Le arancine e l’ironia di Savatteri

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ELZEVIRO Il delitto di Kolymbetra L’investigatore non somiglia per niente al commissario Montalbano, ma nel nuovo giallo con tanta tanta ironia di Gaetano Savatteri il segno di Andrea Camilleri continua a imporsi, prepotente.

Gaetano Savatteri

Come forse direbbe Johnny Stecchino, l’investigatore non somiglia per niente al commissario Montalbano, ma nel nuovo giallo con tanta tanta ironia di Gaetano Savatteri il segno di Andrea Camilleri continua a imporsi, prepotente. Come l’impronta dell’introspezione sciasciana, pur adattata alla disincantata e sobria leggerezza di Saverio Lamanna, improbabile detective, “disoccupato di successo”, già licenziato in un altro romanzo dall’incarico di portavoce e portaborse di un sottosegretario.  

Un investigatore per caso che preferirebbe restarsene fra gli incanti del suo buen retiro di Makari, il paradiso dalle parti di Trapani, anziché esser trascinato dall’autore a due passi dalla famosa Vigata, fra le colonne doriche della Valle dei Templi, fino alle meraviglie del giardino degli dei salvato ad Agrigento dal Fai, la Kolymbetra.  

Eccoci nell’eden dove si miscelano zagare e gelsomini, limoni e melograni, celestiale contesto sfregiato dal delitto di un archeologo di fama mondiale. Appunto, “Il delitto di Kolymbetra”, l’ultimo romanzo appena pubblicato da Sellerio per rilanciare la strepitosa figura di Lamanna, ormai nei racconti di Savatteri coppia fissa con il generoso ma buffo Peppe Piccionello, infradito havaianas e magliette siciliane, collaboratore di una tv locale, esperto di retorici pezzi turistici. Entrambi ancora al centro di pagine cariche di umorismo, di beffardi abbagli capaci però di mettere a nudo e sorridere dei luoghi comuni su Sicilia e siciliani.  

D’altronde, avevamo visto partecipare in altra indagine Lamanna pure a un convegno antimafia in un convento a Palermo, arrivando con la stesso slancio partecipativo di Fantozzi davanti alla Corazzata Potemkin. Pronto a mettere a nudo anche i vizi di un mondo che Savatteri conosce bene da giornalista televisivo, prendendo in giro il circo mediatico, fra congegni e artefatte apparenze sintetizzate nell’acrobatica formula “niente vero, niente finto, solo spettacolo”.  

Che non tutto sia come appare, in un doppio gioco annidato come atavica insidia nel siciliano doc, lo sa anche Piccionello che segue Lamanna fra i Templi per risolvere una faccenda familiare, la sparizione di una giovane parente. Un piccolo giallo che si intreccia con l’intrigo maturato nell’albergo sede di un convegno di archeologia dove, a parlare degli scavi e del rinvenimento (reale) di un teatro grande come quello di Siracusa, viene invitato il professore Demetrio Alù, ritrovato con la testa fracassata proprio fra le rovine millenarie, nel sito di Kolymbetra, alla vigilia di importanti comunicazioni scientifiche.  

Come in una trama di Agatha Christie,  assistenti e professori, convegnisti e una bella archeologa sono tutti sospettabili e la polizia annaspa. Mentre a suo modo indaga Lamanna senza risparmiarci battute, affascinato da poesie e canzoni, ghiotto di parmigiane e arancine (al femminile, nonostante Camilleri). Disorientato quando nella Valle ricompare Suleima, la fidanzata architetta a Milano, stavolta accompagnata dal titolare dello studio dove lavora e per questo fonte di gelosia.  

Non inganni il taglio spassoso, chiave per proporre fra divertenti citazioni una riflessione seria sulla mafia, su mafia e potere. D’altronde, lo spessore di Savatteri viene dalle riduzioni teatrali di Camilleri, da libri come “Uno per tutti”, tradotto in film da Mimmo Calopresti con Isabella Ferrari e Giorgio Panariello, e dal primo testo d’esordio che andrebbe riletto, “La congiura dei loquaci”, il delitto di un sindaco, il sindaco di Racalmuto, la città di Sciascia da dove è partito questo ragazzo di Regalpetra.

Dal Corriere della Sera

 

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