato nel 1690 per accogliervi povere fanciulle vergini pericolanti”. E così via.

Contrada un tempo era, poi diventata piazza. E andavo a cercare fotografie per rintracciare un nome, almeno un nome per definire quel quadrilatero di strade che giravano attorno a un parcheggio con autolavaggio. Niente, nome non aveva.

Mi convinsi, a un certo punto, che non aveva nome per ribadire un’assenza. Perché dove ora c’era l’autolavaggio e il parcheggio, fino a pochi anni prima – ma io non posso ricordare, perché avvenne che non ero nato – c’era una villa liberty. Villa Deliella, si chiamava. E fu fatta saltare in una notte, a colpi di dinamite, da imprenditori mafiosi aiutati da politici mafiosi, per fare spazio a un palazzo che non fu mai costruito. Villa Deliella diventò il simbolo del sacco di Palermo. E quel vuoto, quell’edificio liberty che non più esisteva, ma nemmeno esisteva il suo successore in vetrocemento, era la metafora di una Palermo che non c’è più, che non c’è mai stata. Piazza Croci era così lo scandalo di Palermo: si fa ma non si dice, si dice ma non si scrive.

Io so bene che i nomi fanno le cose e non viceversa. Quel giorno di un anno lontano mi affacciai alla finestra dopo il gran botto che arrivava dalla strada. Pensai al solito tamponamento dell’ora di pranzo, con poco danno e grande strepitio di voci. Ma fu il silenzio a impressionarmi, invece. E dopo il silenzio di morte che sembrò glaciare piazza Croci, arrivò fino alla mia finestra il pianto di ragazze e ragazzi. Scesi, all’angolo con via Libertà, alla fermata del bus affollata da studenti usciti da scuola, c’era il sangue dei morti e dei feriti. Un’auto di scorta a un magistrato, blindata e pesante, lanciata a gran velocità per proteggere un giudice dalla città colpevole e mafiosa, era finita sulla città innocente dei ragazzi. Paga il giusto per il peccatore, si dice. E così sembrò. A pagare la guerra che straziava la città, furono ragazzi e ragazze che in quei giorni facevano il tifo per i giudici che dovevano salvarli.

Da quel giorno, da quel giorno del 1985, a me ogni volta che sento dire piazza Croci penso ai ragazzi rimasti uccisi, Biagio e Giuditta si chiamavano, ai loro compagni per sempre feriti. E ora capisco perché si chiama piazza Croci, perché le loro vite sono rimaste conficcate nel selciato della piazza,come via crucis di una città che sembrava vivere soltanto di disperazione e di morte, di rassegnazione e di sangue. Forse per questo nessuno ormai se la sente di attaccare una lapide al muro e scrivere il nome di questa piazza. Piazza Croci. Fa troppo male. Fa ancora troppo male.

Venditore fichidindia, Palermo 1902

A volte ci ripasso. Con gli occhi cerco all’angolo della piazza verso il mare il venditore di fichi d’India. Non so se non c’è più o se sono io che passo di lì sempre fuori stagione. Aveva frutti sbucciati e ghiacciati, offerti nel suo chioschetto che esibiva un minuscolo teatrino di paladini di Francia, azionati credo da un motorino elettrico, costretti a combattere senza requie. Le croci, pensavo, addentando il cuore pulito e rosso del frutto, sono come le spine del fico d’India: quando si conficcano sotto pelle è difficile strapparle via. Era bello allora stare così, credo ancora lo sia, nell’ombra di una piazza che non c’è. Ignoti a tutto il mondo, annidati dentro un mistero: perché solo Palermo conosce il nome segreto – e i segreti – delle sue strade e delle sue piazze.

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2 Responses to Palermo. Piazza Croci c’è, ma non esiste

  1. Avatar

    vincenzo d'amore Rispondi

    08/11/2020 a 10:18

    Straordinario

  2. Avatar

    Ermanno Spilla Rispondi

    09/11/2020 a 8:59

    Articoli che fanno bene all’anima, scrittori che regalano perle. Grazie

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