Né di Dio né di Satana

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La donna nella famiglia e nella società della Sicilia più di due secoli fa

Ester Rizzo

“Fimmina a diciott’anni maritala o la scanni”. Basta citare solo questo antico e terribile detto siciliano per comprendere la posizione ed il ruolo della donna nella famiglia e nella società della Sicilia di più di due secoli fa.

Nell’opera “Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano” dello scrittore e studioso di folklore, Giuseppe Pitrè, troviamo innumerevoli spunti, storielle e racconti che vertono sulla donna e sugli eventi naturali e sociali legati al suo genere. Certo, inorridiamo di fronte a queste letture ma non possiamo negare che quegli usi e quei costumi fanno ancora oggi capolino in certe frasi , in certi atteggiamenti quotidiani.

Scrive il Pitrè: “L’annunzio d’un parto di maschio s’accoglie con maggior piacere che quello d’una femmina”L’acqua che è servita a lavare per la prima volta il neonato di sesso maschile “si getta nella via gridando lietamente Masculo! Ma se il neonato è di sesso femminile l’acqua si butta nel cesso di casa, ovvero nella stanza medesima dello sgravo ( come a Ragusa), o sotto il letto in alcuni paesi, o sotto il forno, badando sempre che resti dentro: tacito intendimento che l’uomo è destinato ad uscir di casa, la femmina a rimanere in famiglia, buona massaia e con abitudini casarecce. Un po’ d’acqua che si buttasse fuori, sarebbe pessimo indizio della morale della bambina che ,cresciuta e diventata donna, sarebbe una baldracca”. E ancora: può accadere che ”una bambina non prosperi con il latte materno: Le ragioni di ciò potrebbero essere molte; ma tra tutte nessuna è più convincente di questa: che il latte di una donna che s’è sgravata d’una bambina non ha le buone qualità del latte di una donna che s’è sgravata d’un bambino: E allora il rimedio è presto trovato: dare a quella bambina latte di madre d’un maschio”.

Altra usanza misogina la riscontriamo nella cerimonia del battesimo:” nell’andare a chiesa e nel tornare il bambino è dalla levatrice portato colla testa sul braccio destro se maschio, sul braccio sinistro se femmina: il braccio destro significa valentia, dote maschile; il sinistro, modestia, dote femminile”.

Ovviamente sono decine e decine, gli usi e le tradizioni, raccolte dal Pitrè, che relegano la donna decisamente su un piano di inferiorità rispetto all’uomo. C’è però un aspetto che ci ha colpito, andando avanti, nella lettura delle opere del Pitrè: mentre nel mondo reale la donna è trattata come un oggetto, un essere inferiore, una sorta di proprietà dell’uomo, nel mondo del sovrannaturale e quindi nelle leggende, nelle superstizioni, nelle credenze, la donna è rispettata, temuta, fa parte di un mistero che il genere maschile non comprende e da cui si tiene a debita distanza con atteggiamento timoroso e reverenziale.

In questo mondo invisibile ma parallelo, la donna è dispensatrice di vita e di morte, di odio e di amore. Sono donne le streghe, le fate, le ninfe, le fattucchiere, le Donne di fuora che vegliano sulle case e sui neonati a cui intrecciano i capelli ( trizze di donna).

E’ la donna che conosce le erbe che guariscono i malanni, che possiede i segreti di filtri, pozioni e formule magiche, che fanno innamorare gli uomini, che li rovinano, li ammaliano, li rendono assassini o impotenti a seconda dei casi. Sono le donne che si tramandano di madre in figlia questi segreti. E’ la donna che “nni sapi un puntu cchiù di lu diavulu” e che si destreggia sicura tra il mondo del Bene e quello del Male. Quasi schiava dell’uomo nella vita quotidiana siciliana, la donna diventa padrona assoluta nel mondo del sovrannaturale. E’ lei che parla con i santi e fa da tramite fra Dio e l’uomo e se è il caso comanda anche sul diavolo, utilizzandolo, a volte, per realizzare i propri scopi.

Certo, tutto ciò affonda le radici in un mondo antico, probabilmente al culto della Dea Madre, che si perde nella notte dei tempi. Ma ci piace interpretare questa  superiorità della donna come un “vendicarsi” della posizione di subalternità nel quotidiano, e forse spiega “il rispetto” e “la protezione” che in certi frangenti le vengono tributati. E’ una paura ancestrale che non può essere esplicitata ma che resiste.

La figura femminile siciliana nello spazio sovrannaturale descritto nell’opera del Pitrè, pare muoversi in un mondo che non appartiene né a Dio né a Satana, ma solo alla Donna, essere misterioso, ora fata ora strega, che non ha bisogno degli uomini per accattivarsi la Sorte che più le fa comodo.

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One Response to Né di Dio né di Satana

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    Giusi Rispondi

    01/07/2020 a 9:37

    Purtroppo credo che tutto ciò che qui è scritto non sia per tanti versi ancora del tutto superato. Almeno tacitamente. Chiaramente non solo in Sicilia

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