Le “Due Sicilie” non hanno mai smesso di amarsi

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Incontriamo Massimo Abbate: regista, attore, musicista e autore. Nato a Napoli, figlio di Mario Abbate, uno dei più grandi interpreti della canzone napoletana, in questa intervista ci racconta la sua città, il suo amore per la Sicilia, e il rinato festival della canzone napoletana, di cui e direttore artistico e che inizierà domani.

Massimo Abbate

Incontriamo Massimo Abbate, registaattore, musicista e autore. Figlio d’arte. Il padre, Mario Abbate, scomparso nel 1981, è stato uno dei più grandi interpreti della canzone napoletana. Massimo Abbate ha iniziato la sua attività artistica a soli 9 anni in teatro, nella compagnia del padre. Si è diplomato al Conservatorio “S. Pietro Maiella” di Napoli. E’ il presidente dell’Associazione Nazionale Italiana Artisti, il direttore artistico del Festival di Napoli New Generation che si svolgerà dal 5 al 7 dicembre al Teatro Politeama di Napoli. In questa intervista Abbate ci racconta la sua città, il rapporto con la Sicilia, le curiosità, le bellezze e i sogni del festival di Napoli che inizierà tra pochissimi giorni.

Quando nasce la sua passione per la musica?

In un tempo molto lontano. Avevo appena 6 anni (53 anni fa) quando mio padre m’insegnò la prima terzina al pianoforte della canzoncina: Come prima.

Il fascino di Napoli è nella sua musica, nel suo teatro o nelle sue strade?

E’ nel suo DNA. Napoli è un mosaico sanguigno popolare e aristocratico di culture tutte diverse tra loro ma tutte che vanno in una sola direzione e cioè in quel senso di appartenenza che è l’orgoglio di essere nati qui.

Quali sono i segreti di Napoli, me ne dica due…

Napoli è una città troppo aperta per avere segreti. Solo la straordinaria fantasia dei napoletani può preservarne alcuni. La leggenda di Partenope, dov’è segregata la sua tomba, l’isoletta di Megaride dove la sirena approdò,  è davvero quella dove oggi è situato il Castel dell’Ovo?! Le ville di Augusto al Parco archeologico del Pausilypon e  quella di Tiberio a Capri, cosa nascondono? E le celle carcerarie del Maschio Angioino? Quanti segreti  potrebbero rivelare e svelare? 

Se dovesse spiegare perché i napoletani sono speciali e unici cosa direbbe? 

Perché nonostante tragedie, povertà, violenze e sfruttamenti, questo popolo ha saputo sempre raccogliere i cocci e ripartire con dignità, trasformando ogni lutto in una festa, ogni lamento in una risata, ogni sopruso in un libero pensiero.

Lei ha rilanciato il festival  di Napoli 

Non l’ho rilanciato io ma un plotone di autori, musicisti e cantanti, circa 400, che in questi 4 anni hanno messo a disposizione del festival tutte le loro capacità artistiche, tutte quelle energie fisiche e mentali che un impegno del genere comporta. Un impegno straordinario a servizio della nostra canzone napoletana. Non tutti ovviamente, qualcuno si è perso per strada convinto che anteporre le proprie aspirazioni di successo a discapito dell’insieme del  progetto festival lo avesse ripagato di tutto e invece si è ritrovato nel nulla dei suoi limiti. Il festival unisce estri diversi, li fa confrontare, crescere e realizzare.

Mi può raccontare un suo ricordo del Festival?

Ne ho vari… una platea strapiena e i palchetti debordanti di gente. Entusiasmo alle stelle, sorrisi, applausi scroscianti ma anche lacrime e proteste per quella canzone non entrata in finale, per quell’artista incompreso dalla critica… mio padre sempre tranquillo faceva la sua performance e poi con il festival ancora in corso, ci portava tutti a cena al ristorante, tanto sapeva che non l’avrebbero mai fatto vincere. Tranne in occasione del primo premio con “Core napulitano” del 1965 che grazie alla esclusione in quell’anno della giuria tradizionale, fu decretato grazie ai voti popolari e alla vendita dei dischi ma assegnato a mio padre in forma privata solo l’anno successivo.

In tutto il mondo si canta la canzone napoletana. Da che cosa nasce il suo successo?Dalla sua melodia, dai testi o da che cosa ancora?

Da tutto questo! Se si pensa che i grandi autori erano Accademici d’Italia, sommi poeti e musicisti classici, fini autori di opere liriche e immemorabili… se pensiamo che persino D’Annunzio si è cimentato nella poetica musicale napoletana. Ma c’è un’altra ragione. Tecnicamente parlando, la lingua napoletana, tronca le finali esattamente come l’inglese e questo la rende fluida, orecchiabile ritmica.

Spaghetti e mandolini. E’ stata questa l’immagine che ha viaggiato in tutto il mondo?

E che male c’è?! La volontà di sminuirci provoca un boomerang a chi la esercita. Che cosa c’è di meglio della musica e di una buona pietanza? Solo una bella donna… verace e napoletana. Lasciamo coloro che ci criticano, nella loro infinita tristezza.

Anche i siciliani sono coinvolti al Festival di Napoli

A parte che io sono siciliano per metà perché mia madre era palermitana di via Maqueda e quindi amo la Sicilia e i siciliani, c’è da dire che da sempre la Sicilia si è sentita musicalmente affine alla canzone napoletana. Cantanti del passato e del presente sono stati e sono, degli autentici artisti di successo indipendentemente dal genere che può piacere o meno. Le “Due Sicilie” non hanno mai smesso di amarsi.

Mario Abbate

Suo padre è stato un grande della musica napoletana. Qual è stato il  suo rapporto con la Sicilia?

Splendido e di riconoscenza. Mio padre nasce artisticamente in Sicilia. Fu scritturato da mio nonno per una tournée nell’isola, doveva restarci un mese ma vi rimase 7 anni. Si sposò con mia madre e con orgoglio posso affermare che non vi è luogo, teatro o piazza in cui mio padre non sia stato e abbia calcato con successo. Il suo cavallo di battaglia in Sicilia era ‘O cucchiere. Lo ricordo perché tutte le volte che si esibiva, il pubblico lo richiedeva a gran voce.

Cosa le ha insegnato suo padre?

Da un punto di vista umano, a rispettare tutti, poveri e ricchi indistintamente e a essere umile, altruista, generoso. Da un punto di vista artistico essere docile come un agnellino nei confronti degli artisti autentici anche quelli rinchiusi negli ospizi e aggressivo come un leone nei confronti degli invidiosi, traffichini, pressapochisti e affaristi senza scrupoli e senza un briciolo di arte nel cuore ma solo e sempre favorevoli a far valere in primis, gli interessi personali e poi l’avidità nelle tasche.

Napoli e Palermo hanno fatto parte del regno delle due Sicilie…

Napoli e Palermo  potrebbero far rivivere di luce propria generazioni e generazioni infinite di gente grazie alla bellezza, alle arti e alla storia che hanno saputo tramandare grazie al Regno borbonico. Quello fu il momento storico di maggior splendore delle due “sorelle”. I Borboni sono stati l’unica dinastia che arrivò in Italia ricca e se ne andò povera. Se non fosse per quel virus di una delinquenza dilagante che da sempre infetta culturalmente queste nostre terre, oggi staremo qui a parlare di due tra le più belle e ricche città del mondo e invece il cancro della Camorra e della Mafia ma sopratutto di una amministrazione politica scellerata e cieca, non ci consentono di esserlo.

Che cosa pensa del regno dei Borboni. Qui in Sicilia c’è un dibattito intrigante. Sono amati e odiati a metà…

Guardi voglio essere chiaro, io non sono passatista ma neanche immemore del passato. Non c’è bellezza architettonica e artistica delle due città che non sia stata opera principalmente dei Borboni. Non c’è un luogo di culto e storia che non sia stato creato prevalentemente da loro. L’Unità d’Italia non è stata un grande vantaggio per i popoli del sud ma un grande affarone per quelli del nord.

Lei lo sa che a Palermo c’è un esercito di cantanti giovani che canta in napoletano nelle feste rionali?

Lo so. Il neo-melodico è dilagante e infetto come quel virus di cui parlavo prima. Ma c’è di buono che esistono delle realtà musicali in fermento che presto lo elimineranno.

Massimo Abbate

Dopo la Napoletan Power e al discusso fenomeno dei neo-melodici dove ci sta portando la Canzone di Napoli?

Ci sta portando verso nuove linfe, nuovi fermenti, questa New generation partenopea mi piace. Ha voglia di uscire dal guscio di fare casino di irrompere con forza nella statica realtà di quegli orientamenti imposti da una critica legata solo ai propri gusti musicali, ai propri interessi economici e militanti. Qualcuno anche in odore di conflitti d’interesse. Se riusciamo a rompere questo circolo vizioso della comoda staticità, del controllo assoluto su cosa deve essere fatto e cosa no, tornerà alla luce l’estro, la creatività e torneremo ad essere i contaminatori poiché è da troppo che siamo contaminati e abbiamo perso la bussola.

Napoli diventerà Capitale della Cultura?

Quando impareremo a non aspettarci nulla di buono, a non sperare … a non chiedere, perché quando meno te lo aspetti improvvisamente cambia il tempo e arriva tutto con i relativi interessi. Ripeto il palazzo reale non lo possiamo abbattere ma riconoscere come monumento storico e culturale indelebile.

Quali sono i suoi progetti per il futuro?

Ho sempre qualche progetto nel cassetto. Per me sono dei figli ai quali dare un futuro. E prima o poi un posto di lavoro in qualche teatro, televisione o cinema, glielo trovo. Uno ha già trovato un buono impiego ed è: “C’erano una volta I Guappi” un adattamento teatrale tratto dal film di Pasquale Squitieri. Un’ opera musicale maestosa con canzoni, balli e coltelli. Ma il mio progetto più grande è quello di lasciare un segno positivo a Napoli alla gente e agli artisti di questa città e poi ritirarmi al più presto nel mio casale in Umbria a coltivare i semi del bene comune.

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