Le nostre prime pagine raccontano. La festa in ciclostile





Luglio 1980. Il primo numero del nostro giornale distribuito durante la festa del Monte

Il ciclostile sforna fogli imbrattati di inchiostro a ritmo pulsante: è un rullare di tamburi, uno sconquasso meccanico che occupa il vasto silenzio della sacrestia della chiesa del Carmelo, echeggia per le navate semideserte accompagnando la nenia delle vecchie vestite in nero.

Rulla il ciclostile, rullano i tamburi che annunciano la festa grande del paese e aprono la settimana di festeggiamenti per la Madonna patrona e signora. “Fiesta rossa, urlante grappolo di gioia”, è scritto nelle Parrocchie di Regalpetra. Ma nella sacrestia della chiesa del Carmelo poco e niente sanno di tutto questo i tre ragazzi che sudano dietro l’affannarsi del ciclostile, in un volteggiare di fogli e coriandoli di parole stampate. Sanno della festa, sanno che è appuntamento importante per il paese in cui si ritrovano a vivere la loro adolescenza, sanno che fra poche ore tutti saranno in piazza dietro i tammurinara e le bande musicali, nel fumo dello zucchero filato e nel profumo sciropposo dei venditori di torrone. Sanno che dovranno esserci anche loro, con i loro fogli ml stampati, pieni di errori, carichi di ingenuità e prodezze.

È la loro prima uscita “da uomini”, in qualche modo. Un debutto che – ma ancora non lo sanno – segnerà la loro vita. E le loro prime parole scritte per il pubblico sono piene di furore. Scrivono articoli che vorrebbero cambiare il mondo, con l’illusione (da veri regalpetresi) che la “scrittura” possa adempiere a questo compito: “Un colpo di penna, come un colpo di spada”. Sanno che dovranno esserci perché per questa festa della Madonna del Monte, luglio 1980, dovrà essere in piazza – fra le ragazze con l’abito nuovo e i bambini che piangono per un altro gelato – anche il loro giornale. Perché un giornale ci vuole, in un paese come questo…

È difficile stabilire chi abbia trovato quel nome per un giornale: Malgrado tutto. Ma certo se ne scartarono tanti altri, più consueti magari o più goliardici. Se ne fece una lista, che veniva accorciata o allungata in base all’intuizione del momento, all’estro, alla fantasia. Restò infine Malgrado tutto. Senza una ragione profonda che non fosse legata sicuramente alla duplice consapevolezza che sarebbe stato un giornale sicuramente fragile e sicuramente criticato perché povero e incompiuto. Una sensazione racchiusa in poche righe, a postilla del primo numero del periodico: “Malgrado tutto quello che, speriamo, nascerà da questo giornale. Malgrado tutto ciò che sarà detto su di noi e su quello che abbiamo fatto. Malgrado tutto quello che in questo paese e in Italia va storto. Malgrado tutto ciò che c’è di sbagliato in queste pagine. Malgrado tutto ciò che, ne siamo sicuri, non vi è piaciuto. Malgrado tutto ciò che abbiamo dimenticato. Malgrado tutto quello che abbiamo aggiunto. Malgrado tutto il fastidio che abbiamo dato. Malgrado tutto, arrivederci”.

Insomma, un modo per mettere le mani avanti. Un modo per dire: malgrado tutto, ecco quello che sappiamo fare. Malgrado tutto, meglio di niente. Malgrado tutto.

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