Nonostante le apparenze, viviamo come al tempo dei patrizi e dei plebei

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I primi decidono, i secondi o subiscono o protestano.  La semplice protesta contro speculazioni e prevaricazioni non ci fa uscire dalla condizione schiavile di plebe.

Alfonso Maurizio Iacono

Nei dettagli si vedono molte, moltissime cose, ma le si colgono soltanto se si guarda un panorama più vasto. I comitati di quartiere sono un dettaglio sociale se li si confronta con il quadro politico roboante fatto di proclami, interviste, pettegolezzi, sceneggiate, fake news e messaggi su twitter e facebook. I comitati di quartiere non sono virtuali. Si incontrano in luoghi fisici, magari convocandosi via mail o via facebook, ma stanno sui territori. Sono molto spesso organismi spontanei, nati da cittadini che non si sentono tutelati dalle ordinarie strutture istituzionali e politiche così falsamente democratiche. Sabato a Pisa si sono riuniti i comitati di quartiere, lo hanno fatto ospiti della Scuola Normale Superiore, e hanno discusso non del tombino da aggiustare (cosa peraltro sacrosanta), ma di come dei cittadini organizzati possono e devono passare dalle sacrosante proteste alle proposte da commisurare e confrontare con gli organi istituzionali e politici.

Non solleverei una questione, che in apparenza è locale, se non fosse appunto che, come scrivevo sopra, oggi bisogna ritornare ai dettagli per ricostruire un dissestato quadro più generale dei rapporti sociali, economici e politici allo scopo di difendere la qualità della vita e dell’esistenza di tutti i cittadini. Non è solo questione di Pisa o dei suoi quartieri, ma del Paese intero che è attraversato dallo sfaldamento territoriale dei rapporti comunitari, dalla paura dell’altro, dalla solitudine di tutti quanti sono oggi, come si dice, isolati e connessi. E’ nella fisicità del territorio che puoi conoscere veramente l’altro, far sì che colui che abita vicino a te sia veramente un vicino, cercare e trovare spazi per passeggiare, camminare, giocare, gestire la qualità della tua vita in un ambiente possibilmente sano, contribuire a ritessere una comunità di persone, confrontarti con altri quartieri e con altre comunità, costruire una democrazia dal basso che non sia la servile promanazione dei leader centrali, comunque collocati politicamente.

Il mondo va verso la periferizzazione, o meglio, verso un centro dominante, visibile e invisibile nello stesso tempo, e una periferia circostante ormai quasi sterminata. Quella che era la polis greca è oggi la metropoli infinita e tentacolare, che produce incessantemente periferia. Quest’ultima somiglia a ciò che l’antropologo Marc Augé chiamò “non luogo”, ovvero spazio senza identità, senza relazioni, senza storia. I non luoghi sono le stazioni, gli aeroporti, i centri commerciali. Può darsi che, come dice Renzo Piano, le periferie siano piene di vita, ma resta il fatto che i quartieri stanno assumendo il tipo di esistenza periferica che troviamo negli aeroporti, nelle stazioni, nei centri commerciali, non luoghi dove non vi è identità, né relazioni, né storia. Ne va di mezzo la qualità della vita individuale e sociale.

Per difenderci dalla periferizzazione e anche per ritrovare il senso della partecipazione reale alla cosa pubblica, l’educazione al bene comune, è necessario partire dal dettaglio, dal territorio, dalla conoscenza diretta fra persone che si vedono e si incontrano. Ma è necessario trasformare questo in progetti e proposte. Oggi, nonostante le apparenze rafforzate dai social, noi viviamo come al tempo dei patrizi e dei plebei. I primi decidono, i secondi o subiscono o protestano. La semplice protesta, il sacrosanto no che spesso emerge contro le speculazioni e le prevaricazioni, non ci fa uscire dalla condizione schiavile di plebe. Si potrebbe superare una tale condizione solo se si lavorasse collettivamente a proposte e progetti che dal basso abbiano l’ardire di commisurare il bene comune di un quartiere con il bene comune di una città. Non so se Dio è nei dettagli, ma ritengo che la vera democrazia lo sia.

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