Na tinca misti cciocci

di | 6 Dic 20

Il racconto della domenica

Salvatore Nocera Bracco (Foto di Alberto Ferraro)

Quand’ero piccolo, a Naro, la mia mamma aveva uno strano modo di rifiutarmi qualcosa quando gliela chiedevo con insistenza. Per esempio, dei soldi per comprarmi un giornaletto. Mi guardava un po’ e mi diceva:

Na tinca misti cciocci!”.

Ripeto, chissà avessi sbagliato qualcosa:

NA TINCA MISTI CCIOCCI!”, sottolineandolo con il nostro specifico sicilianissimo segno di “niente”[1]. Proprio così. Il suo significato per me appariva chiaro ed evidente, accompagnato da un tono di voce inequivocabile:

“È inutile che insisti, tanto quello che chiedi non te lo do”.

Né mi riusciva di ottenerlo caricando la richiesta con palesi ruffianerie e adulazioni, perché lei rispondeva, ancor più perentoria e rimarcando il gesto:

Na tinca misti cciocci!”

Che tradotto, stavolta ironicamente, mi suonava più o meno così:

Nenti ci nesci p’a gatta!”

Io interiorizzai quel modo di rispondere così particolare, non sospettando che fosse soltanto la mia mamma ad usarlo. Almeno così mi è parso per molti anni. Finché non cominciai a riflettere sul mio essere siciliano, anzi di Naro. E mia madre, di questo mio essere siciliano di Naro, ha la maggiore responsabilità. E lo dico con un sorriso. “Na tinca misti cciocci”, ovvero: insisti, insisti, ca tantu nenti ci nesci p’a gatta, con una morale che richiama quelle delle favole di Esopo o di Fedro, o di quel detto romanesco “nun c’è trippa pe’ gatti”. E na tinca misticciocci a me sembrava un detto del tutto esoterico, non riuscivo proprio a comprenderlo nella sua origine, pur afferrandone perfettamente il messaggio.

Una spiegazione più o meno logica la trovai da adulto, molto adulto, quando mi ritrovai ad ascoltare, quasi per caso, mia figlia studiare in terza media una lezione di Storia, precisamente l’incontro di Yalta in Crimea, dove, nel febbraio del 1945, pochi mesi prima la fine della seconda guerra mondiale, si incontrarono Iosif Stalin, indiscusso e controverso dittatore sovietico; Franklin Delano Roosevelt, presidente degli Stati Uniti; e Winston Churchill, Primo Ministro di Sua Maestà Britannica, tutti e tre alleati e avviati sulla via della vittoria contro il nazismo. Una conferenza che in realtà ha generato miti e fraintendimenti, tanto da non esserci fra gli storici una visione univoca, anzi spesso le interpretazioni storiografiche che riguardano la Conferenza di Yalta sono del tutto opposte tra di loro. Come per esempio la responsabilità di Roosevelt – che tra l’altro, già stanco e malato, morirà due mesi dopo – nel permettere l’espansionismo sovietico, cosa che sembra essere stata accettata, malgrado le prime proteste, anche dallo statista inglese.

Roosevelt e Churchill, secondo alcuni studiosi, all’inizio rispettarono gli accordi di Yalta, ma poi li abbandonarono, suscitando le reazioni unilaterali di Stalin e innescando, subito dopo la vittoria contro il nazifascismo e il Giappone, quella che poi successivamente si sarebbe denominata Guerra Fredda. Insomma, per semplificare, malgrado l’apparente clima di collaborazione, tutti e tre miravano ad avere la maggior influenza possibile sul mondo. Sembra che Churchill – Ciurcillo nella variegata fantasia popolare del nostro meridione, così come ricordato nella famosa Tammuriata Nera – avesse reclamato il mantenimento dell’influenza coloniale che il Regno Unito deteneva ormai da secoli, compresa l’influenza sul Medio Oriente, nonché di avere un ruolo centrale, dopo la più che probabile vittoria, nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che proprio a Yalta cominciava a configurarsi. Se agli Stati Uniti “veniva concesso” – in realtà la pretesero – di esercitare la loro influenza sul mondo attraverso quella che cominciava a delinearsi come Pax Americana, in analogia con la Pax Romana dettata dal potere di Augusto nell’antico impero latino, ovvero il controllo economico, politico e militare sul cosiddetto Occidente libero e democratico; se all’Unione Sovietica “veniva concesso” – anche con le simpatie di Roosevelt – il controllo praticamente totale dell’Europa Orientale e Centrale, e non solo, e che avrebbe comunque portato alla formazione del cosiddetto blocco comunista, rafforzatosi con il Patto di Varsavia, che poi si sarebbe contrapposto alla Nato; a Churchill cosa rimaneva?

Nothing, mister Churchill!”

E glielo avrebbe detto proprio Roosevelt, a cui la politica colonialista inglese non era mai andata giù. E Churchill insisteva, e Roosevelt imperterrito: “Nothing, mister Churchill!”

Come a dirgli: ‘Accontentati di quello che hai già e non pretendere altro’. Somiglia più a una leggenda, a dire il vero. Ma mia madre, che all’epoca di Yalta era poco più che quindicenne, aveva probabilmente recuperato questa frase da qualche discorso ascoltato di straforo in qualche discussione accorata tra suo padre, i suoi zii, i loro amici, che seguivano alla radio con viva preoccupazione le vicende della guerra – e di Yalta in particolare – come tutti, del resto,  ma ancora scossi dal fatto che Naro, proprio qualche settimana prima, l’11 gennaio 1945, era stata dichiarata Repubblica Indipendente da alcuni giovani ribellatisi alla chiamata alla leva dal Governo Badoglio, dopo l’armistizio che lo stesso Ammiraglio aveva firmato con gli Anglo-americani a Cassibile l’8 settembre del 1943, rivolta fomentata probabilmente da una parte di residui fascisti e che aveva assunto pericolose connotazioni separatiste, con morti e feriti sia tra i rivoltosi sia tra i militari, tra cui il giovane sottotenente Antonino Di Dino.

Ma a mia madre di questa frase rimase in mente una approssimazione di significato, che si ricordava di usare con me da piccolo, a partire dai primi anni ’60 – pochi anni dopo, in fondo, la fine della guerra –  e soprattutto una pronuncia ancor più approssimata – non conosceva l’inglese, e di sicuro non lo conoscevano nemmeno i suoi parenti! – che si era ridotta a una forma molto onomatopeica e quasi priva ormai di connotazioni propriamente inglesi: Nothing, mister Churchill! Na tinca, misti cciocci! Appunto. Quando poi, da grande, le proposi la mia spiegazione per quel suo strano modo di dire, e chiesi a mia madre come sapesse di Yalta, e dei discorsi di Churchill, e delle diatribe storiografiche, e della frase di Roosevelt, lei sbarrò gli occhi e mi disse, molto convinta, tenendo le mani giunte e agitandole avanti e indietro:

E chi nni sacciu, iu?”, come a difendersi da un’accusa.

___________________________________________________

[1] Muovendo cioè il polso a scatti in un quarto di giro – 90° – tenendo aperti soltanto l’indice e il pollice, in modo che ad ogni scatto, alternativamente e velocemente, l’indice e il pollice si trovino a coprire la linea delle labbra ovvero l’indice sul naso e il pollice subito sotto il mento. Più difficile scriverlo che farlo.

14 Commenti

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    Eccezionale!!! La tua fantasia mischiata alla tua cultura è una miscela esplosiva! Per non parlare della tua capacità di descrivere il quotidiano! A presto amico mio per un caffè … senza morto.

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    Bellissimo ricordare le nostre origini e le nostre storie dialettali.
    Durante il periodo della seconda guerra mondiale e nel periodo post bellico le sofferenze sono state tante però c’è stato pure tanto arricchimento culturale

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    Ma come hai fatto a risalire a questi fatti storici da una frase senza senso? Solo la tua fantasia istrionica poteva arrivare a tanto!!!.Se ti consola ho riso tantissimo e apprezzo sempre il tuo umorismo e la voglia di trovare il modo di divertirti e di condividere la tua vitalità e il tuo estro.

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    Mi sembra il primo capitolo di un bel libro dove si mescolano tradizioni storia da uomo di cultura che descrive parte della sua infanzia. BRAVO.

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    Buon giorno caro collega ho avuto il piacere di conoscere tua mamma. Molti vocaboli siciliani sono dimenticati e i termini italianizzati.Tu, dopo tempo hai potuto dare un significato a quello che diceva tua madre, anche il movimento delle dita di cui parli avvalora il “detto”; tale gesto lo vedevo fare a mia nonna nata nel 1876 e morta a 95 anni e stava a significare anche “stuiati u mussu” ciao Toto’

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    “Ordinaria quotidianità”resa straordinaria, da una attenta analisi sperimentale lasciando un’impronta nella memoria,capace di suscitare nuove forme di ricerca .

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    Bravo Totò. Questo è uno dei prodigi della giostra della memoria. Scavando nei meandri della memoria si estraggono storie o semplici episodi incredibili!

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    una pronuncia ancor più approssimata – non conosceva l’inglese, e di sicuro non lo conoscevano nemmeno i suoi parenti! – che si era ridotta a una forma molto onomatopeica e quasi priva ormai di connotazioni propriamente inglesi. Frase spettacolare che rende molto bene l’idea e rapportabile a tutte le lingue parlate da chi conosce le regole. Grande medicattore che non sei altro.

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    Solo tu potevi abbinare questi 2 discorsi. Duttu sei un Grande

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    Quando memoria, cultura e cuore danno vita ad un racconto straordinario. Complimenti Salvatore!!!

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    E’ bello riscoprire espressioni dall’inglese che nel periodo della seconda guerra mondiale o da i primi emigrati rientrati, all’inizio del secolo scorso dall’America, sono state fatte proprie dal popolo siciliano. Mi viene in mente la parola ” sichinienza” che da noi indica roba di scarsa fattura, e che molto probabilmente deriva da ” second hands” ,letteralmente roba di ” seconda mano” quindi ” scarsa”.

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    Che meraviglia! Non mi sorprendono,a pensarci, più di tanto, le tue narrazioni. Grazie amico mio per averci regalato le tue esperienze e il ricordo della tua mamma che,come ne parli e la descrivi, ci fai venire in mente la nostra.

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    Mi fa venire in mente la spiegazione che dà Camilleri del termine “scattiola” riferito ad una automobile, spiega che antenata della FIAT era stata una SCAT, Società Costruzione Automobili Torino

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    Gustosissimo, Totò.

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