L’italia e l’Africa di Zalone

da | 7 Gen 20

Tolo Tolo visto da Carlo Barbieri

Carlo Barbieri

Credo di non avere mai fatto una vera recensione di un film, e non comincerò adesso per non farmi ridere dietro dai critici. Ma Tolo Tolo, il film con Checco Zalone, l’ho visto e volevo parlarvene così, alla buona, perché di questo film si è detto tutto e il contrario di tutto. Eppure è chiaro: sotto la superficie sottile della comicità tipica di Zalone, è un film profondamente antirazzista. Donne e uomini bianchi danarosi, anziani e rifatti, che si comprano il sesso di gigolò bianchi e di prostitute nere – i primi lo vendono per vivere nel lusso, le altre per vivere e basta; imprenditori italiani “modello paradiso fiscale” che sorseggiano drink in un resort africano a cinque stelle mentre si vantano di aver corrotto l’assessore tal dei tali, serviti da camerieri neri più colti di loro che adorano una Italia ideale – quella dell’arte e della storia – verso la quale i ricchi ladroni non nutrono alcun interesse; e così via.

Lo stesso Zalone impersona un italianetto evasore, consumista e vuoto – uno che, per capirci meglio, impazzisce dietro costose creme di bellezza per avere le quali sacrificherebbe chissà cosa; un ometto perfettamente in sintonia con questa Italia, che lui cerca ossessivamente di fregare e da cui tenta – altrettanto ossessivamente – di non essere fregato; un quaquaraquà che sente sotto pelle il richiamo del “virus” fascista, dormiente – ma che ogni tanto si risveglia – in molti italiani. Lungo la strada che lo riporta avventurosamente nell’Italia da cui è fuggito, confuso fra i migranti, prima su un camion, poi in una prigione libica e infine su un barcone, il confronto nero-bianco, africano-italiano è continuo, e alla fine si esce dal cinema col sospetto che l’Italia abbia tutto da guadagnare a diventare un po’ più nera; anzi molto più nera. A meno che non facciamo l’ultima porcheria: contagiare i nuovi arrivati con i nostri vizi.

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