Lenzuola rattoppate

da | 28 Nov 21

Il racconto della domenica

Enzo Pecorelli

Pina era in cucina e stava preparando da mangiare, non le piaceva cucinare, lo faceva in maniera veloce e approssimativa, e il caldo di quell’agosto particolarmente asfissiante non era l’ideale per stare ai fornelli.

Mentre il sugo nel pentolino cominciava a bollire, sentì che suo marito stranamente stava rientrando dalla falegnameria, di solito non arrivava prima dell’una e mezza. Lo sentiva parlottare con la madre nella casa accanto.

Da qualche giorno nel quartiere c’era un inconsueto fermento perché a palazzo Agnello erano arrivati dei forestieri.

Un po’ si era abituata alla gente strana che frequentava l’antico palazzo ormai quasi in rovina: andavano e venivano, si ubriacavano, litigavano e gridavano a tutte le ore.

Non erano come i vecchi baroni che aveva conosciuto, magari un po’ arroganti, ma in fondo persone a modo, che rispondevano al saluto dei vicini di casa e dei passanti. Questi erano i nipoti di Palermo, non guardavano in faccia nessuno, non davano confidenza, portavano lì amici stravaganti come loro, stavano due o tre giorni a fare baldoria e poi via, lasciando sui balconi i cocci delle bottiglie rotte.

Il medico della mutua che era arrivato da qualche anno, aveva messo su casa in paese, decidendo di comprare l’ultimo piano del palazzo. Ne sentiva di chiasso da casa sua!

Gli ospiti di ora però erano proprio dei continentali, si diceva fossero attori , ma lei che al cinema ci andava poco come faceva a riconoscerli? Mimmo, suo marito, invece aveva una vera passione per i film, e tutte le volte che andava nel piccolo cinematografo del paese si faceva regalare i manifesti e li attaccava alle pareti della falegnameria.

Amedeo Nazzari, Sofia Loren, Gina Lollobrigida, Marcello Mastroianni, gli facevano compagnia mentre fischiettando, piallava o inchiodava.

Ma che aveva oggi di così importante da interrompere il lavoro in anticipo?

“Pina, vai di sopra e prendi tutte le lenzuola rattoppate che ci sono nel comò”.

Si voltò asciugandosi le mani sul grembiule. Ma che gli era presa una botta di sole alla testa?

“Mi hanno detto che i forestieri del Palazzo devono girare un film e vanno cercando lenzuola rattoppate e le pagano pure, come se fossero nuove.”

“Ma sono pazzi questi? Io le vado a prendere, ma non ci credo che ti danno dei soldi in cambio di due pezze vecchie”.

Quando Mimmo ebbe tra le mani le lenzuola rammendate di casa sua e quelle ancor più rattoppate che gli aveva dato sua madre, si precipitò al portone di Palazzo Agnello e, nella fretta, per poco non andò a scontrarsi con due bionde che stavano uscendo dall’enorme portone di ferro con i battenti a forma di teste di leoni.

Una portava dei grandi occhiali scuri che in quell’impeto di quasi abbraccio, le caddero giù dal naso e fece appena in tempo ad agguantarli con le lunghe dita dalle unghie laccate.

“Mi scusassi, mi scusassi. “farfugliava Mimmo e, mentre il suo viso diventava rosso dall’imbarazzo, riconobbe la donna:

“Ma lei è Monica Vitti! Mariasantissima che sono emozionato! Mi scusassi ancora per lo scontro, ma cercavo a quello chi voli i linzola arrripizzati”.

Le due donne risero divertite, non si capiva se per la parlata strana o per lo stato confusionale dell’uomo e l’altra, dagli occhi di un celeste che il cielo al confronto era insignificante, gli indicò con la mano l’ingresso del Palazzo:

“Nell’atrio, entri pure che è li. Mariooo, c’è uno che ti cerca.”

Un tipo alto e allampanato uscì dal portone, aveva i capelli in disordine, come se fosse appena uscito dal letto e anche la faccia era quella.

“Dacia, ma dove state andando? Se il Maestro vi cerca che gli devo dire?”

“Che siamo uscite a fare due passi e torniamo fra un po’. Tanto lui prima delle due non si alza. Stanotte ha fatto tardi”.

E si misero a ridacchiare entrambe, allontanandosi verso la piazza.

Mimmo depose su un vecchio tavolo già ingombro la pila di lenzuola e cominciò a sciorinarle indicando con le dita i rattoppi come se fossero stati ricami eseguiti ad arte.

Le sue guance già arrossate dal caldo e dall’emozionante incontro con le due belle signore, ora erano quasi rubizze, la fronte resa più alta dall’incipiente calvizie era leggermente imperlata di sudore.

Mario guardò attentamente, estrasse dalla tasca posteriore dei pantaloni un portafogli mezzo sdrucito e contò le banconote sul tavolo, una per una. Diecimila lire. Non era una cifra da perderci la testa,ma ci potevano comprare le lenzuola nuove e qualcosa sarebbe pure rimasta. Che tipo strano però, pensava Mimmo mentre stringeva tra le mani la cartamoneta, dava soldi in cambio di lenzuola strappate, e più erano rattoppate più le pagava. Pareva addummisciuto, mezzo stordito, e cercava qualcuno che vendesse vino in paese. Ma certo che c’era chi lo vendeva,tutti avevano vino e olio da vendere e gli aveva indicato il suo amico prete che aveva una cantina ben fornita. Il vino di padre Li Vecchi era famosissimo nella zona. Però gli era simpatico quel Mario e così si erano messi a chiacchierare di vino,di cinema e di quelli lì,gente famosa e importante,scrittori e attori.

Pina aveva scolato la pasta, l’aveva condita e messa nel piatto, e si stava innervosendo a vederla diventare “a forma”.

Si affacciava e non lo vedeva sbucare dal portone spalancato.  Lo conosceva bene suo marito, quando cominciava a chiacchierare, non avvertiva neanche la fame. Era ora di lanciargli un bel richiamo a voce alta:

“Pronta è la pasta, e pure si sta raffreddando:”

Mimmo ancora si sbracciava a salutare il tipo con i capelli tutti all’aria ed era felice come un bambino mentre le consegnava i soldi. Anche Pina a quella vista, dimenticò che la pasta era ormai diventata fredda e “a forma”.

Mentre mangiavano, le raccontò dieci volte di seguito l’incontro con l’attrice del cinema Monica Vitti che era con un’altra bionda di nome Acia, Lacia…non aveva capito bene.

Il Mario delle lenzuola, quando lui gli aveva chiesto chi fosse questo Maestro che dormiva a quell’ora in cui i cristiani normali stanno davanti a un piatto di pasta col sugo di milinciani, gli aveva risposto con grande enfasi, contando le banconote, che si trattava del grande scrittore Alberto Moravia e quella insieme alla Vitti era un’altra scrittrice, ”amica” sua, e aveva rimarcato quella parola con un ammiccamento inequivocabile di occhi e dita che si univano .Raccontò tutto con dovizia di particolari,consigli sul vino compresi .

Che avvenimento straordinario era accaduto quel giorno, da far passare in secondo piano la storia delle lenzuola.

Proprio lui, Mimmo, si era scontrato e incontrato con queste due e mentre raccontava ancora a Pina, a sua madre, ai vicini di casa l’accaduto, alzava gli occhi verso i balconi di Palazzo Agnello riempiendosi la bocca di quel nome che mai prima di allora aveva sentito: Moravia.

Più che di andare a vedere i personaggi famosi, gli abitanti del quartiere però s’interessarono alla storia delle lenzuola rattoppate e in men che non si dica davanti al Palazzo si formò una piccola coda di uomini e donne, ognuno col suo fagotto di lenzuola sdrucite in mano.

Mai come allora ci fu tanto smercio nei due negozi di corredo del paese. Con i soldi appena ricevuti, ci si fornì di lenzuola nuove, bianche, a fiori e con i merletti, che rimpiazzarono quelle date via. Tutto il paese ne parlava, nelle botteghe, dal barbiere, al circolo, al caffè.

Anche Annina aveva lenzuola rattoppate, anzi le sue erano proprio da buttare, non c’era un solo pezzo originale, tanto erano state aggiunte pezze e rammendi. Due paia buone, ricamate e inamidate, le aveva in fondo al cassetto del comò, ma non voleva sciuparle.

Suo marito e sua cognata avevano provato a convincerla ad andare come gli altri a Palazzo Agnello, a venderle a quegli artisti e le ripetevano che per quelle sue, tanto bucate, quelli avrebbero pagato fior di quattrini.

Nella mente di Annina scattò un meccanismo strano, un misto tra orgoglio e rivincita, e prese a sciacquare e stendere quasi ogni giorno quelle lenzuola rattoppate per farle vedere a tutti. Per sentirsi dire che quei capolavori di pezze vecchie valevano chissà quali cifre e doveva assolutamente venderli.

Quando si sentì abbastanza paga di attenzioni e lodi, si decise a stirare le sue preziose lenzuola, le avvolse in carta da pacchi e si recò a Palazzo Agnello col suo tesoro in mano.

Mentre saliva per via Concezione e poi per via Finestre, avvertiva un senso di euforia che quasi non le faceva percepire sotto i piedi, le basole sconnesse di pietra lavica che rivestivano le stradine. Andava avanti come una Mariavergine in processione, dondolando leggermente le spalle ampie e i fianchi generosi, testa eretta e sguardo fermo. I capelli erano scuri, ricci appena un po’, ordinatamente raccolti in un grosso tuppo dietro la testa, appuntati con grandi forcine di corno marrone.

Arrivò davanti al portone e trasse un sospiro, per la fatica della salita e per un anticipo di soddisfazione, si aggiustò le pieghe del vestito e quindi bussò, scuotendo una volta e poi ancora altre due il battente di ferro con la testa di leone.

Sentiva il rimbombo nell’atrio e per le scale, ma nessuno apriva. Cercò il campanello elettrico del medico della mutua e lo premette a lungo: nessuna risposta, silenzio assoluto.

Si guardò attorno e si accorse di Pina, la moglie del falegname che era uscita sul balcone della casa accanto a stendere un paio di lenzuola rosa a fiorellini bianchi.

Anche Pina la vide e notò il fagotto avvolto in carta da pacchi:

“Buongiorno zia Annina, come mai da queste parti?Se siete venuta per le lenzuola ormai è troppo tardi. E vossìa ora avìa veniri? I forestieri se ne sono andati proprio ieri con una macchina piena di linzola arripizzati”.

Annina sbiancò, una fitta di delusione e di dispiacere la colpì alla bocca dello stomaco. Poi dovette ingoiare l’ultima battuta di Pina che sorridendo fermava con un’altra molletta di legno le lenzuola nuove:

“Peccato, zi Annì, perché avevo sentito che le vostre erano proprio le più arripizzate di tutte. Chissà quanti soldi le avrebbero pagate!”

La donna strinse sul petto prosperoso l’involto e senza più dondolarsi, a piccoli passi tornò a casa, sentendo ora sotto le suole consumate delle scarpe, la punta di ogni basola, di ogni pietruzza del selciato.

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