L’eremita

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Il racconto della domenica

Antonio Fragapane

Il vento muove lentamente le cime degli alberi. I pochi cespugli sembrano quasi intimiditi dall’orizzonte. Le silenziose acque verde smeraldo non fanno altro che benedire la sabbia quasi trasparente. L’isola è triangolare. Strana forma per un grande scoglio che a nord possiede muraglie che non ci si aspetterebbe e che a sud scivola invece piacevolmente nell’acqua. Ed è proprio lì, in quelle piccole cale dai colori tropicali, che da sempre succede qualcosa.

Il mare – a quella latitudine – si è inventato un’insenatura dove un monaco eremita ha creato un giardino incredibilmente fresco, un’oasi contro l’arsura di quella terra. E’ appena arrivata una piccola nave, di quelle che continuamente solcano le onde del mare di mezzo. Gli uomini sono già scesi. Sfiniti, sporchi e col solo pensiero di rinfrescarsi sdraiati sulla terra ferma. Vogliono fermarsi e poter stare in piedi senza veder oscillare la linea tra cielo e terra. Parlano tra loro una lingua sconosciuta e forse mai sentita prima tra gli uccelli e le capre abitanti di questo paradiso affiorato dal regno di Poseidone. Si guardano attorno. Stranieri, sanno però dove andare e chi cercare. Lo sanno tutti. E lo trovano, sotto un grande ficus che non ne vuol sapere di lasciare in pace il roseto che prospera sotto le sue verdi fronde. Lui li vede arrivare e lentamente abbandona la confortevole ombra per andar loro incontro. Ma prima entra in una delle stanze della grotta, da cui esce con una strana brocca d’argilla piena d’acqua. Abbraccia quei marinai che sembra conoscere da sempre e li disseta, non prima però d’averli fatti entrare nella sua casa per strapparli dagli artigli della luce del sole che a quell’ora non perdonano nessuno. Il silenzio è rotto solo dal fruscìo del vento e dal rumore dei loro poderosi sorsi. Non bevevano acqua così fresca e dissetante da quando decisero di lasciare la piccola baia del loro povero villaggio. Erano passate così tante albe da non ricordarsene. Notarono subito il sorriso di quell’uomo, non tanto anziano ma dalla lunga barba e dal colore degli occhi che ricordava quello del mare piatto al tramonto.

Sembrava venuto proprio da lì e lasciato vivere in quel posto sperduto solo per loro, erranti che avevano perso la rotta o che scappavano da tiranni e assassini. Quell’uomo era il loro faro nel buio della paura e dello sconforto, la sola ancora di salvezza da tempeste o pirati. I marinai si tolsero le loro pesanti sacche e si sdraiarono sui giacigli di quell’enorme caverna, tanto fresca e asciutta che ancora non riuscivano a crederci. Alcuni respiravano lentamente e a occhi chiusi, altri osservavano il padrone di casa che continuava a sorridere loro. Non una parola era stata ancora pronunciata. Non sapevano se iniziare a ringraziarlo perché temevano che non li avrebbe capiti. Ma il capitano alla fine parlò e con estrema sorpresa di tutti loro ottenne una risposta che li stupì. Potevano rimanere in quel luogo, ospiti dell’intera isola, per tutto il tempo necessario a riprendersi dai mesi di navigazione.

La terra era a loro completa disposizione, così come tutta l’acqua del pozzo che proprio lì vicino emanava refrigerio. Ma anche il latte delle capre e l’ombra di quella silenziosa oasi. Dal momento in cui erano scesi dal battello erano diventati i padroni di tutto, spiegò loro l’eremita. Non potevano crederci, tutto quello che avevano sentito dire su di lui era proprio vero, allora, e in tutti i minimi dettagli raccontati. All’improvviso, i cinque ospiti parvero incupirsi. Ma il monaco, pur occupato a preparare qualcosa da mangiare, sapeva già che così sarebbe stato. Succedeva quasi sempre e fece finta di nulla. Finì di preparare un profumatissimo stufato e si voltò verso i suoi ospiti. Non aveva ancora smesso di sorridere ma questo non li rincuorò. Diede loro la porzione di quella carne che sembrava una leccornìa da miraggio e si sedette per condividerne insieme.

Gli ospiti scrutarono quella pietanza, si scambiarono una fulminea occhiata di consenso e mangiarono in silenzio, non potendo però nascondere la meraviglia che il loro palato stava provando. Finirono pochissimo tempo dopo, anche se ancora più cupi in volto. Non volevano infatti mancare di rispetto a quell’uomo che li aveva salvati dalla sete e dalla fame. Lo consideravano, ormai, quasi uno di loro. Ma quasi, perché era giunta l’ora della quarta preghiera del giorno e dovevano spostarsi nella direzione esatta per inginocchiarsi. E fu in quel momento che non poterono credere ai loro occhi. Rimasero stupefatti e incredibilmente affascinati. Quell’uomo che credevano un monaco li fece alzare e li condusse fuori dalla grotta, portandoli nell’ampio spazio ombreggiato dagli eucalipti. E proprio lì lo videro genuflettersi nella giusta direzione e fare loro cenno di mettersi accanto a lui. Pregarono intensamente tutti e sei e alla fine, rialzandosi, avevano le lacrime agli occhi. Tutti i marinai che conobbero l’eremita non poterono mai più dimenticarlo.

Il suo sorriso benevolo, i suoi modi gentili e il suo silenzio ossequioso delle loro fatiche dimostravano che su quell’isola c’era qualcosa di diverso, un’atmosfera che rendeva quel posto davvero unico. L’accoglienza era scolpita infatti nel cuore di tutti gli esseri viventi che l’abitavano. Davano tutto senza chiedere nulla in cambio. L’uomo dalla lunga barba per molto tempo ristorò i loro corpi e pacificò le loro anime, pregando insieme ai suoi visitatori sia sotto la croce che sotto la mezza luna. Sono passate altre albe, tantissime altre, e molte barche continuano ad approdare in quelle piccole cale. Non più marinai ma uomini, donne e bambini che tentano di scappare dalla loro vita per poterne ritrovare un’altra che meriti d’essere vissuta. E lo spirito dell’eremita silenzioso permea ancora l’intera esistenza del piccolo triangolo di terra dove la spontaneità del soccorso si respira come l’eterna brezza che qui spira. Quell’uomo era il Romito di Lampedusa e, oggi come ieri, questa è la sua storia.

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5 Responses to L’eremita

  1. Filippo Rispondi

    29/09/2019 a 10:53

    In ogni terra c’è un angolo di paradiso… forse nascosto.. forse sconosciuto…. ma sicuramente accogliente… necessario cercarlo per trovarlo…

  2. Daniela Rispondi

    29/09/2019 a 10:54

    Ottimo racconto.

  3. Cettina Rispondi

    29/09/2019 a 17:23

    Quanta pace può emanare un racconto?

  4. MARIA DONATO Rispondi

    30/09/2019 a 15:40

    Complimenti, Antonio
    Un racconto molto bello e significativo

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