“Narrare è farci dono di una diversa forma di vita”

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Emanuela Davì, l’affascinante percorso di un’artista poliedrica, che intreccia diverse esperienze: dalla musica, all’architettura, al teatro.

Emanuela Davì

Incontriamo Emanuela Davì cantante e voce recitante, danzatrice e performer, designer e architetto. Un lungo e affascinante percorso di vita che intreccia diverse esperienze: dagli studi musicali, alla laurea e dottorato di ricerca in Architettura, alla drammatizzazione e teatro-danza.

Come si diventa un’artista poliedrica come te?

Penso che ciascuno di noi sia simile all’angelo di un racconto di Michael Ende (mi riferisco alla raccolta dal titolo “Lo specchio nello specchio”): attraversando l’esistenza, raccogliamo – non sempre del tutto volontariamente – esperienze diverse in una sorta di “rete” che ci portiamo appresso. Di tutte le cose “accumulate” nella rete, si può sempre decidere che farne, durante il cammino…Voglio dire che ciascuno di noi è tutto quello che ha attraversato…Da questo punto di vista l’accostarmi all’arte è stato, più che un progetto, una naturale conseguenza di tutti gli interessi che ho coltivato fin da quando ero adolescente: per esempio, la predilezione per la musica vocale del Sei e Settecento italiano ed europeo – per me tra le esperienze sensoriali più esaltanti – o la passione verso la composizione delle forme nello spazio…tutte cose che ho poi sviluppato, con lo studio, a livelli professionali.

Che cos’è lo specchio per un’attrice?

È una metafora…Non so se il suo mistero sia maggiore sulla superficie piana specchiante – così apparentemente “asettica” e oggettiva – o piuttosto in tutto quello che “dietro” questa superficie si cela…ma questo è un dilemma di pirandelliana memoria che ha molte possibili risposte!

Che cos’è uno specchio per una donna?

Chi è l’artefice delle scogliere con cui la terra si oppone al mare? Le rocce, l’acqua o il vento?… Ecco che cos’è lo specchio per una donna: il pretesto per rappresentarsi come essere vivente che ha in sé qualcosa sia delle rocce, sia dell’acqua, sia del vento!

In un giornale molto intrigante ho letto che le borse professionali degli uomini in carriera hanno già uno specchio e un pettine… Non ci posso credere!

Non mi stupisce!…Per svolgere alcune professioni risulta consigliabile mostrarsi agli altri sempre belli, energici e al massimo dell’efficienza, secondo determinati clichés…Il rischio che corre chi si sente “obbligato” ad apparire sempre secondo una certa immagine è di “cristallizzarsi” in un solo tipo di rappresentazione di sé, dimenticando di essere tanto altro ancora nella vita. Dall’altra parte, il rischio complementare, per coloro che si ritrovano ad “ammirare” tali rappresentazioni del ruolo sociale, consiste nell’elevarle a modelli di riferimento con cui confrontare la propria condizione, convincendosi illusoriamente che sia realmente possibile un modo di essere dove tutto è sempre “al top”, senza crisi o alterazioni di stato, senza disequilibri fra alti e bassi…Ma i due tipi di comportamento non sono legati da una semplice relazione di causa ed effetto… li credo invece “facce della stessa medaglia”: un elementare meccanismo di controllo sociale affinché sia chiaro per tutti in cosa e in chi identificare il “successo”, il “potere”, il “know how”.

Emanuela Davì

Qual è stata la prima opera che hai interpretato?

La prima opera in prosa – “prima” in termini di “affinità elettive” più che cronologici – è un testo letterario di Santa Franco dal titolo “Teresina”, tratto dalla raccolta “Donne di zagara” (Edizioni Arianna), scritto – anzi letteralmente “pensato” – in siciliano tusano. L’ho interpretato attraverso una dedicata affabulazione in musica, suoni e “rumori” che ne offrono una originale ri-scrittura drammatizzata, insieme al contrabbassista con cui collaboro: Davide, mio fratello. Questa occasione mi ha consentito di conoscere una parte di me che, in termini artistici, non avevo ancora esplorato.

Non sempre gli attori, anche se siciliani, interpretano volentieri testi in siciliano. Per te invece sembra qualcosa di naturale…

Lo è!…Del siciliano potrei dire che è la mia “lingua matria”, anche se a rigor del vero non è esattamente “una lingua”, in quanto ha caratteristiche uniche in ogni contesto territoriale specifico, perfino in ogni area di prossimità urbana (mi riferisco, per esempio, ai diversi modi di parlarlo nei quartieri contigui del centro storico di Palermo). Interpretare testi in siciliano – mantenendosi al di fuori del folklorismo e del caricaturale – è prima di tutto pensare in siciliano, respirare in siciliano, cantare in siciliano, muoversi in siciliano, comportarsi in siciliano. Quando lo interpreto, non faccio altro che assecondare una “mentalità” espressiva che possiedo senza meriti particolari, perché la devo ai miei nonni e alle origini della mia famiglia, radicate in un paese della provincia di Palermo dove sono cresciuta. Ciò che poi ha destato il mio interesse artistico verso un “idioma” che possedevo senza dargli tanta importanza è stato il lavoro svolto in seno al Gruppo Polifonico del Balzo, di cui da diversi anni mi pregio di far parte.

Ti sei mai esibita in Teatro?

Ho cantato, danzato, recitato in piccoli teatri. Ma, in effetti, “teatro” può essere molti luoghi perché – credo – più che con un’architettura, esso coincida con un rituale del vivere e del conoscere che parte da un’adesione (o predisposizione d’animo) collettiva. Visto così, il “teatro” può manifestarsi in luoghi diversi e perfino inconsueti. Luoghi che ne vengono a loro volta trasfigurati, come è avvenuto lo scorso 1 settembre al Cimitero Vecchio di Santo Stefano di Camastra (ME) durante la performance “Il Quadrato” di Nicolò D’Alessandro, per la quale ho curato movimenti coreografici, ideazione del costume e degli elementi di scena “ri-disegnando” lo spazio in una dimensione emotiva nuova, supportata dalle atmosfere sonore dei flauti di Dario Lo Cicero. Si tratta di un tipo di lavoro site-specific improntato al “dramagate”, troppo poco praticato in Italia e al quale sono molto interessata.

Per te che cosa rappresenta il teatro?

Il teatro è un “baluardo” che si oppone a una “deformazione” culturale che, purtroppo, tende a ridurre sempre più le emozioni a un “lusso” alla stessa stregua di un giro in barca a vela…Parlo di una mentalità che spesso ci impone di trascurare le emozioni, di metterle “tra parentesi” nello svolgersi della scrittura della vita quotidiana. Di relegarle a momenti appositamente dedicati, come per esempio le performance d’arte – come se la performance d’arte non sia uno dei tanti rituali attraverso cui passa, oltre che la vita, anche la conoscenza… Sembra che i ruoli sociali esigano tirannicamente da noi il sacrificio della libera circolazione delle emozioni al di fuori di certe situazioni diciamo…“controllate”. Gestire le emozioni, nel quotidiano, non di rado ci mette in difficoltà. È un fatto reale. Le è mai capitato?…quando siamo da soli in strada e ci scopriamo involontariamente sorridere nel seguire i sentieri di qualche pensiero piacevole o gratificante, ci censuriamo all’istante! Perché il sorriso è socialmente poco accettabile così…senza poterlo giustificare, privo di un apparente motivo che sia chiaro per tutti! Ecco: il teatro per me rappresenta un baluardo attraverso cui opporsi a tutto questo.

Emanuela Davì

Recitare è mentire, sognare è come vivere un sogno?

Gigi Proietti afferma che in teatro tutto è finto, ma niente è falso! La performance attoriale (nelle varie sue forme) costruisce tutto sulla finzione ma – essendo la finzione teatrale basata su una convenzione pretestuosa solitamente condivisa da tutti coloro che partecipano al “rito” – essa mette in atto qualcosa di assolutamente autentico, ridestando canali di comunicazione che normalmente utilizziamo poco. Autentiche sono per esempio le emozioni che possono nascere durante la performance. Autentica è anche l’originale condizione di “comunione d’affetti” che, attraverso il teatro, si può generare tra decine (o centinaia) di persone che non si conoscono tra loro.

Puoi esprimere una preferenza tra le arti che pratichi come performer (canto, drammatizzazione, teatro-danza…)?

Per me l’arte fa parte dei “rituali” del vivere e del conoscere e coincide con una dimensione comunicativa fluida, in grado di incidere trasversalmente sulla percezione di sé, dell’altro e del mondo. In tutte le forme in cui la pratico, la percepisco sempre come “azione performativa”…alla quale mi approccio costantemente con la medesima “predisposizione progettuale”. Ciò che ai miei occhi differenzia canto, drammatizzazione, teatro-danza sono solo i fatti tecnici.

In che modo la bellezza aiuta una donna a raggiungere il successo?

Quando si parla di “bellezza” in maniera astratta, la mia mente ripesca in automatico diverse immagini dell’arte scultorea greca…Non mi ritengo bella – perché ho diversi difetti – ma “mi sento” bella!…Riguardo il legame tra bellezza e successo femminile, penso che la forma più interessante di bellezza abbia poco a che vedere con il mero aspetto fisico, per il quale l’attenzione e l’interesse degli altri si esaurisce in poco tempo. Credo invece che la bellezza sia più una “intenzione” che una “condizione”, che nasca da una forte esigenza comunicativa interiore e che possa arrivare a emergere pienamente nella comunicazione d’arte attraverso il corpo, il viso, gli occhi, la voce.

Per te che cos’è il successo?

“Successo” è riuscire a essere “levatrici” di se stessi: scoprire, ascoltare e comprendere la propria intima natura per poi liberarne le potenzialità ed essere, infine, riconosciuti dagli altri. Su un livello molto più ambizioso, “successo” è riuscire a essere “levatrici” degli altri…Ma questo è un dono raro…

Se l’abito non fa il monaco, cosa fa?

La storica dicotomia di crociana memoria tra “forma” e “contenuto” mi ha sempre creato un certo disagio! La trovo anche culturalmente dannosa…Nel teatro, nell’esecuzione di un’aria antica, nella danza – in una parola nella performance d’arte – la forma è contenuto! Le due cose semplicemente coincidono, non essendo tra loro in alcun modo scisse… Di conseguenza, l’“abito” rientra tra i numerosi strumenti espressivi (o comunicativi) di cui disponiamo per aderire con appropriatezza a quanto volontariamente ci accingiamo a fare, sia in ambito artistico che nei diversi rituali della vita. L’abito come strumento espressivo però, da solo, evidentemente non basta a “riempire” di significato l’azione, che è qualcosa di molto più complesso. Voglio dire insomma che per essere credibile, dopo averlo indossato, l’abito va portato sapientemente!

Emanuela Davì

Esistono ancora le buone maniere nella nostra società?

Credo fermamente di sì, anche se la dimensione mediatica contemporanea e i tipi di modalità comunicative incoraggiate dai social networks avallano stili relazionali sbrigativi e spesso poco rispettosi dell’altro. Ma ciascuno di noi ha una coscienza, no?

I fiori hanno una loro lettura. Che cosa provi ogni volta che ricevi un mazzo di fiori?

I fiori recisi mi mettono tristezza e malinconia. Mi fanno pensare che, solo per far piacere a me, certo non val la pena di separarli dalla loro radice! Invece, amo molto le piante integre, anche in vaso.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

In questo momento ho in mente un paio di performance site-specific e un progetto musicale. Attraverso queste e altre opportunità, quel che più mi interessa è sperimentare, attraverso le idee di reciprocità e partecipazione, le potenzialità di un approccio “narrativo” (ma non “descrittivo”) alla performance d’arte…Narrare è farci dono di una diversa forma di vita, in grado di metterci in comunicazione con la parte più celata della nostra umanità.

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