Leonardo Sciascia e l’amico che si spretò per amore

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La pluriennale amicizia che legò lo scrittore racalmutese al poeta spagnolo Gonzalo Alvarez Garcìa

Diego Guadagnino

Nel passare dal “contraddisse” al “si contraddisse” (ammesso che una linea di demarcazione netta tra la forma attiva e la riflessiva del verbo nella fattispecie possa sussistere),  nel lasciare l’oggettivo per il  soggettivo, si esce dalla critica letteraria per entrare nell’aneddoto biografico. Una vicenda che sembra svolgere il tema della contraddizione in maniera esemplare, e diremmo quasi romanzesca, è quella della pluriennale amicizia che legò lo scrittore racalmutese al poeta spagnolo, e allora prete, Gonzalo Alvarez Garcìa, che di Sciascia dipinge un ritratto alquanto inatteso e apparentemente paradossale, sostenendo in proposito:

“…Leonardo soffre di una specie di ‘complesso di Edipo spirituale’ che travaglia e rende irrequieta la sua anima. Forse ritroverà la pace solo quando ritornerà alla fede infantile. Un giorno o l’altro Sciascia chiederà il conforto dei santi sacramenti. Anche Consolo ha questo timore. -Prima o poi-, mi diceva Enzo (Vincenzo Consolo n.d.r.) mentre parlavamo delle ultime intemperanze politico-letterarie di Sciascia,- Leonardo ci darà delle grosse sorprese! A volte mi viene da pensare che in qualche anfratto della sua anima Sciascia nasconda il desiderio di essere prete. La sua coscienza non ha formulato mai questo desiderio, ma il suo inconscio sì. I preti dei suoi romanzi sono disegnati con tale trasporto che è difficile evitare il sospetto che essi costituiscano il tipo umano che Sciascia vorrebbe essere. Il prete di Todo modo, per esempio. O il prete di Candido, che si spreta, diventa comunista, si stanca, diventa una sorta di radicale e non esclude il ritorno alla vita clericale. C’è qualcosa di inquietante, in questa figura ideale di scontento, che mi fa pensare a Leonardo Sciascia. Penso che quella punta di cinismo che affiora in tutti gli scritti di Leonardo venga da questa inconscia ed impossibile aspirazione alla vita clericale dall’intimo disagio di chi costringe se stesso ad essere ‘laico per forza’ “.

Il passo è tratto dal libro  Le zie di Leonardo, pubblicato nel 1985, che allora cadde con pesantezza di pietra tombale su un’amicizia che si era discretamente spenta, come succede talora nella vita, nel reciproco silenzio.

Gonzalo Alvarez Garcìa

Sciascia e Gonzalo Alvarez Garcìa si erano conosciuti nel 1957, quando il maestro di Racalmuto era agli inizi della sua carriera letteraria e l’allora padre Alvarez viveva a Palermo nei locali della chiesa spagnola di Santa Maria della Soledad, dirimpettaia del Palazzo dei Normanni. Tra lo scrittore illuminista, appassionato della Spagna, e il prete cattolico, s’instaurò una bella amicizia, che finisce quando padre Alvarez si spreta e si sposa. In quel passaggio critico tra lo stato ecclesiale e quello laico, lo spagnolo si aspettava conforto e solidarietà dall’amico scrittore, che invece, come lui racconta, così si espresse “ Chi te lo fa fare? Con tutte le belle figliuole che potresti avere qui!”. Convinto  com’era “che la vera ragione del mio gesto fossero le gonne e non le teologie”.

A ben vedere, il consiglio dato all’amico, da amico, ricalca quanto Sciascia scrive, in  A ciscuno il suo, a proposito dello stare nella Chiesa, precisamente quando Laurana esce dalla chiesa mentre infuria la canicola: “Uscì dalla sacrestia, attraversò la chiesa deserta. La piazza non dava un filo d’ombra, attraversandola considerò quanto si stesse bene in chiesa e in sacrestia; e la considerazione gli si mutò in ironica metafora: per il parroco di Sant’Anna, per l’arciprete. Ci stavano bene davvero, ciascuno a modo suo”.

Il brano è confermativo della sincerità dello scrittore nel consigliare l’amico prete. “Dopo il mio matrimonio con Ottavia” racconta sempre Gonzalo, che nel frattempo si era trasferito da Palermo a Milano “nel novembre del 1965 Sciascia cessò di comunicarmi le sue visite a Milano. (…) Del mio passato per Sciascia non restava nemmeno lo spunto per la nostalgia. ‘L’affaire’ padre Alvarez era liquidato. Non ci siamo più rivisti.”

Il libro di Gonzalo uscito vent’anni dopo, non fu soltanto pietra tombale sulla conclusa amicizia, ma scatenò una specie di gogna culturale nei confronti del religioso, tanto che gli toccò scriverne un altro di libro, pubblicato ventisei anni dopo, nel 2011, Ho parlato male di Garibaldi, per raccontare quelle “ smodate reazioni”. Reazioni i cui effetti a tutt’oggi perdurano, visto che il caso Sciascia-Alvarez Garcìa è tabù tra i cultori, estimatori, ermeneuti, studiosi, esegeti e  leonardosciasciologhi a vario titolo: una specie di omertoso conformismo,  peraltro elusivo  di una lezione dello stesso Sciascia che, quando chiarezza o etica o entrambe lo richiedevano,  era uno che cercava la piaga per metterci il dito.

Non c’è dubbio che i giudizi su Sciascia espressi dal poeta spagnolo nel suo racconto siano a tratti soggettivi e che, dato il personale e diretto coinvolgimento, lascino trasparire la componente emotiva che li detta, ma resta il fatto che la loro amicizia dura finché c’è il prete e muore quando non c’è più. Un fatto, che al contrario di quello che accade con il perdurante immotivato silenzio, dovrebbe, se non intrigare, quantomeno sollecitare gli esegeti del grande siciliano.

Racalmuto, la statua di Leonardo Sciascia

Il rapporto Sciascia-Chiesa delineato da Alvarez Garcìa, che non a caso richiama il freudiano complesso di Edipo, si pone nei termini di proiezione di un archetipo infantile che diventa l’avversario, esattamente  come quel William Wilson, dell’omonimo racconto di Poe, perseguitato dal suo doppio fino a quando lo uccide, provocando anche la morte di se stesso. Sciascia vuole eliminare la Chiesa, per sopprimere l’avversario che si porta dentro; invertendo una frase di Maurice Blanchot, è il caso di dire che la volontà di sterminio è volontà di dialogo, e, allora, si comprende anche il significato profondo  di  quel “camminare” della sua statua a Racalmuto in direzione della Matrice.

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(Un doveroso grazie a Pippo Di Falco per avermi graziosamente approntato il testo de  Le zie di Leonardo.)

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One Response to Leonardo Sciascia e l’amico che si spretò per amore

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    FRANCESCO IZZO Rispondi

    10/09/2020 a 9:27

    In omaggio a una consuetudine di autonomia, ascolto e dialogo, nel novembre 2001 gli Amici di Sciascia invitarono anche Gonzalo Alvarez Garcia a Milano a uno degli incontri pubblici delle “Riletture Sciasciane”, alla Sala del Grechetto di Palazzo Sormani. Non mancarono reazioni avverse a quella decisione. Per qualcuno non si sarebbe dovuto invitare ‘un nemico di Sciascia’. Altri non rinnovarono l’adesione annuale al sodalizio. Era già successo in precedenza, e per casi diversissimi:un testo di Vittorio Sgarbi in una cartella di grafica; l’invito a Adriano Sofri a partecipare a un convegno sull’affaire Moro.

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