L’arte cura e aiuta a vivere

di | 8 Apr 21

Recensioni. Giuseppe Cipolla: “Ai pochi felici”. Leonardo Sciascia e le arti visive, Edizioni Caracol.

In una delle sue apparizioni televisive, Leonardo Sciascia, alla domanda diretta del giornalista: “cosa chiede Lei a un quadro”, Sciascia con il suo sorriso sagace, e lo sguardo acuto, dopo averci pensato qualche istante, cortesemente rispose: “un aiuto a vivere”. Verità insindacabile e argomentabile all’infinito, almeno sin dai tempi delle grotte dipinte da anonimi Sapiens nell’Europa di 35.000 anni fa.

Un aiuto a vivere meglio, a dare senso alla Vita stessa a rappresentarla nelle sue molteplici forme: gioiosa, complicata, dolorosa, destinata singolarmente a finire per ogni vivente. Assediata da ogni entropica vicissitudine e difficoltà dall’essere in tanti, mortali, caotici, sul Pianeta Terra. “Ce ne ricorderemo di questo Pianeta”: epitaffio memorabile che il Maestro di Racalmuto volle scritto sulla lapide che costudisce le sue spoglie nel cimitero del suo Paese.

Quando Giuseppe Cipolla, amico e collega, mi parlò per la prima volta dei suoi studi su Sciascia e la critica artistica ebbi un sobbalzo. Certo! Come non averci pensato prima? Con la cultura ramificata, sedimentata, il gusto per le immagini scultoree, pittoriche, fotografiche, cinematografiche, Sciascia è stato uomo del Novecento anche per questo: il secolo dell’immagine più di altri che lo hanno preceduto, se non altro per pervasività, diffusione e dialogo con il testo scritto, letterario. Ancora manca agli studi specialistici – poco avvezzi alla salubre interdisciplinarietà – una riflessione articolata e di ampio respiro sull’inscindibile relazione tra i due mondi: quello delle scritture e quello immagini, che metta in luce il “visibile parlare” di dantesca memoria.

L’indagine storiografica di Giuseppe Cipolla, negli scritti d’arte di Leonardo Sciascia, che giunge oggi a meritata pubblicazione, nel centenario del Maestro di Regalpetra – abbraccia in maniera sistematica l’intera produzione critica e copre l’arco temporale tra gli anni cinquanta e ottanta del Novecento. Dall’arte figurativa all’architettura antica, a quella moderna e contemporanea, siciliana e italiana; dalla forma delle città di Sicilia alle tecniche artistiche: fotografia, disegno e incisione, interesse questo radicato sia nel collezionismo sia con l’impegno nella rivista di cultura di taglio internazionale “Galleria” a cui diede un contributo decisivo. Fino ad arrivare agli interventi su tutela e conservazione del patrimonio artistico e dei beni culturali in Sicilia.

Sciascia esplorava e interpretava le articolazioni poliedriche dell’immaginario, servendosi di diversi registri espressivi basandosi, come sempre per attitudine poetica e stilistica, basandosi sulle parole chiave a lui care: la memoria, la libertà, la sensualità, il mistero, l’armonia, l’ironia, il grottesco. Le arti visive però hanno codici e strumenti diversi e auto-evidenti, rispetto alla letteratura e lo sapeva benissimo.  Esse vengono declinate con forme specifiche ed espandibili: punti, linee, colori, valori pluridimensionali scultorei, ambientali, spaziali, di tempo, di movimento, attingendo da materiali e molteplici tecniche esecutive adoperate dagli artisti. L’esperienza dei singoli artisti su cui Sciascia pone il suo sguardo attento, coglie sempre le scelte culturali individuali, ne valuta le variegate e intersecate cornici storiche, le tensioni sociali e civili in cui gli uomini operano nel tempo e nello spazio contestuale.

La scrittura artistica di Sciascia è sempre piana, lucida, razionale, colta senza mai scadere nella mera erudizione. Essa è percorsa talvolta da acuti accenti polemici, di denuncia e di forte valore etico ispirati da vaste letture della critica francese e anglosassone, dall’illuminismo alla sua contemporaneità. La scrittura per le arti non si serve dell’enfasi dell’accumulazione lessicale degli accostamenti visivi comparativi propri di certa letteratura artistica italiana. Nella critica sciasciana – mette in luce Cipolla – domina soprattutto la chiarezza, l’uso parsimonioso della metafora, la precisa capacità di definizione ancorata alle concatenazioni morali, politiche e civili intessute sulla storia inesauribilmente stratificata e meravigliosamente paradossale della Sicilia. Se Sciascia di Sicilia scrive la prospettiva però è sempre universale, condivisa con molti degli intellettuali italiani del Novecento.

Giuseppe Cipolla

Nel ricco volume di Giuseppe Cipolla – con la prefazione del comune maestro Gianni Carlo Sciolla – emergono chiaramente le tracce delle letture di Sciascia: Montesquieu dell’Essai sur le goût (1753), Diderot dei Salons, il “milanese” Stendhal della Storia della pittura in Italia (1817) e quello de La Certosa di Parma (1839), fino a Baudelaire e Zolà. Ispirato anche da Emilio Cecchi, dalla conoscenza con Cesare Brandi e Carlo Ludovico Ragghianti, per i temi legati all’arte antica e moderna e soprattutto per la difesa dei beni culturali e del paesaggio.

Anche con Roberto Longhi, Sciascia concorda nel considerare la critica d’arte: “un’attività di matrice fondamentalmente letteraria” citando le Proposte per una critica d’arte del 1950, se ne distanzia però sul piano del linguaggio, della forma di scrittura e generalmente per i temi.

Con Carlo Ludovico Ragghianti l’affinità di gusti estetici è assai più salda allineandosi anche alla posizione intellettuale e alle scelte politiche di indipendenza dello storico dell’arte lucchese, che scrisse spesso su «Galleria», condividendo l’interesse di Sciascia per Ugo Attardi, Fabrizio Clerici, Emilio Greco, Renato Guttuso, Carlo Levi, Mino Maccari, Tono Zancanaro.

Concludo con la riconoscenza nei confronti dell’autore del volume per averci dato uno sguardo nuovo sulla complessità intellettuale di Sciascia, che nei prossimi decenni la nostra generazione si deve impegnare a contribuire a far conoscere e studiare. La forza civile, che passa sempre (anche) dall’arte visiva, è il terreno su cui costruire, il tessuto della rete da infittire e consolidare. I pesci di varia taglia siano avvertiti.

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