“Non ci posso combattere più, mi state facendo cadere malato”

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Ce la so! Viaggetto semiserio nella parlata agrigentina e altre cose giurgintane. Presentato ieri sera a Grotte il libro di Alberto Todaro. Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo il primo capitolo del volume. La cronaca della serata.

Alberto Todaro

Il sottotitolo non tragga nessuno in inganno. Non voglio rifare la tesi di laurea di Luigi Pirandello né avere alcuna pretesa scientifica. Tant’è vero che si tratta di un viaggetto, una gitarella, una specie di scampagnata. Visiteremo i luoghi linguistici agrigentini, cioè tanti (non tutti, certo) di quei modi di dire, verbi, frasi, singole parole che a Girgenti vengono pronunziate con leggerezza, senza pensarci due volte, ormai legittimate dal tempo e dall’uso ma che magari all’orecchio di un non agrigentino possono sembrare strane, quando non sono decisamente sbagliate. (Le espressioni incriminate sono in grassetto.)

Comincerei da un verbo, il verbo dei verbi, il termine che ci permetterà di riconoscerci come agrigentini quando un giorno saremo tutti in Paradiso: è il verbo sapercela! L’agrigentino non è capace di fare qualcosa, egli più semplicemente ce la sa.

– “Ce la sai, bellomè?

– Prima ce la sapevo.

– Ora non ce la so più.

– Se ce la sapessi, che fa, non te lo farei?”

E sempre rimanendo in ambito verbale è nota la propensione che abbiamo nel considerare  transitivi alcuni verbi intransitivi. E quindi può capitare di sentire qualcuno che chieda alla propria madre: “Scendimi le chiavi che devo uscire la macchina dal garage. Devo prendere delle cose, che le devo salire a casa” (non prima di aver entrato la macchina nuovamente in garage).

Una volta una mia amica che era appena tornata da un viaggio, scese le valigie dall’auto (tante, vi assicuro), e guardandomi fa: ”Sàlimele!”.

Tutti noi usiamo questi verbi in questo modo. Tempo fa un cronista siciliano del TG5 commentando una rapina disse che il malvivente aveva uscito la pistola; l’episodio fu riportato dopo qualche giorno da Striscia la Notizia nella categoria “strafalcioni dei giornalisti”.

C’è poi il caso di quei participi usati un po’ così:

“Vuoi comprate le patatine?” chiede il papà premuroso al figlioletto; “Hai tutti i pantaloni scesi” gli fa eco la mamma;

Si deve fare una piovuta!”, chi di noi non l’ha mai detto guardando un cielo di piombo (del resto se c’è la grandinata e la nevicata, anche la piovuta reclama il suo bel posticino tra le precipitazioni atmosferiche, no?).

Poi c’è una serie di situazioni linguistiche che riguardano l’andare al mare, pardon, l’andare a mare. Intanto a mare si ci va (e non “ci si va”) in macchina e si porta la tovaglia, cioè il telo (questa cosa mi fa secco!). Se si vuol fare una passeggiata si va spiaggia spiaggia e se magari si è in comitiva si possono anche tirare le foto. E poi c’è sempre qualcuno che a un certo punto chiede “Com’è l’acqua?”, ottenendo come risposta, invariabilmente: Bella!.

Ed è proprio al mare che l’estate scorsa ho assistito al seguente scambio di battute. Accanto alla mia tovaglia (eh eh!) c’era una famigliola, simpatica ma non troppo, con dei bambini che frignando chiedevano il gelato. Potete stare freschi”, abbozzò lì per lì la mamma, “mangiatevi invece i mottini (le merendine) che vi ho portato”. Ma le proteste crescevano di intensità, i bambini facevano l’inferno, per cui dopo un timido temporeggiamento (“Ho solo soldi sani”), la poveretta, alla quale nel frattempo era venuta la pena, capitolò. “Mi state facendo uscire pazza”, disse avviandosi mestamente verso il chiosco dei gelati. Ma al ritorno fu lei a prendere in mano la situazione: accusò i figli di averle fatto fare mala figura con le persone, e che quindi le era caduta la faccia a terra. “Da domani in poi se dovete fare così ci muoviamo a casa” accusava (eh sì, perché a Girgenti, il verbo muoversi esprime anche immobilità). “Con voi non ci posso combattere più”, proclamò ultimativa, “mi state facendo cadere malata”. E per finire: “Guardate, avete tutte le mani sporche” (vi assicuro, avevano solo due mani ciascuno, come tutti) “e ora pulitevi il muso che ce l’avete marrò”. Era, infatti, un gelato al cioccolatto.

Laddove dappertutto il facchino è il portabagagli delle stazioni, ad Agrigento è la persona maleducata. Tempo fa andai a Roma in pullman. All’arrivo, al piazzale della stazione Tiburtina, ci fu la solita ressa per prendere i bagagli. Un passeggero, lamentandosene con l’autista si sentì rispondere: “Caro signore, io sono un autista, non sono un facchino”. E il signore si profuse in scuse assicurandogli che non voleva assolutamente dire che era un facchino. Oppure un mio caro amico, tempo fa, dovendo spiegare a un’amica del Nord il significato della parola vastaso, la tradusse con… facchino.

Un altro amico, trovandosi al ristorante a Rimini chiese tre scioppetti di birra, gettando nel panico la cameriera. Lo scioppetto è la bottiglia piccola, quella da 33 cl. La donna, temporeggiò un po’ nelle cucine, dopodiché tornò dicendo che non li aveva. Si sentì rispondere: “Vabbé, allora mi porti uno scioppone”.

Da ittari vuci (gridare, urlare), l’agrigentino tira fuori buttare voci. Una sera d’estate di qualche anno fa andammo a vedere “Questa sera si recita a soggetto”, una bella commedia di Luigi Pirandello – nostro concittadino –, in cui alcuni attori, confusi tra gli spettatori interagiscono con i colleghi sul palcoscenico e ovviamente sono costretti ad alzare la voce. Un nostro amico si trovò seduto di fianco ad un’attrice esterna che pertanto passò tutto il primo atto a urlare. All’inizio del secondo atto, alla ripresa dei posti, ‘sto mio amico, che, vi giuro, non aveva capito niente della situazione e pensava che l’attrice fosse semplicemente una pazza scatenata, la guarda e le fa: “Ma lei non è quella che poco fa buttava voci?” “…” (Pausa di sconcerto dell’attrice) “E ne deve buttare ancora?”

Alcune espressioni orbitano nel mondo dei rapporti sociali e del sentimento: “Mi fai simpatia”; “mi sono fatto fidanzato, sai, con quella che mi faceva sangue” (lì per lì penseresti a una bistecca); “sei zita o lasciata?”, si informa, premurosa (e forse speranzosa), l’amica del cuore; “ci siamo lasciati ma mi sta uscendo il senso”, risponde, la povera delusa. Quando non si ha alcuna intenzione di andare a trovare un amico, normalmente gli si dice: “Uno di questi giorni avvicino!”. Per indicare la frequenza assidua con cui si fa qualcosa, si dice che si fa “ogni due e tre”. “Mio nipote si è fatto tanto”, dice la zia orgogliosa segnando nell’aria con una mano la probabile altezza del bimbo, “e poi, è un bambino intelligentissimo, non perché è mio nipote!” (e perché, se no?). Si esprime soddisfazione con: “Mi è venuto il cuore”, che cardiologicamente parlando deve essere uno sproposito; e poi “Non fare lo sperto”, ovvero il furbastro. “Vedi che ti dico?” (senti, casomai!); “Quello che mi dici mi stranizza”, mentre la meraviglia si dipinge sul suo volto attonito. “Ti cucino?”, chiede la moglie al marito mentre qualcuno può pensare che ‘sta donna prenda il coniuge e lo ficchi in pentola. “Ho calato la pasta” (da dove?), “Mi sono mangiato il panino e mi sono bevuto la Coca-Cola” (meno male che ha aggiunto il panino e la Coca-Cola!); “Ho fatto tutte cose”.

Straordinari sono anche “avere di bisogno”, “salirsene” e ”scendersene”, “l’utile e il divertevole”, “prendere una scaffa” (una buca per strada), “portare la macchina” (nel senso di guidarla), “camminare in auto, (non si camminava solo a piedi?), “per sì e per no”, “niente ci fa!”, “la vuoi una ciunga? (chewing-gum) – dammene mettà”. I giorni della settimana sono, inspiegabilmente, luneddì, marteddì, etc… Personalmente amo molto anche i raddoppiamenti: “Giusto giusto!”, “a quando a quando”, “solo solo”, “piedi piedi”, “vedersela pietre pietre”, “andarsene muro muro”, “sono arrivato ora ora”, “l’ho appena comprata, è nuova nuova”, “il cinema è pieno pieno”; e le esclamazioni: ‘Nzumma!, Cèèè!, Mischino!, Camurrìa!, Mì!, Moru!, Gnà!, Gnà chi!, Gnà comu! e Gnà dà!, il conclusivo Va’!, l’arcaico Scasciu!, per finire con Maria!, citato anche da Tomasi di Lampedusa nel “Gattopardo”.

Naturalmente, questo scritto non ha alcuno scopo canzonatorio nei confronti di nessuno: è stato soltanto il volersi soffermare (per sorriderne un po’) su un aspetto della vita della nostra città che è quello del parlare. In fondo, ha che parliamo così da una vita, cose giuste!

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Da sinistra: Alfonso Provvidenza, Giovanni Volpe, Alberto Todaro, Venerando Bellomo, Alessandro Accurso Tagano

Il libro di Alberto Todaro è stato presentato ieri sera all’Auditorium San Nicola di Grotte. Con l’autore, dopo il saluto  del sindaco di Grotte Alfonso Provvidenza, hanno conversato Venerando Bellomo, Giovanni Volpe e Alessandro Accurso Tagano.

Venerando Bellomo ha ricordato le peculiarità della generazione dell’autore: i ragazzi nati nei primi anni ‘60, che nell’arco di circa quarant’anni hanno assistito ad una rivoluzione sociale senza precedenti. Ha poi sovrapposto l’esperienza dei giovani agrigentini con quella dei loro coetanei della provincia: mondi apparentemente distanti, ma che alla luce di quanto narrato da Todaro non solo si avvicinano, ma, appunto, si sovrappongono. Evidenziando inoltre la capacità dello scrittore nel fare emergere il genius loci del territorio e nella sua espressione della religiosità.

Giovanni Volpe ha sottolineato che “nell’epoca dei 40 caratteri di Twitter o della aleatorietà prosastica di Facebook, fermarsi a leggere il racconto di anni che sono stati anche tuoi è veramente salutare, specialmente poi se a scriverne è una persona alla quale vuoi bene e con la quale hai parzialmente condiviso fette di vita proprio in quegli anni che lui racconta”. Ha poi aggiunto che Alberto Todaro, autore di questo viaggio nella parlata e nella vita agrigentina in un arco di tempo che va dalla fine degli anni ’60 a oggi, ripercorre in Ce la so! luoghi, riti, modi di dire e di fare di una generazione che ha vissuto presa in mezzo gli anni finali del boom economico e quelli dell’avvento del boom catodico elettronico informatico. In quel “mezzo” ci sono state le nostre vite, la nostra crescita, il nostro formarci…”.

Alessandro Accurso Tagano, librario di consolidata esperienza, si è, tra l’altro, soffermato sul gradimento che il libro sta registrando, con vendite significative, segnale inequivocabile di un successo editoriale indiscutibile.

Una serata sobria, colta e piacevolissima ieri a “San Nicola”, caratterizzata dalla presenza di un pubblico attento e interessato che ha decisamente gradito.

 

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