“Minni di vergini”, un dolce dal sapore straordinario

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Sicilia gastronomica. L’appuntamento del venerdì con Antonio Fragapane

Antonio Fragapane

La storia che vi racconteremo si è svolta nel XVIII secolo in una località dell’entroterra siciliano (oggi nell’agrigentino), fondata dagli arabi intorno all’anno 830 d. C. e che gli stessi chiamarono Zabut, onorando l’emiro saraceno Al Zabut che proprio lì aveva fatto erigere un castello. Noi oggi la conosciamo come Sambuca di Sicilia, “Borgo dei Borghi” nel 2016, un paese che sembra stato calato dall’alto per aderire perfettamente alla sua collina e che guarda il mare africano dalla Valle del Belìce. Pieno zeppo di attrattive culturali e turistiche (dal museo delle originalissime sculture tessili dell’artista francese Sylvie Clavel al Teatro Comunale “L’Idea”, piccolo gioiello architettonico della metà dell’800, dalla pinacoteca “Istituzione Giambecchina” al caratteristico quartiere arabo, oltre al fatto che sambucese di nascita fu anche lo scrittore e letterato Emanuele Navarro della Miraglia), nonché archeologiche (da segnalare gli importanti scavi del vicino Monte Adranone, venuti alla luce a circa mille metri sul livello del mare, e la locale struttura museale “Palazzo Panitteri”, che custodisce una invidiabile collezione di reperti greci, punici, romani, bizantini e saraceni), Sambuca di Sicilia è anche la patria indiscussa di un dolce dal sapore straordinario, toccante quanto delicato: le Minni di vergini.

Le vicende della loro ideazione sono note, almeno quanto la loro fama. Tutto ebbe inizio con una particolare richiesta: Donna Francesca Reggio, diventata Marchesa di Sambuca per aver sposato Don Giuseppe Beccadelli, ordinò a suor Virginia Casale di Rocca Menna (del locale “Collegio di Maria”) d’inventarsi un dolce completamente nuovo, mai visto né gustato prima da nessuno, da far assaggiare agli ospiti di quello che la stessa marchesa considerava essere l’evento tra i più importanti della sua vita, il matrimonio di Pietro, suo unico figlio. Correva l’anno del Signore 1725 e suor Virginia ebbe un’idea, semplice ma rivelatasi poi assolutamente vincente. Per il suo dolce sensitivo trasse ispirazione dalla forma sinuosa dei colli che circondavano il suo paese e volle metterli all’interno della propria creazione, letteralmente, utilizzando quindi solo i prodotti tipici locali che quelle terre – da lei osservate ogni giorno – producevano da secoli. Ecco quindi concepito il magnifico amalgama di ingredienti: una piccola cupola interamente composta da pasta frolla, decorata con glassa e diavolina (minuscole palline di zucchero colorate), con all’interno un ripieno rigorosamente disposto a strati, nella parte superiore biancomangiare (una delicata e tradizionale crema di latte) aromatizzato con essenze di garofano e cannella e mischiato a tocchetti di cioccolato fondente, e alla base la zuccata. Immaginatevi, adesso, tutti gli ospiti di quello sfarzoso matrimonio di quasi trecento anni fa alle prese per la prima volta con una squisitezza del genere. Infatti fu subito un trionfo di gusto, assaggi, applausi e ovvie (quanto inevitabili) invidie tra gli invitati. Ma – allora – quei dolci, croccanti fuori e cremosi dentro, non avevano ancora un loro nome, non c’era stato il tempo per darglielo, infatti erano incredibilmente anonimi. Si sa, però, che la notorietà – soprattutto se conquistata “sul campo” – comporta onori ma anche oneri. Ecco, quindi, che la loro particolare forma unita al cognome della suora cui dobbiamo questa delizia, fecero sì che in pochissimo tempo furono maliziosamente battezzati dagli ammiratori – che man mano stavano crescendo sempre più in numero e importanza – come le Minni di vergini.

Sono state citate tra le migliori leccornie presenti su una tavola riccamente imbandita da Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo celeberrimo Il Gattopardo, il cui protagonista, il Principe Fabrizio Salina, a un certo punto, si chiede molto meravigliato come mai il Santo Uffizio, nel pieno del suo potere, non avesse vietato la loro produzione poiché irrispettosa della pudicizia cattolica. Sicuramente, aggiungiamo noi, ci sarà stato un motivo, e lo immaginiamo pure.

A questo punto, recatici a Sambuca di Sicilia, potremmo quindi dirci pronti all’assaggio e a sperimentare il connubio gustativo della consistente frolla associata al morbido ripieno. Ma, mentre ci si incammina verso la pasticceria, ci preme però mettere a conoscenza il lettore dell’esistenza di un altro tipo di Minni, quelle di Sant’Agata, tipiche della città di Catania, di cui la Santa è infatti la sentita Patrona. Queste ultime si ispirano all’episodio che vide la cristiana Agata torturata (con la recisione di entrambi i seni) per ordine del Proconsole romano Quinsiano, il cui morboso interesse fu respinto dalla giovane per motivi religiosi. Le Minni di Sant’Ajta sono però diverse da quelle sambucesi: come queste ultime hanno sì la struttura in pasta frolla, ma sono ripiene interamente di zuccata mischiata a trito di mandorle, ricoperte poi da una glassa di zucchero, si presentano bianche (in omaggio alla castità difesa con la vita) e con l’aggiunta di una ciliegina rossa sciroppata a simulare un capezzolo. Ottime anche loro, chiaramente, con l’invito ad assaggiarle entrambe, giusto per saperne disquisire.

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One Response to “Minni di vergini”, un dolce dal sapore straordinario

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    Gaetana Gueli Rispondi

    26/09/2020 a 8:21

    Non conoscevo questi approfondimenti culinari precisi e dettagliati che differenziano le due tipologie di “minni”.Interessante la storiografia che cattura attenzione e curiosità.Complimenti

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