La Vespa

di | 21 Nov 21

Il racconto della domenica

Gioacchino Lonobile

Un rumore lo fece sobbalzare. In quei giorni gli capitava spesso di sentirli, o meglio di credere di sentirli. Erano rumori che sembravano intrappolati negli angoli più segreti della casa e che di tanto in tanto venivano alla luce. Rumori di dimenticanze, rumori antichi, che non appena cercava di scovare, sparivano in quegli stessi anfratti che li avevano custoditi fino ad allora. Decise di non dargli credito e di rimanere concentrato per non perdere il conto. Il rumore, però, non cessava, anzi aumentò d’intensità. Jean non avrebbe potuto continuare a ignorarlo a lungo. Era uno sbatter d’ali confuso contro la porta. Si alzò, aprì e fece segno d’entrare. Lei si mosse in maniera lenta, ma con eleganza.
«Ti hanno illusa, te ne sarai resa conto? Non diventerai mai un cigno, questo lo sai vero?».
Jean, si pentì subito di aver pronunciato quelle parole. Andò a sedere vicino la finestra, scostò la tenda e tornò a fissare la chiesa, l’unica del paese di Jarrive. Dieci scalini in marmo fino al portone e un campanile all’esterno, un’unica navata dentro. Prendeva il nome dal santo Etienne, nell’ordine: guaritore, blasfemo, lapidato e primo martire.
Jean aprì il taccuino dalla copertina nera, lo aveva usato fino ad allora per trascrivere le spese mensili; da quando ne aveva cambiato la destinazione d’uso i numeri sui fogli erano aumentati in maniera considerevole.

Trentasei, scrisse.

«Dieci in più di ieri, più della somma del mese scorso» disse come a voler risolvere un difficile problema matematico. Contare le persone che entravano in chiesa, era diventato uno dei suoi passatempi preferiti.

Jean Liènard era nato a Aisne, nell’estremo nord, terra di castelli, cattedrali, pastori e contadini. Scoprì lo sport in esilio, durante la seconda guerra mondiale. Giunse a Grenoble nel ’49, per finire i suoi studi in ingegneria, trovò una carriera da giocatore di rugby e un nuovo nome, la Guêpe, la vespa. Viveva nel paese di Jarrive da molti anni, da due con madame Cosette, o semplicemente Cocò, un’oca a cui aveva salvato la vita.
Jarrive contava meno di mille abitanti, una piazza, una chiesa, un castello e una fabbrica. Quest’ultima era stata costruita quando i generali francesi, dopo che il cloro nazista aveva fatto diecimila morti, ordinarono il contrattacco e i soldati avevano fatto notare che non esistevano fabbriche chimiche in Francia. Sorgeva a un paio di chilometri dal paese e dava lavoro a quasi tutta la popolazione da almeno due generazioni,.
Jean indossò la giacca e prese il cappello.

«Cocò, vado a fare la spesa» disse e uscì.

Scese la scala esterna di corsa, era l’unica zona della casa da cui non si vedeva l’entrata della chiesa, per quanto poteva cercava di contare la gente anche quando era fuori: era divenuta un’ossessione ormai. Nell’ultimo mese due praticanti erano morti – le cause non erano state chiarite – , nei sei mesi precedenti i morti erano stati tre, per un paese così piccolo un’enormità. Frequentare la chiesa non portava fortuna, pensò la Guêpe, ma considerando le sue abitudini poteva stare tranquillo.
Jean arrivò al bar e prese posto a uno dei tavoli fuori; ordinò un pastis e un bicchiere d’acqua. L’uomo che gli stava seduto di fronte alzò gli occhi dal giornale, accese il sigaro e sputò una grossa nuvola bianca; rimase con la testa alzata a guardare l’ombra pomeridiana che stava calando sulla piazza, solo la facciata della chiesa rimaneva illuminata dal sole; fece un cenno di saluto e fu ricambiato. Jean diede un paio di sorsate e versò dell’acqua diluendo il liquido giallognolo. L’uomo con il sigaro aveva messo da parte il giornale e chiacchierava con una donna dai capelli grigi raccolti dietro la nuca. Nella piazza il sole era ormai scomparso del tutto; in chiesa era entrato un solo fedele che ne era subito uscito. Jean aveva seguito la regola del noto parroco di provincia Fernadel: “Il pastis è come il seno delle donne: uno è poco e tre sono troppi”.
La Guêpe si alzò, saluto i presenti e tracciò una diagonale lungo la piazza fino alla bottega di Grenier. Grenier non era mai visto a Jarrive, e forse non esisteva nessuno con quel nome, nonostante campeggiasse sull’insegna del negozio, il quale era stato gestito da sempre da Monsieur Renò, prima da solo e poi con il figlio Cédric. Cédric era un ragazzo magro magro a cui Jean dava lezioni sul rapporto qualità prezzo dei vini.

«Salve, coach» disse Cédric da dietro il banco del pane. Alle spalle sue spalle era attaccata la sciarpa blu con tre rose rosse stilizzate del Grenoble Rugby.
Cinque anni dopo il suo arrivo al Grenoble, Jean vinse il primo titolo nazionale, dopo altri quattro e diversi infortuni si ritirò.

«Come va, coach? Ha visto il derby?»
Jean sorrise.
«Ho messo da una parte una cosa per lei» disse mostrando un filone di pane di campagna «Lo taglio a metà?».
«Ciao Cédric. Va abbastanza bene. No, non ho visto il derby, perché è arrivato il carico di legna per l’inverno e… c’era un’ultima domanda giusto?»
Cédric fece segno verso il filone.
«Intero grazie».           .
Il ragazzo incartò il pane.
«Anche io ho qualcosa per te, ne ho presa una in più» gli passò una bottiglia che aveva nel carrello. Cédric la guardò con mimica d’intenditore.
«Coeurdoré, gusto aperto e generoso».
«Bravo».
«Quattordici euro e cinquanta».
Jean abbassò il capo soddisfatto «È  facile leggendo il cartellino» disse sorridendo «Salutami Renò».
Uscito dalla bottega Jean osservò gli uomini in tuta blu che camminavano per strada. Alle diciannove finiva il secondo turno di lavoro in fabbrica. Quaranta e quarantuno, altri due operai erano entrati in chiesa; di certo qualcuno era saltato al conteggio.
«Mousieur Gian» sentì chiamare alle sue spalle, l’accento era inconfondibile.
«Mousieur Gian» ripeté la voce. Jean si girò e, come aveva previsto, si trovò davanti Linò Bellosguardo.
«È  un piacere incontrarvi».
Linò faceva parte della nutrita comunità che proveniva da Corato, un piccolo paese del sud Italia; si era trasferito venticinque anni prima con sua moglie. I figli erano nati in Francia e avevano passato tutte le estati in Puglia, almeno fino alla maggiore età. Linò aveva sempre lavorato in fabbrica, con gli anni era diventato capo reparto, ma era rimasto operaio nell’animo, sempre alla testa di ogni sciopero.
«Ha fatto spese, vedo».
Jean alzò le spalle e con esse la busta di plastica.
«Lo stretto necessario» disse sorridendo.
Linò tossì per diversi secondi, sempre più forte, divenne rosso in faccia, parve rimanere senza respiro. Jean spaventato poggiò la spesa a terra per dargli soccorso, gli mise un braccio dietro la schiena e uno sul petto.
«Linò! Linò!» chiamò e dopo un poco l’uomo si riprese, ansimò e gradualmente riacquistò il suo colorito «Tutto bene?».
«Sì, non è niente, mi capita ogni tanto» disse Linò asciugandosi la fronte.
«Forse è meglio che si faccia vedere…».
«Volevo darle una cosa» disse Linò cambiando discorso, frugò in tasca ed estrasse un santino.

«Cos’è?» disse Jean rigirandolo tra le mani.
«È la Madonna del Pozzo, ma è anche un invito: con gli altri paesani abbiamo organizzato una piccola festa in concomitanza con quella che si tiene a Corato».
«Ho notato che il numero dei fedeli è aumentato negli ultimi tempi».        .
«Sì, ha ragione, era ora, gli abitanti di Jarrive sono sempre stati un po’ restii. Avevamo pensato a una piccola processione per le vie del paese e a una cena sociale con i prodotti tipici della nostra terra».

«Ah… e quando è prevista?».

«Domenica prossima. Ci farebbe molto piacere se partecipasse, molti giovani che frequentano la parrocchia sono tifosi del FGC, lei è un grande esempio per loro».

La Guêpe  finì di scrivere la storia della sua leggenda come allenatore: riportò la squadra, dopo anni di declino, prima nella massima serie e poi al secondo titolo nazionale. Una tribuna dello stadio Lesdiguières portava il suo nome.

«Si potrebbe fare…» disse non trovando subito una scusa «ah no!» s’interruppe «Domenica non posso proprio, sarà una giornata dura, aspetto il carico di legna per l’inverno».
«La capisco, la capisco» disse Linò abbassando due volte il capo «Non si preoccupi, se riesce a liberarsi…» concluse porgendogli la mano.

La casa di Jean era simile a tutte quelle di Jarrive: una villa unifamiliare, di due piani, con il tetto spiovente. Jean risalì la scala, continuava a pensare se ci potesse essere una relazione tra le recenti morti e l’aumento di fedeli presenti in città. Arrivò davanti al portone con il fiatone e senza una risposta, aprì e andò in cucina. Poggiò la busta sul tavolino, prese il taccuino e aggiornò il numero; meditabondo iniziò a sistemare la spesa, parte in frigo il resto in dispensa. Madame Cocò rimase immobile sul ciglio della porta.
«Mais e radici fresche, le tue preferite» disse Jean senza girarsi.
L’oca stizzita, alzò il becco verso l’alto, girando la testa da un lato.
«Sei ancora arrabbiata per prima? Non ho nemmeno comprato il paté».
Cocò sembrò pensare «stupido grassone» fece dietro front e ancheggiando andò verso il salotto.
«Ma certo che diventerai un cigno, il più bel cigno mai visto» disse Jean continuando a infilare il cibo in frigo.

In quel momento uno dei rumori nascosti negli angoli della casa lo fece sobbalzare.

1 commento

  1. Sergio

    Che bello fila via bene e mette curiosità un ottimo inizio vediamo dove porta
    Bravo

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