L’inchiesta

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Il racconto della domenica

Giandomenico Vivacqua

Io di mestiere vado per mare, e quando nella penombra della cantina li vidi soffiare parole nel loro eterno discorso, mi parve di sentire gli strumenti di bordo perforare lo spazio con segnali vibranti.

La sirena di un mercantile alla fonda in attesa di contratto suonò, come per avvertire di un imminente pericolo.

So bene che la nave e la rotta e le altre cose del mio lavoro si prestano sulla terra ferma al gioco ozioso delle metafore, così mi spiego perché un destino senza ritegno, giocando una mano disonesta, abbia voluto che un capitano di lungo corso fosse testimone di quella scena.

Sbarcato da poche ore, camminavo senza scopo per le strade del mio paese, assorto nella lettura di un oscuro poema che le rameggianti crepe e l’erba di vento avevano scritto, nel tempo della mia assenza, sui muri delle case della marina e sulla montagna di marna che la sovrasta. Riflettevo ancora su certi angosciosi presagi che avevano tormentato la mia ultima navigazione, quando, attratto da un familiare squallore, entrai nel locale. Schivate l’untuosa cordialità del padrone e la bovina indifferenza dell’unico cameriere, andai a sprofondarmi nel logoro canapè in fondo alla sala, svogliatamente ordinando qualcosa.

Non si accorsero di me, in principio, intenti com’erano a raccontarsi la vita trascorsa dall’ultima volta, l’uno dall’altra sperando ancora chissà quale invenzione, chissà quale rimedio. Protetto dall’avara illuminazione e dal bavero del cappotto, incantato e terrorizzato, rimasi a guardarli per un certo tempo. Poi lei dovette sentirsi osservata, perché lentamente sollevò gli occhi oceanici da lui puntandoli sulla mia figura. Mi riconobbe subito e come fosse l’ovvia conseguenza della sua ultima frase, a bassa voce ma distintamente pronunciò il mio nome, rivelandomi al mio amico. Mentre li abbracciavo, in silenzio invocai su di loro la protezione del Santo Nero, particolarmente soccorrevole in casi del genere.

Ora, signori, voi vorreste che io mettessi fine alle congetture che agitano gli equipaggi della costa, ammettendo di averli veduti naufragare, ma io non li vidi sparire tra i flutti, questa è la verità. Gli avvisi del disastro c’erano tutti, potete scriverlo, ma io mi allontanai quasi subito, lo confesso, perché non mi leggessero in faccia l’infelice presentimento e durasse di più, anche solo un minuto di più, la struggente bellezza di quel convegno appartato. Una chiazza d’olio nel mare in tempesta, così li lasciai.

Alcuni compagni li piansero subito, per dimenticarli più in fretta. Non io. Scrivetelo pure nel vostro rapporto: non fui testimone di alcun naufragio, io, se non quello degli occhi di lui nell’acqua infinita degli occhi di lei, come credo avrebbe annotato sul libro di bordo, col suo gusto teatrale, il capitano cileno Ricardo Reyes. Non li vidi andare a fondo, no, e per quanto ne so, col favore del Santo Africano potrebbero averla scampata.

Da quel giorno non c’è sordida cantina, nei porti dove ancora mi trascina il servizio, ma forse dovrei dire il vizio del mare, in cui a tarda sera non mi spinga a cercarli, rischiando la rissa e l’amore truccato, malgrado l’età, nella speranza di scoprirli ancora.

(Post scriptum) 

A distanza di un anno, né più cinico né meno illuso, con un compromettente ritardo di mesi ho ricevuto una lettera. Il mittente, sapendomi in mare, seguendo una procedura consolidata nel tempo, l’aveva indirizzata al titolare di un emporio nautico di Porto Empedocle, nostro comune amico, confidando che me l’avrebbe consegnata non appena mi avesse visto sbarcare. L’autore della missiva, un sodale delle operazioni speciali, dopo avermi debitamente aggiornato sullo sviluppo di un suo affaire e sull’avanzamento dei lavori di restauro di un’antica dimora campidanese, dove medita di ritirarsi a scrivere le sue memorie, che sono ampiamente anche le mie, nel poscritto m’informa che M. C. è stata vista sdraiarsi, in un pretenzioso stabilimento balneare a nord di Rimini, al fianco di un dubbio circense, un mimo, un artista, “un personaggio incongruo e malsano come il libeccio tradimentoso”.

Ho meditato a lungo su questa notizia e la ritengo attendibile. Non tutto è chiarito, tuttavia. E mentre rifletto sull’altra metà dell’enigma – che fine ha fatto il mio amico? – i miei passi ossessivi hanno già consumato il molo di ponente. Da qui vedo il mare che rabbrividisce e rosseggia, oltre il capo di Punta Piccola. Non rimangono ormai che pochi minuti di luce crepuscolare.

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