L’emergenza sanitaria e le parole della paura

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Una riflessione di Antonio Liotta sulla pandemia che sta sconvolgendo l’intera umanità

Antonio Liotta

Il numero è “un modo di esprimere una quantità”, un concetto che nasce per esprimere un conteggio, una quantità. Fermiamoci solo ai cosiddetti “numeri naturali” per rendere tutto più comprensibile. La vita quotidiana è un insieme di numeri e qualunque cosa facciamo è sempre un intreccio di numeri. I numeri, in definitiva dominano la nostra vita.

In questa fase storica dove la Pandemia da Covid-19 ha sconvolto l’intera Umanità, ci riferiamo ai numeri per conoscere, sapere, capire l’entità dei contagi e stabilire, in rapporto alla gravità sempre crescente, cosa fare e come fare. Si contano contagi, ricoverati, domiciliati, sintomatici, asintomatici, morti, posti letto reali e teorici che dovrebbero essere resi disponibili. Abbiamo imparato cosa sia l’indice Rt, come progredisce – in termini matematici – la contagiosità. E sappiamo, ora con chiarezza, che questo indice sta alla base della valutazione del rischio epidemiologico e quindi delle misure che ogni Paese mette in campo per arginare i contagi.

Il crudo realismo, in considerazione dei comportamenti irresponsabili di molti cittadini, fa dire che il Covid-19 si fa un baffo di tutti questi concetti e si diffonde con una velocità considerevole in grado di fare saltare conteggi e statistiche. Quindi, a noi restano le evidenze che colorano di scuro e/o di nero le esperienze di ognuno. E viviamo dentro un coro di voci – storicamente e tragicamente conosciute – che assumono un senso di nuovo, come: Coprifuoco, Confinamento, Morte.

L’uso di termini come Coprifuoco e Confinamento richiama esperienze di guerra, di sterminio, di bombardamenti, di esilio.. che le generazioni successive al 1945 in poi non hanno, non abbiamo conosciute se non per atti di terrorismo. Eppure i termini Coprifuoco e Confinamento stanno alla base del superamento delle condizioni di contagio e vengono riportati sin dall’antichità quali misure inevitabili per garantire salute. Fernand Braudel nel suo poderoso “Civiltà materiali, economia e capitalismo” parla di “Le grand renfermement” la Grande Reclusione come studio, analisi e reazioni alle epidemie. E gli stessi concetti troviamo nel recente ed interessante volume di Mario Ricciardi “Il ritorno del Leviatano: paura, contagio, politica”.

Parole che sviluppano ansia, paura, panico in un crescendo che sgomenta e disorienta, che comportano riduzione e/o arresto di attività produttive, che orientano verso la morte, la cosiddetta Morte Panica (da Peste, Colera, Spagnola, Sars 2 ed ora da Covid-19) come è stata definita da Michel Vovelle in “La Morte e l’Occidente dal 1300 ai nostri giorni”. Ma,  come sostiene fortemente Norbert Elias ne “La solitudine del morente”, “Non è la morte, ma la coscienza della morte a costituire un problema per gli uomini. La morte è un problema culturale prima ancora che medico-legale”.

I numeri della pandemia, in definitiva, ci parlano di Morte; le misure inevitabili e consolidate nella storia umana per arginarla sono poche: distanziamento, confinamento, coprifuoco, utilizzo delle mascherine, pulizia e sterilizzazione personale ed ambientale.

Sappiamo che nemmeno i vaccini (che nei prossimi mesi avremo a disposizione e che daranno una immunità attiva) e/o gli anticorpi monoclonali (che daranno una immunità passiva) ci faranno dimenticare il Covid-19 nei prossimi anni. Tutto ciò ci deve portare a mettere in atto un grande senso di responsabilità civica personale e generale, perché la guerra che stiamo combattendo è impari ed il nostro “nemico” non risparmia nessuno. Nel nostro comune senso di responsabilità possiamo leggere numeri diversi e pensare alle parole della Speranza, dello sviluppo di un futuro sostenibile, solidale, democratico dove al centro dovrà stare la Persona con la sua Cultura. Ma su questi temi darò una prossima riflessione.

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