Nella mia Spoon River di Regalpetra

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SCIASCIA 1989/2019 I suoi libri sono una lotta contro ignoranza, superstizione, fanatismo religioso, avidità del potere, intolleranza politica. Il contrario della ragione

Nel nostro fotomontaggio, la Casa delle zie di Sciascia e lo scrittore in una foto degli anni Settanta

Torno spesso nella mia Spoon River di Regalpetra. Un piccolo cimitero ai piedi di un pianeta, scusate, di un paese arroccato su una collina ripida. La Fondazione Sciascia, in cima. Maestosa, come lo era quando le turbine della centrale elettrica non erano state ancora smontate per fare posto a un fiorire di tele e incisioni, libri e fotografie. Poi, come fossero tratteggiati dai colori sfumati di Renato Guttuso sulla prima edizione del Giorno della civetta, ecco i campanili del Duomo, le guglie della Madonna del Monte, le cento Parrocchie nate attorno al Castello chiaramontano e le grotte dove si nascose Fra Diego La Matina, l’unico eretico che sotto tortura riuscì a uccidere il suo inquisitore spagnolo. Finendo al rogo, senza poter avere un angolo nella Spoon River dove un lampo evoca anche lui. Perché il primo passo nel cimitero porta alla lastra bianca adagiata sul verde, voluta da Leonardo Sciascia quando non riuscì a fare intestare la Fondazione a quel frate, ma dettò l’epitaffio inciso sul marmo: «Ce ne ricorderemo, di questo pianeta».

Contrada Noce

È il pianeta delle Parrocchie di Regalpetra che ha per centro gravitazionale questo paese ammaccato, Racalmuto, ma soprattutto per Sciascia la sua casa di campagna, a sei chilometri dall’abitato, il buen retiro di Contrada Noce. Per raccontare Sciascia a chi non lo conosce e ricordarlo oggi nella sua complessità, riesaminando soprattutto le sue battaglie e riconoscendone la grande attualità, violo la regola del narratore distaccato. Me ne scuso in anticipo, immergendomi a tratti in prima persona nella narrazione per evocare flash di memoria che mi vedono, bambino, pronto all’iscrizione fra i banchi della «Macaluso», nell’edificio a metà fra la vecchia centrale elettrica e la Madonna del Monte. Nella scuola dove insegnava Sciascia, il maestro di Regalpetra, per qualche anno collega di mio nonno Felice, a sua volta temuto per una verga che Sciascia non tenne mai in mano.

E sarei stato un suo alunno se quell’anno, nel 1955, mio padre, Emanuele Cavallaro, allora dipendente del Catasto comunale, non avesse deciso, a 33 anni, di dimettersi per trasferirsi con moglie e due bimbi a Palermo. Cambiando lavoro. Convinto dal cugino Aldo Scimè, già andato via da Racalmuto, a seguirlo a Palermo, nell’avventura del «cinema a casa», come sintetizzavano i vecchi del paese, increduli su quella diavoleria mai vista allora, la televisione. Partimmo una notte su un camion. La famiglia stretta nella cabina dell’autista. I letti e l’armadio, il comò e un tavolo sul cassone senza copertura, con due uomini di fatica legati alle stesse corde dei mobili, all’aperto. Arrivammo all’alba nella città dove non era ancora nato il primo embrione della Rai, anche se Scimè qualche esperienza nella radio l’aveva avuta, quando si chiamava «Radio Palermo avamposto dell’Italia liberata» e per lavorarci dovevi essere gradito a un tenente degli americani appena sbarcati, Misha Kamenetzky, responsabile dello Psychological Warfare Branch, braccio destro nel 1943 del colonnello Poletti, destinato a una carriera luminosa con il nome di Ugo Stille, tanti, tanti anni dopo mio direttore al «Corriere della Sera».

C’è il rischio che parli troppo di me stesso e proverò a limitare il danno. Ma devo partire da quegli interrogativi che mio padre, innamorato della fotografia e arruolato dalla Rai come cineoperatore, rovesciò allora su Sciascia, il suo amico Nanà. Partire, dimettersi dal Catasto, cambiare vita, lasciare le tre camere di via Picone, allontanarsi dalla Noce dove i due amici erano vicini di casa e di vigna? E il maestro rispondeva a mio padre Emanuele, Nenè per tutti, raccomandando di mollare subito gli ormeggi, di andare via, come lui diceva di voler fare, come fece qualche anno dopo trasferendosi con moglie e due bambine prima a Caltanissetta, poi a Palermo dove si ricostruì spesso la terna dei tre amici cresciuti da ragazzi a Racalmuto. Appunto, Nanà, Nenè e Scimè.

Avevano scoperto insieme anche la passione del teatro perché prima del 1943 quel gruppetto di giovani affamati di libri, nella bomboniera del Teatro Regina Margherita, mise in scena I nostri sogni, una commedia di Ugo Betti. Anche per acquistare con l’incasso maglie di lana da inviare ai soldati in Russia. Sciascia regista, gli altri attori, il farmacista Attilio Burruano, gli amici del Circolo Unione e l’arciprete Puma in sala ad applaudire. Adesso, sono vicini di sepoltura nella Spoon River da cui parto sentendo echeggiare le voci di chi non c’è più, quasi cercando un poeta, un Edgar Lee Masters, capace di restituire spessore e verità al pianeta Regalpetra. È un affastellarsi di eventi e personaggi che portano lontano da questo paesino. Perché, accanto all’eretico frate di Racalmuto, ecco aleggiare le figure di altre vittime di vecchie e nuove inquisizioni. Da Aldo Moro a Enzo Tortora. Passando per il buco nero dei professionisti dell’antimafia. Un turbine. Una vita da raccontare, quella di Sciascia. Con le sue ossessioni. Con i suoi libri che sono una lotta contro ignoranza, superstizione, fanatismo religioso, avidità del potere, intolleranza politica. Il contrario della ragione.

Come ricostruiremo partendo dal primo libro amato da Pier Paolo Pasolini, Favole della dittatura, agli ultimi due del 1989: A futura memoria, una raccolta di articoli e testi che, riletti a trent’anni dalla morte di Sciascia, confermano la capacità profetica dello scrittore, e Una storia semplice, un giallo con un commesso viaggiatore per protagonista, testimone di un delitto alla guida di una Volvo. Proprio come accade nella realtà l’anno successivo alla pubblicazione, a pochi chilometri dalla casa di Sciascia, a due passi dallo svincolo che porta alla Noce, sulla statale per Agrigento, dove a vedere uccidere un giudice buono, Rosario Livatino, è un commesso viaggiatore su una Volvo bianca. Profezia letteraria e dramma reale ancora una volta intrecciati. Per l’ultima volta nella storia non proprio semplice del vero testimone, Pietro Nava, un eroe moderno che sarebbe piaciuto a Sciascia, come vedremo alla fine di questo personale affresco che non può non cominciare dal rifugio dello scrittore, dalla Noce.

Da Sciascia l’eretico (Solferino)

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