“Ma chi glielo fa fare?”

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E’ quello che Sciascia mandò a dire ad Enzo Alessi quando voleva rappresentare “L’onorevole”. L’attore e regista  racconta il suo profondo legame intellettuale con lo scrittore

Enzo Alessi

Era la metà degli anni Settanta quando lessi L’onorevole di Leonardo Sciascia. Rimasi affascinato; forte la denunzia sociale, forte la figura della protagonista, la signora Assunta. Decisi di rappresentarlo.

Conoscevo già Leonardo Sciascia tramite il prof. Pietro Amato e poi Alfonso Zaccaria e Antonino Cremona. Ed ho vivo il ricordo di un giorno a Fontana di Trevi a Roma dove mi trovavo con mia moglie. Una mano si posò su una spalla mentre ero seduto sul bordo della fontana e sentii una voce: “Chi fa stu sicilianu a Roma?”.

Era Sciascia che abitava poco distante da quando era deputato. Poche parole: lui che parlava poco, io che ero emozionato, mia moglie che quasi si nascondeva. Salutandomi disse. “È una città bellissima, ma a volte diventa brutta; non le cose, gli uomini”.

Per rappresentare L’onorevole ci voleva il permesso; mi indicarono chi rappresentava Sciascia, ma risolse tutto il prof. Amato. Mi riferì solo una frase di Sciascia: “Ma chi glielo fa fare?”. La frase aveva una spiegazione: Sciascia aveva proposto L’onorevole al Teatro Stabile di Catania, ma non aveva avuto che vaghe risposte. Altri non si erano proposti. Correva voce che il protagonista maschile, colui che sarebbe poi stato “onorevole”, veniva identificato con un deputato agrigentino allora in carica.

Con un gruppo di attori amatoriali misi in scena a Raffadali L’onorevole. Ne parlarono tutti i giornali siciliani, in particolare L’ora. Altre, poche repliche, poi lasciai perdere. Positivi i riscontri di pubblico e di critica, ma poche le richieste di rappresentazione. Sciascia non venne a vederlo; ma seppe tutto da Pietro Amato che venne a vederlo a Grotte.

Diversi mesi dopo incontrai Sciascia a Raffadali in una villetta di un ex emigrato raffadalese che aveva fatto fortuna in Svizzera. Tra Sciascia e questo emigrato si era stabilita in Svizzera una concreta amicizia. E così a Raffadali Sciascia mi disse che stava scrivendo un libretto che parlava di un vescovo di Patti, mons. Ficarra. “Se poi ti va, disse, puoi rappresentarlo; sempre a tuo rischio”.

Il libretto uscì, aveva per titolo Dalle parti degli infedeli. Lo sceneggiai (Un vescovo ribelle) e lo misi in scena a Porto Empedocle. Il pubblico si divise in due parti: chi applaudì (in prima fila Amato, Cremona, il prof. Francesco Burgio) e chi protestò (tra loro alcuni preti). Fu l’unica rappresentazione.

Poi si fece il Premio Empedocle; Sciascia presiedette la giuria composta tra gli altri da Andrea Camilleri, Cremona, Amato. Ebbe il premio, per il romanzo Montallegro, Jerre Mangione di Filadelfia ma originario di Porto Empedocle-Realmonte.

Poche altre volte incontrai Sciascia; non volevo andare alla Noce tra decine di persone. I suoi libri sono sempre nella mia biblioteca; erano, quando uscivano, anche la mia provocazione civile; per diversi giorni li tenevo in mano ovunque andavo.

E non voglio dimenticare che da una sua novella, Eufrosina (dalla raccolta Il mare colore del vino) con Alfonso Zaccaria  si realizzò un testo teatrale che assieme al Piccolo Teatro Pirandelliano di Agrigento portammo al festival di Pesaro. E sempre a Pesaro col Piccolo Teatro portai L’onorevole.

Camilleri, poi, dalla novella Western di cose nostre realizzò una sceneggiatura che Rai Due mandò in onda in due puntate con la regia di Pino Passalacqua e protagonista Mimmo Modugno. Presi parte allo sceneggiato con altri agrigentini.

Decisamente un legame intellettuale profondo con lo scrittore di Racalmuto. Sciascia mi manca.

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