Noi come loro 

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Il racconto della domenica

Cettina Callea

Arrivammo a destinazione col freddo di un giorno di ottobre, un freddo che mi trapassava il petto e mi impietriva il cuore. Ma non avevo scelta. Dovevamo stare con mio padre. Dapprima neanche la mamma voleva partire ma “i mariti hann’ a stari cchi muglieri” (i mariti devono stare con le mogli) l’aveva ammonito la nonna, per cui non c’era via d’uscita: io, mia mamma e i miei due fratelli minori raggiungemmo quella gelida città della Germania del Nord per ripristinare i legami della nostra famiglia. Che ne sarebbe stato di me? Avevo sedici anni e non conoscevo una parola di tedesco. Niente in quel luogo mi apparteneva. Provavo un forte rancore verso mio padre che aveva provocato quel distacco dalla mia terra. Ma in cuor mio sapevo che anche lui era una vittima, uno dei milioni di sventurati che si illudeva di migliorare la propria vita abbandonando i suoi aridi campi, uno di quei disgraziati che lasciava la casa alle cinque del mattino per ritornarvi la sera dopo dodici ore di fabbrica. Le sue opinioni sul paese ospite erano avvelenate dai pregiudizi e dai luoghi comuni. Non pensava fosse il luogo ideale per crescervi una brava ragazza. Una sera lo sentì urlare con la mamma: “Questo non è il posto per crescere una figlia femmina! Non vedi come sono le femmine qua? Troppo libere. Troppo aperte. Ci sono troppi pericoli e quindi non andrà nemmeno a scuola. Ti aiuterà a fare le faccende!”.. Mia madre cercava di fargli capire che, ormai alla fine degli anni 70, era assurdo quello che diceva, ma lui testardo come un mulo, rimaneva fermo nelle sue posizioni. Come sarebbe cresciuta questa sua figlia femmina che già era troppo vivace di suo? Che già aveva troppi grilli per la testa e che aveva voglia di studiare?  “Posa quel libro e aiuta tua mamma!” erano le sue parole quando la sera arrivava e mi trovava assorta nei miei romanzi. Diceva che i libri che divoravo mi disorientavano, mi confondevano, mi sviavano dalle giuste direzioni. Passò un anno. Ma non invano. Nel frattempo la pazienza di mia madre aveva trovato la strada per convincere mio padre, tanto che finì per cedere. Finalmente potevo andare a scuola, “Però una scuola italiana!” – sentenziò lui. “Sempre meglio di niente”- pensavo io. Intanto cominciai ad abituarmi a quella vita. Infondo non stavo peggio delle mie amiche giù in Sicilia. Rosetta mi aveva scritto che si era appena fidanzata ufficialmente e che già avevano prenotato il ristorante per il pranzo nuziale che sarebbe avvenuto due anni dopo. Ma come faceva a sapere se due anni dopo avrebbe continuato ad essere innamorata di quel ragazzo che ancora nemmeno conosceva? Ero inorridita: alternative simili mi facevano pensare che, chissà, forse la mia era una situazione di privilegio. In fondo, nonostante mio padre fosse un tipo severo, non mi aveva mai fatto discorsi su probabili matrimoni. Si era anche rassegnato al fatto che il mio tedesco fosse incredibilmente migliorato e che frequentassi la biblioteca comunale quasi ogni pomeriggio. Aveva accettato il mio amore per i libri, ma non sapeva del batticuore che provavo ogni volta che prendevo in prestito un nuovo volume e incrociavo il timido sguardo del bibliotecario. La biblioteca era diventato il mio rifugio, l’unico modo per evadere dalle anguste mura della nostra casa in affitto. Non mi erano concessi svaghi e nonostante gli inviti di qualche ragazza del luogo, mio padre mi vietava qualsiasi incontro con i tedeschi, quasi per timore che venissi contaminata da quella libertà e da quell’ emancipazione per le quali lui provava tanta repulsione e io tanta attrazione. A causa dei miei continui rifiuti, attorno a me si stava creando un alone di mistero. I ragazzi pensavano che fossi la figlia di un boss, che per le leggi della “famiglia” non voleva mescolarsi agli altri. Ma intanto io soffrivo, mi sentivo prigioniera. Non ero né carne, né pesce. Se da un lato la Sicilia era ormai lontana dal modo di pensare che, giorno dopo giorno, andavo costruendo nella mia mente, dall’altro, l’integrazione con i tedeschi non sarebbe mai avvenuta, perché non avevo la possibilità di farlo. Cominciai a provare il desiderio di vivere, di fare le mie esperienze, e così il rapporto con mio padre diventava sempre più difficile: più cercava di impormi dei divieti e più aumentava la mia voglia di infrangerli.

Grazie al cielo ero una “timorata di Dio” e non avrei mai ceduto alle terribili tentazioni che maggiormente lo preoccupavano! Un pomeriggio un’amica mi propose di assistere all’esibizione di un cantante locale. Fu un’esperienza straordinaria. Finalmente mi sentivo una ragazza normale, non provavo alcun rimorso per aver detto una bugia ai miei, ma solo un’inspiegabile soddisfazione per essermi appropriata di un diritto che mi era stato negato. Infondo cosa c’era di male in quello che stavo facendo? Nulla. Ma questo lo dicevo io. Scoppiò un temporale improvviso e a mio padre venne in mente di venirmi a prendere in biblioteca. Chiese di me ma nessuno mi aveva vista, neanche la mia firma era apposta sul registro.  Nel frattempo io facevo ritorno a casa con un tram. Non appena ci incontrammo a casa scoppiò l’inferno.Mia mamma assisteva sgomenta alla nostra accesa discussione. Ma era tanta la soddisfazione con la quale avevo vissuto quella normalissima esperienza, che provavo piacere a spiattellare in faccia a mio padre ciò che avevo fatto e a sottolineare che anche le sue dispotiche regole potevano essere infrante. Ma il mio trionfo durò pochi attimi, interrotto da un suo sonorosissimo schiaffo con il quale lui ristabilì l’equilibrio perduto. Per me fu terribile. Mai mio padre avevo osato fare un gesto simile. Mai io avevo subito mortificazione più grande.

Nel giro di poco tempo fui rispedita giù in Sicilia. Lì sarei stata con la nonna e avrei ripreso la retta via. Non reagii.  Accettai senza fiatare quell’ imposizione. Divenni calma e docile come non ero mai stata. Le persone che mi conoscevano prima mi trovavano diversa. Dov’era finita quella ragazza solare, allegra e caparbia che era partita qualche anno prima? Anche in paese, però, come in Germania mi sentivo a disagio, come se ormai non appartenessi più a quella terra. Fu in quel periodo che conobbi Antonio. Era alto, bruno e muscoloso: un gran lavoratore; la mattina lavorava al Comune, nel pomeriggio curava le terre di suo padre. Proprio un buon partito. Un ragazzo che molte donne avrebbero desiderato. Io avevo appena compiuto diciott’anni e lui ne aveva ventotto. Fui ammaliata dai suoi modi gentili, dalla dolcezza che non avevo mai trovato in mio padre. Venne a “spiegarsi” da mia nonna che mi diede dei consigli al riguardo. A diciott’ anni era giusto che io mi “sistemassi”. Le dissi che ero confusa, che non ero sicura se Antonio, nonostante tutte le sue doti, sarebbe stato l’uomo della mia vita. Ma non fui capace di opporre resistenza. Ero diventata spettatrice inerte della mia vita, che gli altri abilmente riuscivano a gestire. Dopo sei mesi mi ritrovai con un pomposo abito bianco tra le lacrime di commozione di mia madre e il sorriso appagato e compiaciuto di mio padre, che ritornarono un mese prima per gli ultimi preparativi. Di quel giorno ricordo poco. Ma ricordo, come fosse adesso, la sensazione di fastidio che mi dava quell’abito ingombrante pieno di trine e merletti. Avevo la sensazione di soffocare in quella specie di gabbia di seta e taffetà in cui le persone che più avevo amato mi avevano imprigionata. Guardandomi allo specchio provavo disgusto per me stessa, vedevo un’attrice pronta ad inscenare una farsa, a recitare una parte che non aveva scelto. “Proprio un bel matrimonio” mormoravano gli invitati. Non so cosa provassi per Antonio, so solo che non erano i fremiti di passione delle protagoniste dei miei romanzi e anche lui se ne accorse. Tanto che, dopo appena qualche mese dal matrimonio, cominciò a rientrare tardi la sera o a non rientrare affatto. Ormai le sue relazioni erano di dominio pubblico. Ma io non ero dispiaciuta. Mentre tutti mi commiseravano per le distrazioni di mio marito, io ero felice. Finalmente era arrivato il mio momento, potevo spogliarmi di quel ruolo di moglie e iniziare una nuova vita. Da buon attrice quale ero diventata, con le lacrime agli occhi, ne parlai con la nonna, che se ne è uscita dicendomi: “calatijuncu che passa la china” (abbassati, giunco che arriva la piena). Con la sua voce saggia ed esperta mi ricordava che l’uomo è cacciatore e che “non ci faceva niente“, tanto il mio posto da signora non me lo avrebbe levato nessuno. Erano queste le parole che mi aspettavo da lei, espressione di quella rassegnazione femminile che anch’io, secondo gli altri, avrei dovuto possedere. Ma io sapevo già cosa fare. Scrissi poche righe ad Antonio che dopo tutto era un’altra vittima del caso. Gli augurai di trovare la donna giusta e mi scusai per la figura che gli avrei fatto fare in paese. Scappai di notte, nel buio per provare quelle emozioni che sembravano non appartenermi più. Magari stavo sbagliando, ma meglio sbagliare, che lasciarsi vivere, pensavo. Raggiunsi i miei. Provavo una forte paura per le reazioni di mio padre, ma non ne ebbe affatto. Il suo silenzio tradiva una profonda delusione, non so se per causa mia o perché aveva finalmente capito di aver sbagliato tutto. Mia madre, invece,  mi strinse a sé con un silenzioso ma eloquente abbraccio, che valeva più di mille parole. Capì che era ora di prendere in mano la mia vita. Lo feci. Mi misi a lavorare e continuai gli studi. Trovai anche l’amore.

È passato tanto tempo da allora e oggi sono una donna serena. Ho sposato un tedesco, ho due figli e faccio l’avvocato in Sicilia. Ho anche trovato la chiave per aprire il cuore di mio padre. Nel tempo libero frequento un’associazione di volontari che si occupano di immigrazione di extracomunitari. Mi sento molto vicina ad Aisha, a Fatma, a Svetlana, a Veeruska e alle loro famiglie. Molte di loro arrivano da clandestine, non sanno veramente cosa sarà della loro vita o se la perderanno per strada. Ascoltando le loro storie mi rendo conto che, a confronto, ciò che ho vissuto io è quasi banale. Le loro sono storie di miseria, tristezza, disperazione, violenza, storie che forse solo la fervida fantasia di un esperto scrittore saprebbe partorire. Non sono solo io che cerco di aiutarle; anche loro mi sono d’aiuto, mi aiutano a non dimenticare il mio passato, a non dimenticare che le storie degli uomini e delle donne si ripetono e che in fondo molti di noi sono stati come loro.

 

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