Ma per lui il nuovo era il passato

di | 13 Set 21

Ricordi. Se ne stava davanti alla solita edicola col giornale sotto il braccio

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Sempre con noi. Rileggiamo i suoi scritti

Venerando Bellomo

E se ne stava lì. Davanti alla solita edicola col giornale sotto il braccio, un profilo antico col naso adunco, affilato, gli occhiali di tartaruga, il berretto all’inglese. Stretto nel paletot di qualche decennio prima, che indossava con il riguardo che si ha generalmente per le cose nuove fiammanti. Ma per lui il nuovo, dall’abbigliamento alle cronache, era il passato, non quello recente, ma uno a metà con quello che la grammatica indicava come trapassato: che non trovava disciplina e paradigma sui testi scolastici, ma che stava in tutta la sua lapidarietà nella memoria.

Sotto quel cielo, come l’asfalto consunto, così come ormai da settimane, da mesi, attendeva forse qualcuno, uno dei suoi compagni, un suo discente, di quelli che aveva, in quegli anni fulgidi, formato nella sezione di partito e che dopo era diventato suo seguace: allievo di quelle dottrine che erano state piegate alla concretezza, al contingente, alle sue voglie.

E quello poi apparve, si materializzò quasi dal nulla: una sagoma imbacuccata che usciva da quella nebbiolina tipica che, in autunno, caratterizzava i boulevard del lungosenna.

Ed anche questo motivo di ambientazione, a ben vedere, secondo gli argomenti che gli erano consoni, era un segno rivelatore dell’internazionalità negletta del suo paese, tutta contrastante con l’isolamento gentiliano.

Ora, d’inverno, era Parigi. Diventava, poi, in primavera, il crinale erboso di Ortsei, ma anche Milano o Bruxelles. Ed era vero che un tempo, quello del mito e degli eroi, il civico consesso votó un lettera di saluto per l’esposizione universale di Parigi: in realtà un panegirico di se stesso (ma questo era un dettaglio).

E tutto, perciò, era accaduto  qui, ancor prima che si compisse secondo le cronache in scala  di maggiore ampiezza e rilievo.
Le alchimie politiche, le svolte sociali, quelle ecumeniche, quelle conciliari, lì al suo paese, erano già storia, prima ancora che la cronaca ufficiale le raccontasse, come se quelle avessero ingravidato la storia maggiore.

E lui non solo era stato presente a quei fatti mirabolanti, ma ne era stato protagonista, con l’alto incarico di separare, socraticamente, il bene dal male; benché gli altri, quelli che gli erano stati ridancianamente di contorno, ricordassero gli accadimenti da lui rievocati soltanto per fargli ora piacere, incerti se poi fossero davvero accaduti, almeno nei termini epici come li raccontava, o fossero pensieri balzani.

Capo di sommosse, sobillatore di animi, stratega della politica, condottiero di battaglie incredibili, unico superstite nello sterminio delle sue idee: capo.

E così, bastava aprire il quotidiano, mostrare i titoli di prima pagina, che indicava al muto interlocutore con l’indice nodoso, come del resto era diventato il suo pensiero, o quel che ne rimaneva, per avere l’esatta e costante dimostrazione del suo teorema: tutto era già accaduto qui.

Qualsiasi titolo lo trascinava nel ricordo, preciso, chiaro, che allo spettatore dei suoi monologhi, alla fine, non rimaneva che rendere testimonianza anche di fede.

Ma rimaneva dilaniato dal dubbio che non riusciva a risolvere: perché, se quello era l’ombelico del mondo, se ne erano andati tutti? Così anche sua figlia, che ricordava bambina afferrata alla sua mano, dai tempi dell’università, a poco a poco, si era distaccata e non aveva più fatto ritorno.

Si arrovellava sul quesito, non trovando risposta, né poteva chiedere ad alcuno il perché, cosa che avrebbe dimostrato la fallibilità del suo status.

E se il dubbio non ammetteva soluzione, altro non poteva significare che il quesito stesso non solo non andava posto e non esisteva, ma persino indignava.

Questa perciò era la strada da percorrere ed era cosa certa, ma come intavolarla era davvero complicato.
Sfogliando quel quotidiano alla pagina dei necrologi apprese della dipartita dell’illustre conterraneo, che ormai da diversi decenni, anche lui, aveva trasferito se stesso ed i suoi averi fuori dal paese, ed ora vi faceva ritorno: segno che le radici non erano del tutto recise.

E lui, che ricordava nei particolari il tempo glorioso di quando l’illustre studioso se ne stava lì, avrebbe partecipato, per dovere e per ruolo, alle esequie.

Ora era lì, accanto al sindaco fasciato dal tricolore, la municipalità e il maresciallo, tra le avvolgenti musiche gravi dell’organo e il profumo dell’incenso e della cera.

Con la coda dell’occhio, non distraendosi dall’omelia che il monsignore aveva preparato nottetempo con l’aiuto del colto maestro di cappella, ad uno ad uno li vide tutti.

Ne era passato di tempo, ma lui li riconosceva, anche se invecchiati: i loro occhi, lo sguardo, erano rimasti quelli di un tempo.
Ma perché erano andati via?

Fu così che gli apparve la soluzione al quesito posto: si imponeva una sanzione, tanto grave quanto giusta. Del resto, privo della sanzione, il precetto rimaneva meno di un consiglio.

Con la sua fervida immaginazione pensò ad un posto di dogana appena fuori paese, dove la rotabile faceva ingresso, lì lui stesso, abbigliato con una corale paramilitare guarnita dallo spallaccio e col berretto all’imperiale, avrebbe seguito di poco la guardia che controllava i documenti d’ingresso e dopo la domanda di rito sul tempo di assenza dal luogo, se superiore al ventennio, avrebbe pronunziato, con tutta la solennità austera che la funzione imponeva, snudando l’indice come una sciabola, l’extra omnes, cui sarebbe seguita la requisizione, già predisposta su pergamena e guarnita col sigillo di ceralacca, del sepolcro di famiglia.

Una mano gli toccò la spalla, ridestandolo dalla visione così reale tanto d’esser certo di avere sentito le voci e i profumi dell’aria.

Voltandosi rivide sua figlia. Qualche ruga segnava il suo viso ed una ciocca bianca spuntava tra i capelli: una lacrima non trattenuta gli solcò la guancia.

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