Nobili

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Il racconto della domenica

Giovanni Salvo

Dopo una cocente giornata sotto l’occhio del sole, la pietra lavica dei sanpietrini di piazza castello comincia a stemperarsi.

L’ultimo raggio attraversa le guglie dei campanili della chiesa Madre, arrestandosi in fondo sull’antica torre diroccata del castello Chiaramontano.

Tommaso con i suoi occhiali tenuti incollati nel mezzo con lo sparadrappo, è intento a terminare gli ultimi sopratacchi.

Si fa largo tra le decine di  scarpe spaiate sparse per il pavimento della bottega, ha appena finito di sagomare le nuove suole ed ha messo le tomaie ad incollare nella  pressa per lasciarle  in compressione  tutta la notte.

Data l’ora, si prepara per tornare a casa, da li a poco si sarebbe prima fermato al circolo Giunone per esordire con il suo solito: “chi si dici?”.

Il passaggio è obbligatorio poiché si trova proprio lungo il  tragitto di rientro, dunque è consueto trattenersi  a scambiare dieci minuti di chiacchiere con gli ultimi soci presenti.

Il Giunone è un tipico luogo di ritrovo siciliano; tempo permettendo, i membri del circolo stanno seduti pomeriggi interi su un ampio marciapiede, disposti a semicerchio, ad osservare i movimenti quotidiani della piazza come guardassero da dentro un cannocchiale.

Nonostante sia un luogo esclusivo, frequentato dalla borghesia locale, conosciuto come il circolo dei “Do”, il povero ciabattino si trova molto a suo agio con i blasonati tesserati del Giunone.

“Non mi sento poi tanto fuori posto qui con voi”  ripete ogni tanto scherzosamente al capannello di amici, che lo ascoltano dal basso, sprofondati nelle loro poltroncine ; “dopo tutto anche qui , tra un pettegolezzo ed una sparlata, si finisce quasi sempre per fare le scarpe a qualcuno.”

Tommaso è un tipo simpatico, dalla battuta sempre pronta, oltre ad essere un ragazzo molto intraprendente.

Nonostante gli amìci “Do”, senza darlo a vedere, non lo ritengono equipollente al loro livello sociale, la sua persona risulta lo stesso molto apprezzata.

E’ tanto il piacere di condividere con lui qualche minuto di cordialità, che i nobili frequentatori del Giunone sono pronti a mettere da parte  la loro puzza sotto il naso, per sopportare l’odore di vernice e colla gomma di cui Tommaso è ancora impregnato.

Ogni sera tutti aspettano il suo passaggio per intrattenerlo; il primo approccio inizia sempre con un bel complimento alle scarpe che calza, rigorosamente in contrasto con  il resto del suo abbigliamento sdrucito.

Quasi un ossimoro; anche perchè Tommaso non è proprio il solito “scarparo” che finisce con il camminare con le scarpe rotte.

Indossa pantaloni di velluto, nonostante la stagione calda, anneriti dalla pece, tenuti alla vita da una lunga cintura lacerata, che risultano almeno due misure più grandi.

In verità la compagnia del calzolaio è gradita  non solo perchè è un  bravo e stimato artigiano, bensì perchè Tommaso conosce tutte le misure dei piedi delle belle signorine del paese.

Dunque una cicalata con lui risulta sempre intrigante.

E tra una domanda ed un consiglio dispensato sulle tecniche di spazzolatura della pelle, da girare alle mogli, il passo è breve per sfilare discorsi più  maliziosi; ecco dunque i nobili soci lasciarsi andare in analisi, terra terra, su improbabili filosofie erotiche, dal sapore vagamente feticista.

Chi meglio di Tommaso può conoscere certi segreti?

Partendo dai tacchi delle clienti più dotate, passando dalla caviglia affusolata, fino al collo del piede della ragazza più seducente.

 “I cavigli sunnu belli comu quantu un bellu paru di dècolletè “ afferma Don Totò Ferlisi, noto giurista, aggrappando forte i braccioli per assestare la poltrona sulla quale è accomodato.

Don Ferlisi è un avvocato di poche parole, famoso in paese per aver pronunciato in una arringa la mitica frase: “Signor Giudice, la megliu parola è quella che non si dice.”

Un tantino reticente come difensore, ma quando si tratta di belle donne la parola è il suo forte, dunque continua dicendo: “E a quanto pare non sono il solo a pensarla così”, sventolando una pagina della rivista Tempo, in cui un sondaggio rivela le preferenze degli uomini italiani.

“Specialmente d’estate quando gli orli dei vestiti si accorciano e le caviglie si scoprono è una goduria”  continua l’avvocato.

“Non c’è cosa peggiore per un uomo come te, che rimanere attratto da un bel piede affusolato e poi non sapere che farsene di una donna intera”, replica il professore Scimeca, tra i soci il più acuto e pungente, “si nun mangi carni, sciusci brodu.

Nobili con l’occhio lungo, e con la lingua “pizzuta” quanto una lesina, sono i “Do” del circolo Giunone.

A Tommaso, ragazzo serio,  certi discorsi non interessano poi tanto; servono  solo  a distrarsi per dimenticare qualche minuto  il nero del lucida scarpe  e a coltivare qualche nuova clientela.

“Roba bella!” è solito dire ai suoi clienti quando parla delle sue creazioni.

Effettivamente dopo la finitura, le sue calzature risultano così incantevoli e lucide da sembrare delle sculture.

Sono scarpe che hanno un loro costo, adatte  solo alle tasche di gente benestante; e i benestanti in paese sono purtroppo meno dei  “Do”, si contano sulle dita di una mano.

Pur avendo richieste anche da facoltosi commercianti del vicino paese, i guadagni non sono comunque tali da consentirgli di abbandonare  il lavoro di ciabattino per dedicarsi esclusivamente a quello di calzolaio, come avrebbe desiderato.

Tommaso non è  dunque uno “scarparo”, inteso nel senso dispregiativo del termine, ma un creatore che esegue il proprio lavoro con passione e tanta voglia di progredire.

Il padre svolge il mestiere di  minatore e la mamma di “criata” ,  nonostante i genitori lavorassero entrambi non ha potuto continuare gli studi per motivi economici.

La famiglia può permettersi di fare studiare solo uno dei due fratelli, e dunque  il privilegio è toccato al maggiore, Fortunato di nome e di fatto, che Tommaso contribuisce con il suo lavoro a mantenere al liceo.

Sulle pareti della sua spoglia bottega, a fianco ai lacci pendolanti da un vecchio chiodo a capocchia, vi è appeso uno schizzo a carboncino raffigurante il piede alato di Mercurio.

Un giorno sfogliando un libro di letteratura greca rimasto aperto sul comodino del fratello, è stato colpito dalla storia di Ermes, da quei sandali ricavati da un pezzo di cuoio di bue.

Affascinato dalla vicenda ha deciso di rivolgersi a Peppe Caprera, il migliore imbianchino del paese, famoso per essere bravo si con la pennellessa ma  anche con la matita.

Con la stessa destrezza e velocità, tipica del figlio di Zeus, ha portato a casa del pittore il libro di letteratura per fare una copia fedele di quella raffigurazione.

Si tratta del famoso piede alato appartenente al Dio dei viaggiatori, dei mercanti e del commercio.

Dopo averlo incorniciato e appeso su una delle pareti di gesso del suo laboratorio, ogni tanto si sofferma a meditare davanti a quel piede, come fosse quello di un santo.

Lo ha attaccato a fianco di una copertina servita a lanciare una passata prestigiosa esposizione nel campo della moda, avvenuta nel 1911.

Un bel manifestino raffigurante una bionda dama con un foulard rosso svolazzante, che per quanto fosse attraente non ha mai attirato  l’attenzione dei suoi clienti.

Concentrati più sull’urgenza della rimessa dell’unico paio di  scarpe portate a riparare, sono più attirati dalle pagine del calendario nel quale è cerchiata la  data di consegna.

Se pur annerita dalla polvere di cuoio rimane comunque una bella e significante locandina, era stata la copertina della guida della prima esposizione internazionale di Torino, evento dedicato al tema delle industrie e del lavoro .

Il simbolo di un grande avvenimento storico, la celebrazione del percorso economico e culturale compiuto dalla nazione dai tempi dell’Unità d’Italia nel campo industriale e manifatturiero.

E anche se i concetti rappresentati da quel manifesto sono distanti anni luce dall’economia del suo paese, le calzature artigianali di Tommasino non hanno nulla da invidiare a quelle create dalle grandi firme nazionali.

Ogni anno il primo paio di scarpe da lui prodotto è riservato al Commendatore Peppino Bortolotta, un medico facoltoso, nella cui famiglia la madre prestava il servizio di cameriera.

La restante produzione invece è destinata al Sindaco, all’amministratore delle miniere di Gibillini, al Pretore e all’Arciprete .

Tra i clienti più esigenti vi è un giovane maestro, anche lui socio del circolo Giunone, il quale avendo studiato nella vicina città di Caltanissetta ha affinato i suoi gusti, diventando parecchio esigente.

In paese tutti sanno che i nisseni sono fanatici nell’abbigliamento, ben più dei giurgintani.

E’ stato allievo di professori importanti, dal portamento elegante e dunque ne è rimasto influenzato non solo intellettualmente.

Grazie ai suoi buoni stipendi d’insegnante può permettersi delle scarpe artigianali di un certo livello.

Ama le francesine in pelle velasca, modello Richelieu, rigorosamente stringato e con un ricamo a coda di rondine allungata sulla punta del piede.

Alla fine dell’anno, Tommaso riesce a piazzare dieci o quindici paia di quelle scarpe incassando pochi soldi e tanti complimenti per la comodità e l’eleganza delle sue creazioni.

Un giro di affari che non gli consente però alcun salto di qualità, ne economico, ne professionale e dunque manco sociale.

Il guadagno proveniente dai chiodini di pochi millimetri con i quali risuolare le scarpe abrase dal duro basolato del paese, rimangono la sua unica certezza.

Terminato il lavoro, anche quel giorno si ferma al Circolo, questa volta non per parlare di belle donne e di caviglie provocanti.

E’ ancora scosso da un fatto accaduto la mattina e non vede l’ora di raccontarlo a qualcuno.

Ad inizio giornata, era passato dalla bottega il pecoraio per fargli dono di una cavagna di ricotta fumante, quale ricompensa per la riparazione di un paio di vecchi scarponi.

Dei robusti stivali da marcia, in dotazione ai militari tedeschi modello Marschstiefel, abbandonati dagli invasori dopo la fuga.

Trovati dal nonno in un casolare, li ha ereditati dal padre, sono scarpe da lavoro a cui il pastore tiene particolarmente e che porta a manutenzionare ogni estate da Tommaso, per tenerle integre.

Servono le cuciture ingrassate con il “sivo di coniglio”, in modo da potere affrontare in sicurezza l’inverno nel suo ovile di Bellanova, in quel punto del paese dove il freddo si infila anche nelle corna attorcigliate di una capra giurgintana.

Dopo aver riposto la ricottina, ancora con il siero fumante, dentro il cassetto di un vecchio tavolino, a fine giornata ha avuto la sgradita sorpresa di trovare il canestrino rosicchiato e tutta la forma mangiucchiata dai topi.

Con la rabbia del caso, giunto nel marciapiede in prossimità del circolo, trova come sempre comodamente seduti il professore Don Gasparino e  il Cavaliere Anselmo.

I due avevano appena sistemato le sedie a favore del campanile in cui era incassato un meccanismo di orologio fermo da anni.

Questione di pochi minuti e sarebbero dovuti tornare anche loro a casa per la cena.

Tommaso, che si è fermato anche questa volta, non esordisce con il suo solito che si dice?, bensì nervosamente con l’esclamazione: “sapiti chi mi successi?”

“E cosa ti è successo ?” risponde il panciuto Don Anselmo, arcuando la schiena per sgranchirsi e poi risedersi più comodo.

“Questa mattina ho posato la ricotta dentro ad un cassetto e i sorci se la sono pappata.”

“Ma cosa dici!” esclama indignato: “Li surci ora chi mangianu ricotta?”

Un risonante sghignazzo di coppia unisce il professore e il cavaliere, generando l’armonica risata dei presenti.

Per molti giorni al circolo basta solo che qualcuno dica:  “ora i topi che mangiano ricotta ?” che la risata diventa contagiosa, come una ola passa da una poltrona all’altra, consecutivamente, tipo i botti della “maschiata” della festa del paese.

Alla fine gli scoppiettanti “scaccani” si fermano solo con il lapidario giudizio espresso dal Barone Tuminello, il più riservato tra i presenti: “Solo un povero ciabattino può dire una cosa del genere, picca c’è di fari è scarparieddru”.

La vicenda turba parecchio Tommaso, il quale mette in dubbio se stesso e a dura prova la propria autostima.

Per fortuna ha una buona corazza, essendo un tipo di buona tempra, la collera gli dura solo qualche giorno.

Tommasino sa bene che solo chi stima se stesso è al sicuro dagli altri.

Il nonno gli aveva sempre ripetuto che “solo chi si rispetta sa farsi rispettare e chi si stima sa come farsi stimare”, e lui ne ha fatto tesoro.

A Tommaso basta la soddisfazione della finitura di un nuovo paio di scarpe che già tutto è messo da parte, anche se non del tutto dimenticato;  conoscendo bene tanti detti sull’arroganza e la supponenza di certi nobili e finti tali, si era consolato pensando che alla fine: “La nobiltà poco si prezza, se vi manca la ricchezza”.

In effetti millantatori ve ne sono al circolo Giunone, dove l’apparire con l’essere sono soliti sprofondare nelle stesse poltrone di vimini.

Un respiro profondo, un nuovo paio di scarpe da riparare, e Tommaso ritorna più motivato di prima.

Intanto circola insistentemente in paese la voce di una possibile soppressione della freccia del sud.

Al massimo altre due o tre partenze e il treno, che dalla vicina stazione di Agrigento conduce a Milano, non ci sarebbe più stato.

Una notizia terribile, è stato per molti anni il convoglio della speranza che ha consentito il viaggio a tanti lavoratori verso le terre delle fabbriche.

Il treno in cui Tommaso avrebbe voluto salire da sempre, che però non aveva mai preso per mancanza di soldi e coraggio; questa volta sarebbe stato l’ultimo.

Cosi si decise in pochi secondi ed il biglietto è fatto.

Alla fine il fratello ha quasi portato a termine gli studi, è arrivato all’ultimo anno di liceo, in qualche modo anche senza il suo aiuto ce l’avrebbe ormai fatta.

E poi, in cuor suo si era detto, dietro ad ogni successo c’è quasi sempre la decisione improvvisa e coraggiosa di qualcuno.

Tommaso ha poca roba da portare con se, manco abiti pesanti adatti al freddo del continente; fortunatamente è estate.

In valigia però non possono mancare un paio di scarpe lucide in puro vitellino, a dimostrazione della sua maestria nel caso in cui qualche imprenditore del nord fosse interessato a offrigli un lavoro.

L’abbandono della sua terra non è diverso da quello di tanti altri migliaia di giovani che lo hanno preceduto.

IL suo ritorno invece si, avviene in tempi brevi; Tommaso non fatica a fare fortuna, le sue scarpe sono un successo in tutto il settentrione.

Sposa addirittura la figlia del suo titolare, il re dei calzaturifici del varesotto, per cui la sua posizione economica ora è diversa.

Sin da bambino, la nonna paterna glielo aveva sempre ripetuto: “solo tre cose possono fare cambiare velocemente la vita di un uomo, un lascito, una vincita della Sisal, oppure un buon matrimonio”, e così era stato.

Nel frattempo riesce anche a continuare a mantenere il fratello per tutto il  percorso  universitario.

Dopo cinque anni di assenza è giunto il momento di ritornare al paesello per una visita di pochi giorni, giusto il tempo di salutare amici e parenti.

Ormai i suoi ritmi sono diversi dalle lente cadenzate martellate sui tacchi consumati di piazza castello, l’azienda del suocero è nelle sue mani, e i macchinari della fabbrichetta scalpitano.

Sceso dal treno, dopo aver indossato un raffinato Borsalino di feltro color tabacco e stretto bene la sciarpa di seta, ben abbinata, si appresta a raggiungere la casa dei familiari.

Davanti lo spiazzale della stazione ferroviaria lo attende l’auto che si è premurato di prenotare prima della partenza, per ottimizzare i tempi del breve soggiorno nel suo paese.

Il tempo di accendere una sigaretta, imboccare la discesa, ed ecco di fronte la piazza; la vita appare la stessa di sempre, in cinque anni non sembra essere cambiato nulla.

Anche le lancette dell’orologio della chiesa della Matrice sono ancora ferme nella stessa posizione in cui le aveva lasciate, immobili a segnare la stessa ora esatta solo due volte nell’arco delle ventiquattro ore.

E pensare che nella sua nuova cittadina, in cinque anni il Municipio aveva cambiato l’illuminazione pubblica, rifatto il manto stradale per ben tre volte, creato dei nuovi parcheggi, costruito una fontana e ampliato la fogna.

Anche le sedie del circolo Giunone sono sempre le stesse, disposte allo stesso modo; unica novità i cuscini delle sedute non più a quadretti ma di una stoffa unico fondo.

Probabilmente l’amministrazione del circolo le ha sostituite per l’usura.

Ed è proprio alla vista delle poltrone che riaffiora in lui il ricordo delle pance piegate, degli sghignazzi, della storia dei topi che non mangerebbero la ricotta.

In realtà non ha mai smesso di pensare a quel fattaccio, divenuto un suo tarlo; lo ricorda anche quando nel suo ufficio è intento, dopo aver poggiato il sigaro, a curarsi degli incassi, delle commissioni e delle forniture di scarpe da spedire negli stati uniti d’America.

Gli capita di pensare spesso a quello che per lui è stato un affronto alla sua dignità, una vera mancanza di rispetto della sua persona.

“Cos’è il  rispetto?” si chiede spesso, “se non la giusta considerazione degli altri, anche quando questi altri hanno una diversa condizione.”

Per lui di questo si è  trattato, di una carenza di riguardo, dovuta alla sua condizione di misero ciabattino.

E’ giunto dunque il momento della resa dei conti, della verità, della prova di quanto lo assilla da tempo.

Messo piede in paese, tra i suoi primi pensieri vi è quello di passare presto davanti al circolo, alla stessa ora in cui era solito fare quando chiudeva il proprio esercizio..

Arrivato il tempo, attraversa un breve tratto di piazza, sale il marciapiede, e si presenta davanti alla solita fila di titolati sederi affossati.

Viene subito riconosciuto da tutti e accolto con abbracci e complimenti; non fosse altro anche per la sua nuova condizione, che balzava agli occhi, evidenziata da un look particolarmente curato.

La nonna materna, che lo avrebbe voluto più sistemato, anche quando faceva il ciabattino, gli aveva sempre rimproverato: “Arrizzettati, l’uomo com’è visto è rassomigliato.”

E ora il suo abbigliamento dice tutto.

I commenti dei soci del circolo Giunone vanno tutti verso la stessa direzione: “Grande Tommaso, cu nesci arrinesci, c’è poco da fare.”

Non dando manco la possibilità di farsi fare tante domande, che il distinto calzolaio attacca con un: “sapiti chi mi successi?”

La risposta è immediata: “chi ti successi Tomma’?”  

“Appena arrivato sono sceso dalla macchina e ho posato le chiavi di casa nel cassetto e questa mattina ho avuto la brutta sorpresa di non trovarle più, sospetto fortemente che siano stati i topi.”

“Certu Tommà, po essiri”, afferma di getto il Cavaliere Dino , togliendo a quel punto lo sguardo fisso dall’orologio d’oro che avvolge il  polso di Tommaso.

Don Dino è uno dei soci più anziani, avvezzo ad occuparsi di intrighi ed alchimie della politica locale, che prosegue dicendo: “proprio in questi giorni il mio partito  in consiglio comunale ha  lamentato  il problema dei topi, del fatto che la delibera della derattizzazione è rimasta bloccata per mancanza di fondi. E sapissitu chi surci chi giranu, mia moglie l’altro giorno ha visto un topo  grosso quanto un cane.”

Segue un attimo di silenzio e nessuna risata.

Dunque i topi che prima non avrebbero potuto mangiare la ricotta del povero ciabattino, ora anche grossi quanto dei cani, possono aver rosicchiato e addirittura fatto sparire, un intero mazzo di chiavi appartenenti al ricco calzolaio.

Era dunque corrispondente al vero ciò che gli aveva detto, citando un proverbio veneto, un collega operaio in fabbrica: “solo un uomo ricco e stimato, può pisciare a letto e dire che ha sudato.”

Prima di salutare e andare via, il Signor Tommaso non può fare altro che scuotere il capo, fare spallucce e sussurrare: “che razza di Do!, chi nobili scarpara”.

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