L’ultimo dei chierici vaganti

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E da goliardo quale è, Piscopo qualche giorno fa l’ha fatta grossa

Giuseppe Maurizio Piscopo

È l’ultimo dei chierici vaganti, una sorta di stupefatto e sbalorditivo superstite. Eterno studente girovago, ha vagato per il mondo al fine di addottrinarsi non tanto seguendo una lezione canonica, neppure frequentando un’aula universitaria. Giuseppe Maurizio Piscopo ha costruito il suo curriculum dentro alle sale da barba, imparando a suonare la fisarmonica ma fuori dai conservatori. Piantando tenda soprattutto a Parigi (tanto per citare una delle tappe della sua topografia esistenziale), teatro di incontri fulminanti, di esperienze inenarrabili. Chi scrive ha ascoltato dalla sua viva voce resoconti sovente irresistibili, che stillano dall’inizio alla fine umori picareschi.

I chierici vaganti vennero chiamati a un certo momento goliardi: aperti alle più disparate esperienze dalla vita, erano in grado anche di alleggerire la serietà del sapere, sottraendo peso alle cose, optando per la parodia, la caricatura, l’arguzia spiazzante.

E da goliardo quale è, Piscopo qualche giorno fa l’ha fatta grossa: in una sala da barba di Palermo, forse la più bella, è stato insignito della laurea in Serenate e suonate dei barbieri. Presentando una tesi sui barbieri quando partivano per la lontana Merica rilegata a dovere, coi caratteri d’oro in copertina.

Chi ha avuto modo di seguire la cerimonia a un certo punto s’è trovato nel bel mezzo di un viaggio nel tempo, in un’America seppiata, quando bisognava dar prova di sana e robusta costituzione e di attitudine professionale. Arrivavi negli States per fare il barbiere? Dovevi dimostrare di saper fare barba e capelli. Fin qui, troppo facile. Per superare quella prova, all’aspirante barbiere si chiedeva di fare la barba a un palloncino cosparso di schiuma.

Un momento della cerimonia

La ricostruzione è circostanziata: a farla è il decano dei barbieri, ossia il padrone di casa Franco Alfonso, che sciorina con grazia un fatto realmente accaduto. Ed è come trovarsi davvero a Ellis Island: il cimento è rischioso, una missione quasi impossibile: la mano del giovane candidato trema, oscilla, pericolosamente vibra. Ci vuole un attimo e il palloncino scoppia, come pure il pianto del figaro silurato. Il quale però si appella alla clemenza della corte chiedendo una seconda possibilità. Che gli viene data l’indomani, ma questa volta il candidato potrà contare sull’aiuto di un suo conterraneo. Un falegname nella fattispecie, che realizza un rasoio a regola d’arte ma rigorosamente di legno. La trovata è geniale: il giovane fa pelo e contropelo al palloncino, che rimane miracolosamente integro.

A questo punto il padrone di casa si allontana un attimo: apre un espositore, prende qualcosa, ritorna mostrando alla stregua di un trofeo, sentite sentite, il finto rasoio in legno. Un colpo di teatro che diverte gli astanti.

Si va avanti con la cerimonia: ora è il momento in cui il laureando discetta presentando il suo lavoro. Ne viene fuori un cortocircuito di proverbi, aneddoti, ricordi, una performance pirotecnica che dà la misura dell’anima drammaturgica di Piscopo, della sua vocazione al canto, del suo apostolato laico in qualità di custode di un mondo, quello dei barbieri ad esempio, sull’orlo della sparizione.

Lo ascolti e percepisci la sua capacità di meravigliarsi (oltre che di meravigliare). Si legge, nel guizzo del suo sguardo, lo stupore e il candore, un mix che lo ha sempre accompagnato nella sua carriera di maestro.

Da sinistra: Salvatore Ferlita, Maurizio Piscopo, Franco Alfonso

Tornato in Sicilia, infatti, Piscopo ha messo la sua esperienza e la sua formazione eterodossa a servizio dei bambini, nella veste di maestro (una sorta di monumento ai caduti): ha insegnato a leggere, a scrivere, a far di conto, certo. Ma sempre pronto a invertire i ruoli, a ribaltare le postazioni: perché egli ha spesso abbandonato la cattedra per imparare dai suoi alunni, ascoltandoli senza paternalismi. Facendosi bambino tra i bambini.

La laurea in questione costella la sua uscita dalle scene scolastiche: si stenta a credere che Piscopo non andrà più a scuola portandosi appresso i suoi strumenti, le radio da collezione, i pupazzi creati ad arte in occasione di particolari ricorrenze, i libri degli scrittori preferiti.

Se Palermo in qualche momento è stata una città più gentile, accogliente, il luogo dell’utopia (quella dei bambini che salvano il mondo), lo deve anche alla presenza e all’entusiasmo mai pago di Giuseppe Maurizio Piscopo

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One Response to L’ultimo dei chierici vaganti

  1. Avatar

    Diego Costanza Rispondi

    12/10/2020 a 19:11

    E’ un grande e basta!! Genio, a Suo modo, controcorrente, nostalgico positivo, artista e maestro…Complimenti!!!

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