L’uomo che fermò il vento, ma non conquistò la Luna

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Il racconto della domenica

Agostino Spataro

Dragunera

Qualcuno ancora ricorda quella notte tetra, quando si scatenò una lotta furibonda fra ombre sataniche che misero a soqquadro gli an­gusti anditi del piccolo borgo annidato sulla collina dirimpetto al monte Atabirio. Una notte memorabile nella quale irruppe un vento rabbioso, proveniente dal Sahara, che sferzò il paese con folate di pioggia impastata di sabbia rossa. Un ingiusto flagello sopra gente at­territa e muta. In quella notte senza stelle e senza Dio, si udì soltanto la voce, terrea e potente, di Giosafat , il negromante.

“Citalena, citalena, sangu pazzu e focu eternu, alluntanati stu ventu malignu. Fermati dragunera ca staiu arrivannu!”

L’urlo cavernoso del vecchio sciamano squarciò la coltre di terrore che avvolgeva i catoi e sfidò il ghibli che, come un cavallo imbizzarrito, aveva galoppato per l’arido vuoto, volato sopra la stretta distesa del mare africano e ora erompeva nella notte oscura dei monti sicani.

Era la notte della “dragunera”, un vento sterminatore che terrorizzava i contadini. Un vero disastro che, per fortuna, giungeva assai di rado.

Simile a una tempesta profetica, sconquassava ogni cosa: i giardini d’aranci e d’ulivi, i campi di grano e d’orzo, le stalle e gli ovili e le ca­panne di stoppie per la vasta campagna.

Scuoteva anche le misere case di gesso che si tenevano, solidali, una con l’altra. Brandelli di luce, emanata dai lampioni impazziti, anima­vano le raccapriccianti creature del vento: ombre titaniche di case mi­nute e mostri volanti con arti pennuti.

Come in una lotta mortale di forze terribili, la dragunera sibilava fu­rente più di prima come volesse annientare l’intero villaggio per zittire, subissare quella voce, carica di disperato coraggio.

La voce precedeva l’ombra bislunga di un uomo canuto, incassato in un pesante pastrano dal quale penzolavano due braccia rinsecchite, aperte a forma di croce.

Stringeva una “citalena” con la quale tentava di rischiarare i furori del vento. Avanzò a fatica fino al centro della piazza grande e urlò più forte.

“Curri, curri cavaddrazzu ca lu chianu è tuttu to’, ora ju t’amminazzu e a la fini ti sdirrupu!”

Il ghibli ebbe come un respiro affannoso e poi cessò. Improvvisamente, com’era venuto.

Sotto un fascio di luce giallognola apparve il volto estenuato di Giosafat. Stanco e vittorioso.

Chi era veramente Giosafat? Non fu mai chiaro chi fosse effettiva­mente quest’uomo: un impostore o un ingegno balzano, un mago o un seguace del demonio, l’arcano o il nulla…

Addirittura, per l’arciprete poteva essere figlio del demonio o Satana in persona il quale, con la scusa della magia, tentava di ammaliare quella massa d’ignoranti contadini.

In realtà, Giosafat era un poveraccio, un millemestieri che si esercitava in giochi di magia e in molteplici attività sperimentali. Con risultati assai deludenti,  pessimi.

Il suo cruccio era quello di vedersi riconosciuto come inventore di quei strani congegni che fabbricava nel sottoscala.

La gente lo derideva o lo temeva, mai lo apprezzava.

Egli si sentiva un genio con le ali purtroppo tarpate dal pregiudizio po­polare.

Lavorava in solitudine, lontano da occhi indiscreti, dentro una grotta millenaria, sottostante l’abitazione familiare, forse residuo di una tomba sicana.

Sarà stata sepolcro di un principe o una più umile dimora?

Per la gente era la grotta di “fimmina morta” poiché, molto tempo prima, vi era stato rinvenuto il cadavere, quasi intatto, di una bellissima dama forestiera.

Come arrivò o chi la portò in quell’antro? Mistero. Un altro mistero scavato nel sottosuolo di questo borgo apparentemente banale, senza storia, avvolto in un realismo magico o tragico che tende a disperdere la sua esile identità.

Il vento si acquietò e portò via quei mostri vaganti. Dalle porte di lindi catoi uscirono uomini atterriti e tentennanti, andarono verso la piazza grande per vedere l’uomo che aveva vinto la dragunera.

Giosafat, spogliato del suo manto ombroso, apparve in tutta la sua scheletrica potenza.

Ieratico e ancora tonante, ringraziò le arcane potenze per avergli ac­cordato la vittoria contro quel vento maligno. Raccolse tre pugni di sabbia rossa e si asperse il capo e le vesti e così parlò alla folla invisi­bile e sgomenta:“Non per voi, ma per me, solo per me, è venuta la dra­gunera …ma anche sta vota, comu vinni s’inn’à jutu…A mani vacanti. Ancora cci nné ogliu a la lampa e forza a la catina. Non è questo il se­gno del mio destino!”

Le parole uscivano a fiotti dalla sua bocca decrepita e bavosa. Nessuno capiva il loro significato ostentatamente esoterico. Come se stesse parlando con un’entità lontana, con qualcuno con il quale aveva un conto da regolare.

Secondo lui, la dragunera altro non era che strumento di una perfida congiura ordita, a tradimento, dalla Signora nera per accopparlo in sonno.

La sua morte prematura avrebbe spezzato la venerabile Catena.

Giosafat si era autoproclamato uno dei cento uomini prescelti per for­mare la Catena che regge le sorti dell’ignara umanità. A ciascuno di loro era stata affidata una copia del “Rutiliu”, il libro delle Verità fon­damentali, contenente la summa dei poteri e dei saperi occulti.[1]

Il Libro, che nulla aveva a che fare con la vulgata biblica, era stato stampato, secoli prima, in soli cento esemplari e conferito, per le vie dell’arcano, a ciascuno degli eletti, con l’obbligo di trasmetterlo al suc­cessore predestinato.

Un libro segreto che a Giosafat fu affidato da un ufficiale morente sulle montagne del Carso, con la preghiera di recapitarlo a un medico di Roma che non riuscì a trovare, durante la sua breve permanenza nella capitale. Era morto anche lui o il destino volle che il Libro finisse nelle sue mani?

E, una volta che lo aveva, se lo tenne.

Qualcuno bene informato diceva che fosse un testo di magia nera, riservato agli iniziati predestinati.

Il libro conferiva al suo possessore un potere immenso: poteva tra­sformare le immagini raffigurate in entità viventi e comandarle a suo piacimento.

Un eletto che lo volle incontrare gli disse: “Ricordati fratello con questo Li­bro possiamo fare solo il male, non il bene. Solo il male… Ricordati.”

Con il “Rutiliu” in mano, a Giosafat pareva di spogliarsi delle povere vesti quoti­diane e d’indossare il manto di un potere soprannaturale.

Nessuno aveva mai visto quel libro malefico. Nemmeno i suoi di fami­glia. Era un argomento tabù. Egli stesso ne accennava assai raramente, solo per minacciare qualcuno. Non voleva usarlo perché temeva che una volta attivato il “meccanismo” potesse causare gravi danni ai dub­biosi, a tutti quei cretini suoi detrattori.

Nonostante ciò, taluni continuavano a deriderlo. Giosafat li fulminava con il suo sguardo di fuoco e li aggiungeva nella lista nera.

Alcuni, invece, seguivano i suoi racconti, si lasciavano suggestionare dalle sue sicumere, dai suoi terribili scenari.

Ci teneva a precisare che il mero possesso del Libro non faceva la po­tenza del suo possessore. Ogni “anello” della catena doveva essere dotato di un fluido speciale. Nelle mani di un soggetto profano, il Ru­tilio perdeva “la so putenza, la so forza svanisci. Senza lu fluidu nun si po’ usari”.

A detta di Giosafat, il libro conferiva al suo detentore un enorme po­tere divinatorio e metamorfico.“Tutto quanto c’è stampatu vivu addi­venta.” [2]

Vi erano raffigurate immagini terrificanti: serpenti e draghi orripilanti che avrebbero messo in fuga perfino la “bestia” dell’Apocalisse; arci­gni guerrieri dotati d’ armi distruttive e Satana, in mille forme, che blandisce e tormenta la debole umanità, secondo il suo capriccio.

Nel Rutilio era contenuta tutta la forza del Male invisibile che poteva essere liberata, anche in parte, a comando di uno degli eletti possessori.

Volendolo Giosafat avrebbe potuto scatenare la furia devastatrice di quelle immagini. Più di una volta, era stato tentato. Lo aveva fin’anco minacciato, pubblicamente, se non altro per dare una lezione al prete che dall’altare lo perseguitava e a quei furfanti increduli del circolo dei “Civili” che lo sfottevano da mattina a sera.

 

  • Di fronte a tale, oscuro fenomeno la gente si mostrava incerta, spaventata. Paradossalmente, le maledizioni del prete contribuivano ad accreditare la nefasta potenza di quel vecchio invasato e le presunte minacce contenute in quel libro diabolico.

In paese, nessuno si azzardava a contrariarlo anche quando annunciava nuove, portentose scoperte della scienza occulta miranti a combattere le terrificanti epidemie che sarebbero state importate dalla Luna, re­centemente “conquistata”.

L’unico che mal sopportava queste spacconate era Turiddru “diun­terra”, esorcista abusivo operante in tutto il circondario sotto le mentite spoglie d’ingranditore di fotografie di parenti emigrati o defunti.

Quel “Diunterra” era un epiteto sarcastico, uno sfottò del popolo, ma zi Turiddru, a forza di sentirselo ripetere, un po’ vi si affezionò, comportandosi come un incaricato dell’Altro che sta nei cieli.

Per Diunterra, Giosafat era un ignorantone, un pezzente che fantasti­cava spinto dai morsi della fame:

“Dategli un osso e vedrete che la smetterà di millantare tutta questa confidenza con la sublime arte dell’Occulto. Se mangia smette.”

I due si detestavano, reciprocamente. Si tenevano a debita distanza per evitare lo scontro diretto.

Giosafat lo ripagava con la stessa moneta, sfidandolo a ogni piè so­spinto: “Diunterra? Un imbroglione che con la scusa di lu ritrattu ar­robba li genti… Latru di passu! Lo sfido davanti a tutti: io sono pronto, unni e comu voli. Cu un corpu d’occhi l’abbrusciu stu rinnegatu…Ju sugnu di la Catina e iddru è nenti”.

Non si sa se per prudenza o per tacita intesa, i due non arrivarono mai a un confronto diretto.

Prova d’ombra, ritorna la teoria geocentrica

  • Come detto, Giosafat era un uomo d’ingegno, uno spirito origi­nale, inquieto, bizzarro e un tantino supponente. La sua arte sconfinava in vari campi. La sua bottega, pardon il suo “laboratorio”, era luogo prediletto per una molteplicità di mestieri utili ma non indispensabili. Era una sorta di tuttofare. All’occorrenza, riusciva a essere fabbro, cal­zolaio, stagnaro, falegname, vetraio, elettricista e anche alchimista, mago, astronomo.

In tempi di magra, non disdegnava i lavori in campagna, come brac­ciante e putateri.

Non aveva frequentato scuole. Era un autodidatta.

Dominava le sue arti con la sapienza acquisita dall’esperienza e con una pazienza davvero certosina.

Inconsapevolmente, partiva dal principio leonardesco secondo cui l’inventore, il costruttore devono basare la loro scienza sull’osservazione della realtà dei fenomeni e delle cose semplici; sulla esperienza diretta, personale che consente una più agevole individuazione delle cause generatrici e motrici e quindi le applicazioni scientifiche, gli esperimenti di laboratorio.

Da ciascuna di tali arti cercava di astrarne l’essenza cioè la scienza pura.

Il “laboratorio” era installato in una grotta, sotto al piano stradale di una piccola via dove le case erano pertugi, umidi tuguri.

Amava vivere in solitudine, dentro quella caverna (forse) preistorica.

La famiglia abitava al piano rialzato un po’ per conto proprio. Con la moglie, con i figli si vedevano per il pasto, quando c’era.

Accanto, (muru cu muru) c’era la linda stanzetta della zia Fifa, religio­sissima e timorata di Dio, la quale sospettava che il vicino trafficasse con il demonio. Era lei l’informatrice di patricipreti (arciprete).

Ogni notte, udiva Giosafat imprecare, urlare frasi sconnesse mentre armeggiava con il martello e con una morsa arrugginita che strideva a ogni mandata. Zia Fifa si domandava: che cosa stringe?

Temeva il peggio, specie quando sentiva uscire un odore acre di fumo di “grassolio” (petrolio) dal “gattaloru” in basso della porticina che si­gillava il tugurio, a chiunque interdetto.

Trascorreva gran parte della giornata e della nottata, rinchiuso nel la­boratorio. Raramente si affacciava nella vicina piazza principale.

E quando accadeva era come un’apparizione inquietante o divertente, se­condo il punto di vista.

Lavorava in quel fosso, alla luce di una candela o di una de­bole lampadina elettrica. Non desiderava esser visto all’opera. Teneva lontani i curiosi, soprattutto i ragazzini che lo tormentavano con i loro pesanti scherzi da oratorio. Non ammetteva interferenze nemmeno dei più intimi congiunti i quali, per altro, temevano che, prima o poi, con i suoi esperimenti avrebbe fatto saltare in aria la casa.

Una volta, dal barbiere annunciò che avrebbe intrapreso un esperi­mento per realizzare un prodotto più “putenti di la taramita (dinamite) di mastru Nardu”, suo detrattore e concorrente in fatto di esplosivi.

In giro si parlava della dinamite, ma solo pochi ne avevano costatato gli effetti distruttivi. Nessuno sapeva che era stata inventata da un certo Nobel, uno svedese molto sensibile alla scienza e alle arti, che, forse, tormentato dal rimorso, per espiare il fio creò il premio omonimo.

L’annuncio fece scattare l’allarme in tutto il caseggiato.

La moglie non riusciva a prendere sonno, stava sempre “cu na vricchi all’allallamicu”. Aveva paura che, da un momento all’altro, poteva succedere il finimondo.

Giosafat, imperterrito, continuava gli esperimenti nel massimo riserbo.

Temeva le intrusioni, i sabotatori, le spie specializzate in sottrazione di brevetti.

“Sotto forma d’agnello, i lupi girano…per papparsi l’agnello vero.” – soleva dire.

Incompreso e dileggiato dal popolo “gnuranti” e incapace di capire an­che i fenomeni più elementari, il vecchio negromante non amava la compagnia. Parlava raramente quasi sempre per annunciare un nuovo brevetto, la riuscita di un esperimento del quale dava, a richiesta, una sintetica spiegazione. Chi capiva buon per lui, chi non capiva peggio per lui.

Intavolare una conversazione con quella gente era tempo perso. Usava, volutamente, un linguaggio contorto, quasi ermetico; parole strane, inaudite che spaziavano fra scienza e superstizione, fra stregoneria e fantascienza, fra universi misteriosi e banalità dozzinali. Un pensiero aggrovigliato, confuso, frutto di una mente certamente fervida, ma scarsamente illuminata dalla luce della scienza.

Memorabile restarono alcune controversie fra Giosafat e un gruppetto di studenti. Una metafora dello scontro più vasto e generale fra il “vec­chio” e il “nuovo”, fra una cultura morente e una nascente che, però, non si sapeva di chi fosse figlia e, soprattutto, quali fossero le sue fina­lità.

Generalmente, tali confronti avvenivano nella bottega di zi Tanu Ben­dico, il sellaio, ch’era in piazza, dove si andava nei pomeriggi di piog­gia ad ascoltare “cunti”, “passate”

Quel giorno la discussione verteva sull’eterno dilemma: la Terra è tunna o quatrata?

I ragazzi, questa volta, osarono fin dove nessuno mai a Realturco. Pro­clamarono, infatti, che la Terra è “tunna”, ha forma sferica e che gira intorno al Sole e non viceversa. Era questa la prima volta che in paese veniva affermata e proclamata, in pubblico, la teoria eliocentrica.

Giosafat ebbe come uno scatto d’ira, li aggredì di mala manera: “Chi nni capiti vantri! Sticchiareddri. La Terra è piatta, é ferma, non gira. A girarle intorno è l’universo mondo, le stelle, la luna e il Sole che, non a caso, “nasci e tracoddra”, ogni giorno.”

Era una sua convinzione empirica che, però, poteva far leva sul fatto che la Chiesa ancora formalmente non l’aveva rinnegata.

La discussione rischiò di degenerare. Fu fermata in tempo da zi Tanu il quale, oltre a offrire ospitalità, doveva sorbirsi certe espressioni offen­sive, d’intemperanza che potevano disturbare la clientela.

“Bah! Picciò, itivinni a passiari ca cà amu a travagliari…”

A ben pen­sarci quella disputa dal sellaio si svolse una trentina d’anni prima che Giovanni Paolo II, a quattro secoli dalla condanna di Galileo, ammet­tesse l’errore del Sant’Uffizio.

 

  • In fondo, Giosafat interpretava, a suo modo, la dottrina uffi­ciale della chiesa e il sentimento del popolo che la condivideva non tanto in ossequio degli antichi decreti, ma per il terrore di dover accet­tare l’idea che il Pianeta vagasse, sospeso, nell’universo incognito, senza uno stabile ancoraggio.

Nell’incertezza, è preferibile lasciare le cose come stanno.

Bollando il pisano, i Padri del santo tribunale vollero rassicurare l’umanità più umile sulla stabilità della sua residenza sulla Terra. Al­meno questa certezza bisognava darla.

Da una superficie piatta e ferma non si poteva precipitare negli abissi cosmici. Da una sferica e vagante invece…Bisognava avere sempre a portata di mano il paracadute. E, ammesso di poterlo indossare in tempo utile, dove avrebbe sballottato i paracadutati?

Copernico, Galileo? Chi erano costoro? A Realturco non si avevano notizie dei loro clamorosi dissensi. Solo qualcuno aveva sentito dire che Galileo, messo alle strette (letteralmente), ritrattò, rinnegò la sua strampalata teoria elio­centrica.

“Munnu a statu e munnu è” recita un detto della sapienza popolare, per ribadire una concezione statica del mondo che faceva comodo un po’ a tutti.

Anche a Giosafat, il quale temeva che le idee nuove avrebbero potuto travolgere la sua “scienza”, il potere misterioso del suo “Rutiliu”.

Il vecchio si atteggiava a custode della “verità”. Se la prendeva con la scuola, con i libri che favorivano comportamenti irresponsabili.

“La curpa è dei tanti libri che vi danno a scuola. Tutta roba superflua, pericolosa. Prima a scola si ci iva – cu ci iva – cu un quadernu pi scri­viri sutta dittatura (dettatura). Nuddru n’aviamu libbri e c’era la paci. Di libri ne bastano due: la Bibbia, il libro santo della chiesa, e il Ruti­lio, il libro magico della “Catena”.

Voleva dire che, per secoli, il villaggio era vissuto nella pace edificante della fede, al riparo delle grandi rivoluzioni.

Ora questi giovani contestatori stavano portando la loro verità libresca nei circoli, nelle barberie, nelle botteghe, ecc. In mezzo al popolo “nuccenti”.

Giosafat intravide il pericolo di una contestazione forte, mirata a scon­volgere quella realtà immutabile, dove anche lui, maledetto dal prete, trovava posto. D’altronde, si era agli inizi degli anni ’60 (alla vigilia di quel fatidico “68”) e nell’aria si avvertiva l’alito di un nuovo pensiero che avrebbe messo in discus­sione il vecchio mondo e l’ordine morale esistente.

“Maledetti libri! – certe volte urlava – È vero: il sapere non può essere elargito a cuor leggero. Può traviare gli spiriti semplici”.

 

  • Non poteva consentire a quei quattro sbarbatelli presuntuosi di avvelenare l’acqua dei pozzi dove il popolo si abbeverava. Decise di accettare la sfida. Continuò la guerra contro gli studenti.

“È nnutuli ca parlati cu lu tischi toschi; comu dici lu proverbiu: munnu a statu e munnu è. E così sarà pi sempiri, pi l’eternitati”.

La solita solfa. Non era un argomento, ma un luogo comune.

Gli studenti sciorinarono un diluvio di citazioni intercalate da una sfilza di “cioè”. Non si capiva se per convincere gli astanti dubbiosi o loro stessi che li recitavano.

“Chiacchiari, chiachiari! Farsa pulitica. Andiamo ai fatti.”

Tagliò corto il vecchio che voleva uscire dal terreno per lui scivoloso, incognito, delle teorie libresche.

“Nenti, nenti. Chiacchiari persi su li vostri. Andiamo ai fatti, alla di­mostrazione pratica da effettuare in pubblico, alla luce del sole…

La terra é ferma, ben piantata, altrimenti l’acqua si riverserebbe nello spazio cosmico. I mari, i laghi, i fiumi, perfino i pozzi della Fontanazza si svuoterebbero.

Vuliti na prova? Ebbeni sia! Pigliati un catu d’acqua e fatilu girare a rota. Vidriti ca nun ni ristirà acqua a lu funnu.

La Terra è ferma, é lu suli ca firria ntornu. Nun c’è dubbiu. E la prova è l’ummira (ombra). Nun ci criditi? Dumani matina vi aspettu in piazza Italo Balbo e vi dimostrerò la me ragiuni.”

Il posto si prestava all’esperimento, poiché fino a una certa ora del mattino era avvolto per metà dalla luce solare e per l’altra metà da om­bre dense, figlie della notte estenuata.

Il vecchio si sedette nella parte ombrata e così parlò agli astanti intervenuti: “Mi raccumannu, taliati unni sugnu assittatu, unni é la seggia. Lu viditi è all’ummira! ”

In pochi minuti, avvenne una piccola rivoluzione: il sole prosciugò l’arena di quell’ombra e illuminò il volto di Giosafat trionfante per il successo dello “sprimentu”. Si sciolse in un sorriso sarcastico e pro­clamò la vittoria sulle fandonie di quei studenti presuntuosi:

“Lu vidistivu cu li vostri stessi occhi: fermu eru e fermu sugnu. Non mi cataminavu di un millimitru. Eppuru…Ah! Ah! Quarchi cosa è cangiata: prima eru all’ummira ora sugnu a la luci…di lu suli. Eccuvi la prova ca è lu suli ca gira ntornu a la Terra e no lu cuntrariu…”

La Luna nell’acqua

  • L’altro, memorabile confronto si svolse una sera, sempre nella stesa bottega del sellaio, intorno a un tema di grande attualità: la “con­quista della luna”. Stavolta, Giosafat trovò pane per i suoi denti (che non aveva). Si accese, infatti, una disputa fra lui e il solito gruppetto di studenti a proposito della corsa spaziale fra i russi (che per primi erano riusciti a inviare un uomo nello spazio) e gli americani che li stavano inseguendo, puntando alla conquista della Luna. Un obiettivo molto ambizioso che se fosse stato conseguito avrebbe bruciato il primato dei sovietici.

Il vecchio sentenziò che “mai e po’ ma”, né gli uni né gli altri avreb­bero potuto conquistare la Luna. Ne era certo, anzi certissimo.

“Mpussibili!”, tuonò, mentre un filo di bava gli colava dalla sua bocca a forno.

“Russi, americani mai potranno posarsi sulla Luna. Mbrogliu c’è. Sulu li fissa ci ponnu cridiri a tali mbamità. Pirchì dovete sapiri che la Luna non esiste, è solo un effetto ottico…di l’occhiu. Sulu li foddri, i pazzi ci cridinu; dicinu ca acchiananu e scinninu di la Luna. Sulu li pazzi, li pueta e li babbasuna comu a vantri ci cridinu. Cu havi un pocu di sintimentu in testa nun ci cridi. Poviri babbi! A veru, babbi!”

La presa di posizione, negazionista su tutta la linea, suscitò le reazioni, piuttosto scomposte, degli studenti che – come il solito – si appellarono ad articoli di giornali, di riviste specializzate, a saggi scientifici, ecc.

Fra gli astanti, molti parteggiavano per gli studenti. Quel vecchio era ormai fuori di testa. Voleva avere sempre ragione.

Nonostante l’evidente ostilità dell’uditorio, Giosafat passò al contrat­tacco.

“Vi sfido. Anch’io sono capace di “prendere” la luna, con le mani, di conquistarla senza bisogno di missili e di astronavi. Anche voi ci putiti pruvari. Ma è tuttu un inganno. Vi parrà di afferrarla, di prenderla, ma a la“stringiuta” resterete con le mani vacanti.”

 

  • “Come? Come? Cosa è questa storia? Ci faccia vedere?”, replica­rono i saputelli della prima fila.

Detto fatto. Giosafat, con fare pensoso, circospetto, guardò in cielo e vide una gran luna a perpendicolo.  Strinse il laccio intorno alla vita per fermare i pantaloni che minacciavano di lasciarlo in mutande, si passò un paio di volte la mano sul mento, quasi a volere spremere tutta la sapienza imbrigliata nella sua barba incolta, scraccò (sputò) per terra e chiese al vardiddraru di prestargli una bacinella piena d’acqua.

“Viniti cu mmia”, si diresse verso il centro della piazza.

Posizionò il bacile e fece rasserenare l’acqua. La luna, prima barcol­lante, si fermò, luccicante, sulla superficie dell’acqua.

“Ecco, dunque. Comu viditi, qui c’è la Luna. È qua dentro, a portata di mano. Ora cercherò di agguantarla, di afferrarla con le mani…”

A più riprese affondò le sue mani rinsecchite, penetrò l’immagine, tentò di afferrarla. Ma invano. La Luna si scomponeva, sfuggiva come un’anguilla, non si lasciava prendere.

“Ora, pruvati vantri ca vi sintiti sperti, ca iti a la scola. Videmu si siti capaci di afferrarla, di conquistare la luna? Pruvati, pruvati!”

Nessuno provò. La rinunzia fu per Giosafat  la conferma, la prova della loro resa.

“Vi lu dissi e vi lu ripetu: la luna non esiste come corpo, è soltanto un’illusione. Solo i pazzi…i pazzi e i poeti…” Gli scappò un sorriso tetro, avvelenato. Si stava gustando il meritato trionfo.

Ma quei calabroni non si diedero per vinti, Risposero con i sorri­setti beffardi e borbottii ai più incomprensibili.

Qualcuno gli pose una domanda a bruciapelo: “Ma vossia comu fa a diri che la Luna non esiste?”

Seccato per la nuova punzecchiatura e non avendo una risposta pronta a quell’insolente domanda, Giosafat  ricorse a una delle sue solite invettive: “Stic­chiareddru! Chi fa ancora dubiti di la me scienza? Ancora havi a nasciri chiddru ca mi po’ mettiri dintra lu saccu. Tu hai li libra di la scola ca su nenti. I haiu lu“Rutiliu” e si vogliu t’abbrusciu.”

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[1] Potrebbe trattarsi dell’Almanacco Perpetuo, composto nel XVI° secolo, da Rutilio Benincasa Cosentino.

[2] Secondo la “Treccani”, alcune leggende attribuiscono a “Rotilio” un esperimento di richiamo in vita per svelare i misteri del-    l’oltretomba. Esperimento fallito per la negligenza di un servo.  Da sottolineare un’analogia con una leggenda bretone dove scopo dell’esperimento è il conseguimento dell’immortalità.

(Questo testo, in forma ridotta, è stato pubblicato, con altro titolo, in “La Repubblica” del 30/8/2002)

 

 

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One Response to L’uomo che fermò il vento, ma non conquistò la Luna

  1. Avatar

    Giovanna Li Volti Guzzardi Rispondi

    30/05/2020 a 3:12

    Un racconto fantastico che avvince dal principio alla fine con tutti i problemi che si espandono ai protagonisti.

    Il nostro Grandissimo Autore il Senatore Agostino Spadaro, ci regala sempre emozioni senz afine nei suoi memorabili racconti.

    Complimenti e augurissimi con tanta stima e affetto.
    Un caro abbraccio con tanti dolci ricordi nel cuore!

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