L’uomo che inventò le frecce fischianti

da | 20 Dic 20

Il racconto della domenica

Ezio Noto

In un tempo lontano, in un villaggio governato da Igor, un terribile e sanguinario Re pastore, viveva un uomo pacifico, buono, pieno di inventiva e lungimiranza. Un visionario con grande intuito, istinto creativo che gli consentiva, suo malgrado, di avere molta visibilità, offuscando quella del Re e di altri notabili che non sopportavano questi affronti. Il suo nome era Flauto, l’ultima sua grande “colpa”? Avere inventato un’arma innovativa, considerata magica: le frecce fischianti. Nessuno in quei luoghi e in quel tempo aveva mai visto e sentito cose di questo genere. Avevano visto, costruito, maneggiato armi di tutti i tipi e misure: lance, cerbottane, clave, bastoni, coltelli, spade, veleni, fionde, pugnali ma armi che sfidassero l’aria e che suonassero anche, no. Tutto questo, e altro ancora, metteva in movimento un’altra arma da non sottovalutare, di cui erano assolutamente padroni nel Villaggio: un muscolo, che abita gran parte della cavità orale, la lingua. Più si era ignoranti, più invidiosi e meglio si sapeva utilizzare: i potenti, i notabili, gli pseudo storici locali, non dal popolo semplice che si incuriosiva alle novità di Flauto: «Sicuramente questa è opera del male, è magia, stregoneria, il maligno suggerito da Iblis!»

Un giorno mentre all’improvviso, un fortissimo temporale scaricava acqua, vento, fulmini, tuoni sul villaggio, Flauto si ritrovò fuori di casa e corse a ripararsi dalla bufera, sotto uno dei balconi di un imponente castello. L’antico maniero era abitato da un uomo anziano, lunga barba bianca e lunghi capelli, occhi grigi, o quantomeno lo descrivevano così, ma non per averlo visto ma solo dai racconti che si tramandavano oralmente. Si diceva che avesse avuto un passato sofferto, viveva lì da solo. Si narrava fosse stato per lungo tempo a soffrire lontano da tutti, dopo avere perduto la sua giovane e amata moglie e la sua bambina, il giorno del parto. Pare uscisse pochissimo, solo di notte e sempre da una porta secondaria che dava sul retro, verso un lugubre giardino, spoglio, pieno di sterpaglie, due alberi di quercia secchi e un misterioso pozzo. Si narrava in giro che quel pozzo, che nessuno aveva mai osato visitare, collegava il castello ad un luogo che nelle descrizioni somigliava al paradiso, e che l’accesso fosse consentito solo a pochissimi eletti che dovevano avere precise caratteristiche che conosceva solo il Vecchio: una pare fosse quella di non avere vergogna di guardare in faccia la propria coscienza. Flauto, poggiando le spalle al portone principale, si accorse che una fioca luce e una voce piena di riverbero, lo invitavano ad entrare, gli indicavano il percorso da seguire per ripararsi dalla pioggia. «Grazie signore per avermi concesso di ripararmi» disse Flauto. Nella penombra e in lontananza, non c’era il vecchio ad attenderlo ma una bambina che rispose: «Hanno deciso, verranno a prenderti nella tua dimora domani sera, ti vogliono giustiziare domenica al sorgere del sole, uccidendoti trafitto dalle tue stesse frecce fischianti».

In quell’attimo gli passò la vita davanti. Il suo primo pensiero non fu per la sua morte o per la sofferenza fisica che avrebbe provato, ma per la mancanza che avrebbero sentito le persone che gli avevano voluto profondamente bene. Poi provò un indescrivibile dolore per il dispiacere di doverle lasciare. Solo dopo si chiese chi fosse quella bambina e perché volesse proteggerlo. La cosa che gli lacerava l’anima era l’ingiustizia che avrebbe subito.

Creare, ricercare, costruire, studiare, approfondire non può essere considerata una colpa, addirittura da punire con la pena di morte. Flauto, era la prima volta che costruiva un’arma, non l’aveva mai fatto prima, aveva sempre riprodotto utensili vari, spesso di utilizzo comune. Quando pensò e costruì le frecce fischianti, lo fece perché era affascinato dalla grande Potenza dell’oggetto che da strumento di morte si trasformava in strumento che emetteva un suono, arte, dunque vita. Non pensò mai all’utilizzo del suono per la guerra, mai.

La piccola lo fissò negli occhi e gli disse «Abbiamo poco tempo, devi correre a portare un piccolo saluto ai due luoghi a cui tieni veramente. Fermati in quei posti un attimo, tocca la terra, chiudi gli occhi e sussurra semplicemente che partirai per un lungo viaggio e che quando le persone che ti vogliono bene ti penseranno, riceveranno segnali da te. L’ultima cosa da fare dovrai sceglierla tu. Vai adesso, ti aspetto qui domani prima che faccia buio».

Aveva smesso di piovere nel frattempo, Flauto scombussolato, con la mente piena da mille pensieri, aveva due certezze: una che aveva poco tempo, due che si poteva fidare di quella misteriosa bambina. Aveva lucidamente in mente i due luoghi da visitare, a cui era fortemente legato: uno racchiudeva la sua nascita, la sua formazione, la sua crescita, era il luogo dove era nato e dove nascevano le sue creature. Luogo che tante volte nei momenti di ira, di rabbia, per le forti delusioni, aveva odiato per le poche opportunità che offriva ad un uomo di talento come lui, ma che aveva sempre amato e dove voleva sempre ritornare. Volle andare lì per primo e passarci la notte, avvolto e vicino ai suoi ricordi, alle sue cose, I suoi arnesi, molti da lui inventati che lo avevano accompagnato nel viaggio creativo.

Entrò e vide tutto sotto un’altra luce, tutto era diverso, vedeva particolari a cui in passato non aveva fatto caso, notò come in quel disordine ci fosse la sua anima. Si fermò al centro della stanza, toccò il suolo, chiuse gli occhi e disse: «Partirò per un lungo viaggio e quando le persone che mi vogliono bene mi penseranno,riceveranno segnali da me».

Quando aprì gli occhi attorno a lui, ad ascoltarlo, c’erano alcuni degli amici che aveva perduto negli anni e che lo avevano incuriosito, stimolato, incoraggiato ad andare avanti:

Salvo Drepanon – scrittore amanuense, donatore sano di sapere e libri, dispensatore di affetto e cultura, motivatore, visionario;

Vitus Triokala – difensore degli uomini e delle donne, specialmente dei più poveri, degli ultimi, musico e poeta;

Tullio Rammuellah – cultore e studioso del volo degli uccelli, sedotto dal mito di Dedalo;

Pippus Camico–cerusico, amante della cultura, della buona cucina e dell’arte, dal cuore enorme;

Gaio Finziade–musico, straordinario suonatore di strumenti a corde;

Granado Kale Akte – cantore dalla voce arcana ed immensa;

Faucio Allavam – Banditore, amplificatore di voci e notizie.

Tutti assieme sorridevano a Flauto che in un primo momento si spaventò. Ma quando capì chi fossero quegli uomini comparsi dal nulla li abbracciò e li baciò tutti, uno ad uno. Conversò con loro a lungo, aveva tanto da raccontare, non li vedeva da molti anni, uno in particolare da ventisei. Erano andati via dal vivere terreno troppo presto, avevano aiutato Flauto ma prima di tutto avevano creduto profondamente nel suo estro, alle sue creazioni. Quando si diedero l’arrivederci, si accendevano le prime luci del giorno. Aveva ancora cose da fare prima che venisse sera. Si diede una rinfrescata al viso e si incamminò verso il secondo luogo scelto, il bosco della Taddarita non molto distante dalla sua bottega.

Si fermò vicino al laghetto, sotto un grande albero di carrubo, un punto di riferimento nel bosco, dove da bambino era solito incontrare gli amici e dove spesso aveva avuto l’ispirazione per creare. Toccò terra, chiuse gli occhi e pronunciò a fil di voce le frasi che suggerì la bambina del castello. Non appena aprì gli occhi, attorno a sé non c’era nessuno, ma udì arrivare da lontano un rumore di passi sopra gli aghi di pino e le voci. Erano le persone che gli volevano bene. Considerando che il tiranno lo aveva condannato a morte e se scoperti avrebbero subito gravi conseguenze, alcuni portavano un cappuccio, altri una maschera di legno. Mancava solo il suo caro amico Saltafosso, che non stava molto bene in quel periodo, ma che gli mandò comunque i saluti ed il sostegno. C’era “Il comandante Pirciali” un uomo che quando Flauto si era venuto a trovare in difficoltà nel corso della vita, in silenzio, e senza mai averlo fatto pesare lo aveva sempre aiutato. Quando incrociarono lo sguardo, i loro occhi erano diventati improvvisamente rossi e scese anche qualche lacrima. Portarono doni, cose semplici, piccoli portafortuna. Portarono la cosa più bella che riempiva il cuore di Flauto: la loro solidarietà, il loro appoggio.

A guidare il piccolo corteo c’era lei, un’instancabile donna, tutti la chiamavano Ilde nel Villaggio ma non era il suo vero nome. Si fermarono vicino al condannato e la donna invitò tutti a salutare Flauto. Lo carezzò come era solita fare fin da quando egli era ancora un bambino, lo baciò in fronte e lo tranquillizzò con alcune parole sussurrate. Poi andarono via.

Flauto pensò all’ultima cosa da fare a suo piacere, per seguire il suo viaggio e sfuggire all’esecuzione. Fece la cosa che pensò fin dal primo momento: raggiungere  in montagna, in un luogo chiamato Monte Reale, un pastore pittore solitario dal grande cuore.  Si chiamava Felice e abitando lontano dal villaggio e frequentando pochissimi suoi simili, non sapeva nulla della condanna di Flauto. Al suo arrivo Felice lo accolse come sempre, nel migliore dei modi, lo abbracciò ripetutamente e aprì la sua umile casa al caro amico. C’era un fuoco acceso e un tepore familiare. Erano soliti incontrarsi poche volte l’anno, ma i loro incontri diventavano un rito. Il cibo, il vino, le conversazioni sulle invenzioni di Flauto e sui vantaggi che Felice rivendicava del vivere l’arte godendo della solitudine e delle sue seicento fra pecore e altri animali. Costolette di cinghiale, e nel loro grasso le uova fritte con olive nere. Poi ricotta, formaggio, erbette spontanee, vino e fumo di vitusedda. Risero tanto, per lungo tempo,come sempre con le lacrime, del vivere, dei tiranni, dei servi del potere, di chi non possiede una sua opinione e delega gli altri per averla.

Non se la sentì di dirgli quello che stava accadendo, sapeva che ne avrebbe sofferto e avrebbe potuto fare qualche sciocchezza. Gli disse solo che per un periodo più lungo del solito, non sarebbe andato a trovarlo, ma che gli avrebbe comunque mandato dei segnali.

S’incamminò, dopo averlo abbracciato piangendo forte internamente.

Arrivò al castello. La bambina lo prese per mano e s’incamminarono per il giardino ora completamente diverso: rigoglioso, curatissimo, pieno di profumi ed odori meravigliosi. Frutti e fiori coloratissimi e bellissimi, tantissimi limoni gialli, ognuno in quel luogo sarebbe stato bene. C’erano due cagnoline bellissime a seguirli: una molto vispa, frizzantina dagli occhietti furbetti, l’altra calmissima, dagli occhi dolcissimi. Arrivarono davanti al pozzo che, come d’incanto, si aprì con un suono paradisiaco.

«Buon viaggio, Flauto!» esclamò la bambina. Lui toccò la terra, baciò la bambina e, seguito dalle cagnoline scodinzolanti, scese nel pozzo con gli occhi pieni di pianto.

Il Re lo fece cercare per molti anni senza esito. Nessuno ebbe più notizie di Flauto, tranne quelli che gli volevano bene. Ogni volta che ne avevano bisogno, come l’amico Felice, bastava pensarlo intensamente di giorno e come d’incanto la notte sentivano e vedevano passare nel cielo frecce lucenti ed infuocate che emettevano un fischio, un suono meraviglioso.

 

 

 

 

6 Commenti

  1. Francesco Micalizzi

    Nella narrazione dell’amore per la sua terra, del contatto con essa, Ezio Noto ha sempre dimostrato la sua preziosa sensibilità, straordinaria ed unica. Musicista, Autore, Uomo autentico, che continua ad arricchirci di stimoli e nuove attenzioni al valore delle “cose piccole” che abbiamo imparato ad ignorare . Complimenti!

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  2. CETTINA VIVIRITO

    che dolcezza questa favola! Ho immaginato il suono ammaliante delle frecce fischianti, il bosco, il pozzo, la bambina.. non smettere mai di sognare Ezio, sai trasformare tutto ciò che senti in luce, in bellezza, in musica..

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  3. Giuseppe Paternostro

    Un racconto davvero bellissimo, non credo che ci sia niente altro da aggiungere.

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  4. Enzo Pumilia

    Sei davvero un grande artista, ho letto tutto d’un fiato, ho chiuso gli occhi e ho visto Vito, l’indimenticabile, che come sempre è fiero di Te, e tanti altri amici in comune…
    Continua così, a 360°, il tuo talento è davvero impareggiabile…

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  5. Vito Rinoldo

    Complimenti Ezio. È un po’ il racconto della vita. I potenti hanno molta autorità ma poca autorevolezza.

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  6. Tonino Cipolla

    Un racconto, dentro il quale hai portato il tuo vissuto, sofferto e ricco di creatività artistica. Ed è proprio questa tua dote, quella che eleva l’animo tuo a produrre con fluida linearità, come accade in questa brillante esperienza, dove, ahimè, anche nella fantasia raccontata, la triste realtà si materializza ed anche in quel contesto, l’arte subisce il disprezzo e l’invidia e viene osteggiata con crudeltà, dagli ‘Aridi di emozioni’.
    La tua sofferenza l’hai resa partecipe nei cuori sensibili, come il tuo.
    Complimenti Ezio!

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