Le emozioni “celate” di Alfonso Rizzo

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In mostra al Castello Chiaramontano di Racalmuto le opere del pittore racalmutese. Ospitiamo la nota critica di Dario Orphée La Mendola

Osservando la pittura di Alfonso Rizzo le emozioni, “celate”, avvengono poeticamente. Mi spiego meglio. Immersi in atmosfere fumose, nelle quali l’infinito desidera venirci in contro, tra nuvole minacciose in continuo gorgoglio e rivoli di sanguinaria lava incandescente, mentre s’alzano in volo isole rocciose, pinnacoli di cattedrali e torri di castelli, s’aprono alla nostra vista paesaggi verde smeraldo, in cui i punti di fuga si incrociano o si elidono, bagnati da fiumi silenti e grigi.

Queste scene preparano ai protagonisti “quinte”, “involucri” o “troni” su cui posare: ci sono occhi, occhi perduti, occhi intristiti, spesso chinati a scrutare l’oscurità, oppure teneramente occlusi, pronti al pianto, a un pianto così liberatorio che quasi li scioglierebbe. E ci sono volti, piccoli e grandi, profondi, che custodiscono questi occhi con rabbiosa pietà; volti che del tragico hanno tutte le sfumature, tutte le ferite. Alcuni di essi, dagli abissi della propria anima, cercano nel corpo tracce di sé, brandelli di sentimento, ricordi ormai diventati opachi od ostacoli; altri intravedono l’anima nella luce che gli è accanto, fuori cornice, o nella bocca da baciare (si tratta, è una puntualizzazione importante, di baci non accaduti, o da recitare nella nostra mente).

Alfonso Rizzo, Autoritratto

Di particolare, in questi dipinti, c’è sempre un protagonista, il peggiore, quello che mai vorremmo incontrare: il male; e non semplicemente male come contrario di bene, ma più precisamente il suo sorgere nel cuore nostro in crudo inganno, in verità “celata”. Sostiene bene Alfonso Rizzo, tra le sue pitture estremamente ricercate, severe, dall’antico sapore, dissimili da quelle contemporanee tanto da contestualizzarle a fatica: non siamo nulla, noi esseri umani; null’altro che anima e corpo. Siamo l’anima e il corpo nella figura di ciò che non comprendiamo, del non detto, del non sperimentato. Simili a quei “dati” invisibili, a quei raggiri esistenziali. Siamo l’anima e il corpo che trovano nella luce, nella luce pittorica, cristallizzata sulla tela, la loro rima.

È forse questa metaforica rima nella luce il momento sopraordinario, ripulito dai pregiudizi, dalle abitudini, dalla quotidianità, che dona a tutto ciò che è “celato” accoglimento. È forse questa metaforica rima, la rima tra anima e corpo, quella lancetta che batte ora sul dolore ora sulla gioia; e sulla quale – dicevamo all’inizio – dovremmo riflettere una vita intera.

ALCUNE DELLE OPERE DI ALFONSO RIZZO IN MOSTRA A RACALMUTO

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