Marco Antonio Alaimo, il principe dei medici che salvò la Sicilia dalla peste

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Molti, a Palermo, in quel lontano 1624 pensarono che a domare la terribile epidemia fosse stato l’intervento di Santa Rosalia. Riteniamo che la Santa poco avrebbe potuto fare se in terra non avesse avuto così valido collaboratore.

Marco Antonio Alaimo

Marco Antonio Alaimo

Correva l’anno 1897 quando Nicolò Tinebra Martorana dal pulpito delle sue Memorie e tradizioni fece partire degli strali all’indirizzo della “neghittosa” Racalmuto, rea di non aver ancora provveduto a “sacrare” almeno una lapide a Marco Antonio Alaimo, illustre medico nato a Racalmuto nel 1590; e il Tinebra furiosamente si chiedeva quando ella avrebbe persistito in “tanto scandalosa non curanza”.

Oggi siamo in grado di rispondere al quesito che lo storico poneva a se stesso e rimandava ai posteri: la noncuranza della “neghittosa” non è più “tanto scandalosa”, è stata per sempre “sacrata” una strada al buon Marco Antonio, ma soltanto e semplicemente “scandalosa”; cento anni sono riusciti a cancellare l’aggettivo “tanto”, ma lo scandalo resta.

Quest’anno, 1990, ricorre infatti, il quarto centeneario della nascita di Marco Antonio Alaimo e nessuno sembra ricordarsene, adoprarsi per rendere il doveroso tributo all’uomo che insieme a Pietro D’Asaro rese Racalmuto “venerata in estranee contrade”.

Ma vediamo di tracciare un breve excursus biografico di Marco Antonio Alaimo per chiarire ai lettori il perché di tanto clamore attorno a questo personaggio, grazie ai dati forniti da Nicolò Tinebra Martorana nelle sue Memorie ed anche dal Liber amicorum, repertorio biografico della medicina e delle scienze naturali, dove il suo nome figura accanto a quelli di Koch, Pasteur, Galeno, Ippocrate, tanto per citarne alcuni.

Nato a Racalmuto il 16 gennaio del 1590, già giovinetto si distinse per acutezza di ingegno tanto da “assorgere tra i suoi contemporanei”. Intraprese gli studi universitari a Messina dove “occupò indefessamente l’impegno della medicina, vastissimo campo e degno della sua mente”. Ottenne la laurea poco più che ventenne e dopo un periodo di specializzazione nella stessa città, si trasferì a Palermo, dove cominciò a “disimpegnare la sua professione e la sua dottrina”.

La sua tranquilla vita operosa fu bruscamente scossa dalla peste che nel 1624 sopraggiunse in Sicilia: tutti i cronisti, tutti gli storici che si intrattengono in quel luttuoso avvenimento chiamano il nostro compaesano il “salvatore di Palermo”.

Deputato della Sanità, egli, in quel frangente dette prova di notevole generosità e di inconsueta competenza nel prestare soccorso e cure alla gente colpita dalla malattia; fu l’anima di ogni salutare provvedimento, la “Provvidenza” per gli infermi.

Finalmente la peste fu doma. E anche se la tradizione a riguardo parla di mistiche coincidenze – il morbo fu debellato dopo il ritrovamento delle reliquie di Santa Rosalia in una grotta – riteniamo che la Santa poco avrebbe potuto fare se in terra non avesse avuto così valido collaboratore.

Dalle osservazioni e dalle riflessioni ricavate da questa terribile esperienza Marco Antonio Alaimo trasse materiale per il suo prezioso Discorso intorno alla preservazione del morbo contagioso e mortale che regna al presente in Palermo e in altre città e terre del regno di Sicilia, e a proposito della peste in questo suo libro scrive: “Fra le più grandi miserie e fra quei tre universali flagelli, la peste, la guerra, la fame a cui l’infelice vita degli uomini in questa gran mole dell’universo e inevitabilmente sottoposto giace, la peste a mio parere all’una e all’altra prepor si deve come quella di repente alle città attaccandosi al di là delle province intiere stendendosi, della ruina universale è cagione”: parole queste, degne del miglior Tucidide.

Il Senato lo proclamò benemerito cittadino palermitano: sul capo del giovane scienziato piovvero onori e poesie. Fu uno dei fondatori dell’Accademia degli Iatrofici di Palermo, nella quale fu quattro volte nominato “principe dei medici”.

Conosciuto e stimato in tutta Europa, Alaimo fu chiamato dal governo all’Università di Bologna, allora la più illustre al mondo, per occupare la prima cattedra di medicina, invito che umilmente declinò, così come declinò la proposta dei viceré di Napoli, Henriquez, di diventare protomedico del Regno.

Fra le sue opere, oltre a quelle citate, ricordiamo le brillanti Consultationes pro ulceris syriaci nunc vagantis curatione (1632) e il Diadection (1637), opera innovativa sulla preparazione dei farmaci: in merito a quest’ultimo testo, non è forse del tutto arrischiato indicare Marco Antonio Alaimo come uno degli anticipatori dell’attuale indirizzo omeopatico.

Ma forse il suo capolavoro è rappresentato dai Consigli politico-medici per l’occorrente necessità di peste: in essi, non trascurando l’elemento della solidarietà umana, l’autore, con sottigliezza e precorritrice lucidità di indagine, compiva un’accurata analisi del processo epidemico, individuando nei cosiddetti “atomi pestiferi” i portatori del contagio che si propaga attraverso il contatto cutaneo  o attraverso le via respiratorie.

Egli si dedicò alla descrizione attenta del morbo, delle sue conseguenze e in particolare all’enunciazione di efficaci forme di terapia preventiva. Morì a Palermo il 29 agosto 1662 e fu sepolto nella chiesa degli Agonizzanti, che lui stesso aveva fatto restaurare ed ivi fi fu eretto un monumento con annessa epigrafe.

Marco Antonio Alaimo fu quindi un valente medico che diede un importante contributo alla scienza, ma prima di ogni cosa fu un uomo che spezzò ogni sorta di onorificenza preferendo dedicarsi ai più deboli e ai più bisognosi.

Sarebbe stato interessante proiettare questa nobile figura nel nostro mondo, nel mitico Duemila, un mondo in cui è scomparsa la peste, ma si aggira fatalmente lo spettro dell’Aids, dove i diritti del malato vengono continuamente calpestati, ignorati, modificati, dove si può morire di parto o di aborto, e tutto al potere si sacrifica.

Da Malgrado tutto, maggio 1990

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