“L’odio non produce lavoro”

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Questa è una di quelle frasi prive di fantasia e di immaginazione che il PD dovrebbe risparmiare a se stesso e ai suoi (non) elettori

Alfonso Maurizio Iacono

Mi è rimasta in mente una frase che ha pronunciato Zingaretti e che ha ripreso alla sua straordinaria maniera Maurizio Crozza. Suona all’incirca così: “l’odio non produce lavoro”. L’ha pronunciata durante la campagna elettorale. La richiamo ora che siamo ai ballottaggi, a titolo di esempio di ciò che è meglio non dire. Questa è una di quelle frasi prive di fantasia e di immaginazione che il PD dovrebbe risparmiare a se stesso e ai suoi (non) elettori. Dentro vi è tutto il grigio perbenismo, il mediocre realismo, la stanca ragionevolezza di cui la sinistra si deve sbarazzare al più presto. Verrebbe voglia di fare qualche piccolo esercizio di logica. Se l’odio fosse produttivo e desse lavoro, andrebbe bene? E non è forse vero che l’odio dà lavoro? Lo dà ad alcuni contro altri. Il razzismo ha in sé un fine produttivo che include gli uni ed esclude gli altri. Se il PD va avanti in questo modo, si comprende perché le periferie vanno da un’altra parte e in genere i lavoratoti e i disoccupati non vedono più in questa forza politica un riferimento. Non sarà sufficiente neanche il richiamo all’antifascismo, se la sinistra e in particolare il PD non elimina quella patina di retorica che accompagna tutti i suoi richiami alla democrazia e alla costituzione.

A Livorno mi auguro che la sinistra ce la faccia e che Salvetti diventi sindaco. Se abitassi a Livorno lo voterei. Detto questo, tuttavia, mi auguro che la fallimentare esperienza M5Stelle non significhi un ritorno indietro, perché la vittoria di Nogarin fu anche il risultato di un atteggiamento sconsiderato e arrogante del Partito Democratico, convinto, a torto, che al ballottaggio ce l’avrebbe fatta da solo. Ma il vero problema di Livorno è anche un problema che coinvolge oggi il generale rapporto tra politica, partiti e democrazia. Tutto è giocato soprattutto sull’immediato. Il tempo lungo della ricerca e dell’immaginazione sembrano esclusi dalle campagne elettorali e soprattutto dalla cultura dei partiti. E se c’è un dio, sa quanto una città come Livorno abbia bisogno di guardarsi seriamente e criticamente indietro per potere volgere lo sguardo a un futuro che non sia il puro arrangiare alla meno peggio la situazione, disastrosa, del presente.

Livorno è una città che soffre perché oggi non sa esattamente cosa vuole, non riesce a diagnosticare la malattia di cui soffre (crisi economica, disoccupazione, stagnazione, ragazzi né né, non lavoro non studio, ecc.), e, nonostante il mare e l’ironia, è potentemente depressa come può essere depresso un uomo che non riesce ad agire pur sapendo che se muovesse un braccio riuscirebbe a prendere un bicchiere e a bere la medicina necessaria. E’ vero, tutti i partiti presentano il loro programma. Ma non bastano un po’ di punti messi in elenco per organizzare una strategia credibile e realisticamente carica di immaginazione come ci vorrebbe oggi. E non basta neanche la livornesità, ovvero ciò che di Livorno fa Livorno, la sua ironia che è un ipertesto su quel testo già potentemente ironico che è la Toscana tutta. Ironia e poesia. Sì, la poesia. Sfacciatamente. Quella che ti fa immaginare un quartiere dove puoi vivere con gioia e con serenità, dove gli alberi ti parlano e ti accompagnano e in primavera i profumi riescono ad averla vinta sugli odori di gas e di petrolio. E non solo in primavera. Quella che ti fa sentire al mare anche quando non lo vedi, ma lo senti mentre respiri il vento. Tutti motivi che ci vergogniamo di mettere in primo piano quando dobbiamo decidere di politica e di cose concrete. Ma cosa vi è di più concreto di una vita buona? A che serve veramente la politica? Ironia e poesia, non ragionevolezza, perbenismo, correttezza, buonismo. Immaginazione e futuro, non concretismo e quel finto realismo che rende piccini.

Da Il Tirreno

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