Le morti silenziose di cui nessuno parla

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Una riflessione dello scrittore e giornalista Carmelo Sardo sui suicidi nelle carceri. 

Carmelo Sardo

Ci sono morti silenziose, di cui nessuno parla. Non fanno <cassetta>, come si dice. Scivolano nell’indifferenza e vengono seppellite nell’oblio. Quello stesso oblio in cui gli uomini che sono stati, annaspavano nelle loro vite inutili, prima che decidessero di farle sfumare per sempre.

Sono le morti nelle nostre carceri. I suicidi dei detenuti, che non leggerete in nessun giornale, non ascolterete in nessun tg. A meno che il detenuto non fosse “famoso”.

Sono giovani e sono anziani, senza nomi né storie roboanti; sepolti da ergastoli, o con qualche decina d’anni da scontare, che la prigione sfianca e logora.

L’ultimo a decidere di <andarsene> per sempre è stato ieri un detenuto di Torre del Greco, condannato per droga: avrebbe finito di scontare la pena nel 2024: non ha saputo aspettare. Si è impiccato nel carcere di Poggioreale dov’era recluso. E se non fosse per il sindacato Sappe, non lo avremmo saputo.

Dall’inizio dell’anno sono già 24 i detenuti che si sono uccisi in cella e addirittura 585 quelli che sono stati salvati in tempo dai poliziotti penitenziari.

La necessità di una riforma che metta i detenuti nelle condizioni di scontare meno obbrobriosamente la loro condanna è impellente; anche per garantire carceri più adeguati e maggiore sicurezza, nel tentativo di arginare questa strage silente di cui oggi non leggerete una riga da nessuna parte.

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One Response to Le morti silenziose di cui nessuno parla

  1. Valter Vecellio Rispondi

    31/07/2018 a 18:54

    Comprendo l’amarezza di Carmelo Sardo. Ma non proprio tutti “nessuno parla”. Quello che segue è il testo di un mio servizio televisivo per il Tg2 edizione 20,30 del 29 luglio. Avendo a disposizione un minuto e trenta ho cercato di mettere tutto il possibile, anche se molto, certo, è rimasto fuori…

    SUICIDI IN CARCERE, LA SITUAZIONE

    Roma 29 luglio 2018. 20.30 Con macabro umorismo, nelle comunità penitenziarie, li chiamano “evasi definitivi”. Sono quei detenuti che preda di insondabili disperazioni decidono di farla finita, e si uccidono impiccandosi con asciugamani, lenzuoli, perfino i lacci delle scarpe, o inalando gas da bombolette. A volte devono scontare lunghe pene, altre appena qualche mese prima di uscire; spesso in attesa di giudizio.
    L’ultimo caso a Poggioreale, carcere napoletano: un detenuto, una condanna in primo grado che avrebbe finito di scontare fra sei anni, piuttosto che attendere l’esito dell’appello, preferisce farla finita; episodio analogo, stesso carcere, qualche giorno prima.
    Le cifre ufficiali sono inquietanti. Dal 1992 al 2017 i detenuti suicidi sono oltre 1300: in media uno la settimana; e sono solo quelli morti in carcere. Non sono compresi i detenuti trovati agonizzanti, e che muoiono in ospedale.
    Uno dei sindacati della polizia penitenziaria, il Sappe, fornisce altre cifre che fanno pensare. Il solo primo semestre del 2018 registra 5.157 atti di autolesionismo in carcere, 24 suicidi, 585 tentati suicidi sventati dal personale di polizia penitenziaria.
    Una situazione da codice rosso. Pensate: i sindacati della polizia penitenziaria rivelano che tra il 2013 e il 2017 il mal di vivere, ha colpito anche 35 agenti; sintomo, commentano, di condizione di vita e di lavoro allo stremo delle possibilità.

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