La trottola

da | 19 Dic 21

Il racconto della domenica

Salvatore Indelicato

Mi piaceva guardare le mani di nonno Turì lavorare forti, abili e sicure, mentre costruiva le gabbiette in legno che avrebbero ospitato cardellini e canarini. Aveva una vera passione verso quei piccoli volatili, la sua casa era sempre rallegrata dal loro cinguettio e lui, al suo rientro dal lavoro, li salutava tutti ad uno ad uno. Perciò, nel tempo libero amava realizzare da sé le gabbiette nelle quali li avrebbe allevati.

Passavo delle ore ad osservarlo misurare, segare, lisciare ogni singolo pezzo con metodica maestria e pazienza. Lo vedevo praticare meticolosamente, con un piccolo trapano a manovella, decine di fori sulle assicelle nei quali faceva scorrere delle sottili barre di zinco, a formare quelle che sarebbero diventate, poi, le pareti della gabbietta; in una di esse lasciava uno spazio nella quale inseriva un telaietto per la porticina.

Mi affascinava soprattutto quel suo modo di intagliare la cornice superiore della gabbia, usando l’affilata lama di un coltellino, dandole l’aspetto delle merlature di un castello.

Il mio era un appuntamento quasi quotidiano con lui, con grande sollievo per mia madre, che mi sapeva, così, non scorrazzare per vicoli e cortili.

Mio nonno Turì era un cantoniere dell’ANAS ed era fiero di vestire ogni giorno la sua divisa verde-oliva, al servizio della comunità.

Era un uomo di poche parole e gradiva moltissimo la mia compagnia e il mio interesse per le cose che faceva, soprattutto se stavo in silenzio e non toccavo nulla.

Ogni tanto, mentre lavorava le sue assicelle, alzava lo sguardo verso di me, si puliva una mano dalla polvere di legno e mi carezzava sulla testa.

“Ti piaci ‘sta gaggitedda, Totonè?”

            “Sì, nonnò, bella è; mi pari ‘u castellu di Orlandu[1]; ma pirchì ci chiuj dintra l’acidduzzi? Accussì un sunnu cchiù liberi di vulari ‘n celu”.

E allora lui sorrideva e, senza rispondere, riprendeva il suo lavoro.

Quel pomeriggio, al suo rientro, io ero già a casa sua, lui mi rivolse uno sguardo compiaciuto; solennemente si tolse il berretto e la giacca di servizio, consegnandoli a mia nonna perché li riponesse con cura nell’armadio.

“’Sa benedica, nonnò!” – lo salutai.

            “Santu, figliu miu.” – rispose, andando a prendere la sua preziosa cassetta degli attrezzi. Curiosamente, però, lasciò al proprio posto il fascio delle assicelle e le barrette di zinco; sempre con quel suo sorrisetto, che aveva un qualcosa di misterioso, mi diede un’occhiata e si sedette al suo solito sgabello di lavoro, in un angolo della cucina.

Dal suo tascapane in cuoio, quello che usava per portare con sé il pranzo, tirò fuori un pezzo di ramo d’albero dalla forma buffa perché sembrava una grossa pera con un naso, con ancora delle foglioline attaccate.

“Chi fai nonnò, ‘u ‘nni fai gaggiteddi, stasira?” – domandai tra l’incuriosito e il meravigliato.

Lui volse il suo viso scavato e scurito dal sole di tanti anni trascorsi lungo le strade della provincia, che sembrava scolpito nella pietra, strinse a fessura gli occhietti abbozzando ad un sorriso sornione.

“Assettati ‘ccà…” – mi disse col suo solito cipiglio, apparentemente burbero ma capace di lampi di tenerezza nei miei confronti – “…ora lu vidi chi fazzu.”

Mi sedetti sul mio sgabellino, appositamente realizzato da lui per me, e mi apprestai a seguire in religioso silenzio il suo lavoro.

Cominciò liberando dalle poche foglie il pezzo di ramo e smussandone le irregolarità con il suo affilato coltellino.

Ogni tanto lo sollevava all’altezza degli occhi, lo rigirava più volte, traguardandolo con attenzione per eliminarne le imperfezioni e dargli una forma pressocché regolare.

Quando reputò, a suo giudizio, che il legno aveva le dimensioni e la forma volute, cominciò a lisciarlo con la carta vetrata, con gesti veloci e decisi.

Intanto, nonna Assunta aveva riposto il suo lavoro a maglia nella cesta di vimini per apprestarsi a preparare la cena.

“Turì, pozzu accuminciari a priparari?” – chiese, rivolgendosi al marito, che per tutta risposta alzò semplicemente lo sguardo verso di lei, senza dire una parola.

Mia nonna non potè fare altro che tornare al suo lavoro a maglia.

Con i gomiti sulle ginocchia e il viso appoggiato sui pugnetti, io continuavo a guardare con curiosità le mani di nonno Turì, dalle dita lunghe, ossute, scure che sembravano trastullare quel pezzo di legno che somigliava sempre ad una pera ma stavolta liscia e regolare.

Vedendo i miei occhi sgranati dalla meraviglia, man mano che il suo lavoro procedeva, mio nonno sorrideva, sotto i baffetti sottili e ben curati, come se pregustasse già una qualche mia sorpresa quando avrebbe finito di lavorare l’oggetto.

“Ma chi sta facennu, nonnò… un piru?” – dissi io, ridendo.

“Totoneddu…” – rispose, alzando lentamente il suo sguardo – “… fatti dari un pocu di addimuru da zia Rosa.”

            “Subitu, nonnò.” – E felice di rendermi utile a lui, corsi velocemente da mia zia Rosa.

“Zia Rò, mi dissi ‘u nonnu ca voli un pocu di addimuru.”

            “Assettati ‘ccà, ca ora tu pigliu. Mentri mangiati ‘stu viscutteddu.”

Zia Rosa, bella, solare dal sorriso sempre pronto e aperto, mi porse uno dei famosi biscotti che preparava nonna Assunta, ai quali nessuno di noi nipoti poteva resistere.

La fragranza di quel dolce, che sapeva ancora di forno, di mandorle e zucchero glassato, mi fece dimenticare per qualche minuto di mio nonno e del suo buffo pezzo di legno.

Dopo il secondo biscotto, mia zia mi disse di andare a dire al nonno che l’addimuru era finito.

“Curru a diriccillu…”

Andai veloce come un fulmine da lui che mi stava già aspettando, ma non ebbi il tempo di dirgli nulla, perché con un rapido gesto, alzò il braccio e con uno scatto fece schioccare nell’aria una lunga e sottile cordicella, al termine della quale si staccò un oggetto che vidi roteare, un attimo dopo, sibilando vorticosamente sul pavimento.

Rimasi letteralmente a bocca aperta, mentre ammiravo quell’oggetto magicamente incollato sulla piastrella del pavimento, girando velocemente sulla sua punta d’acciaio, ben affilata.

Ero talmente affascinato che non riuscivo a dire una parola e con gli occhi seguivo le evoluzioni e il movimento ondulatorio della “pera di legno”, che andava perdendo man mano la sua velocità; finché, con uno scarto improvviso, si fermò poggiandosi malinconicamente di lato.

“’A trottula…” – riuscî a dire, finalmente, con un’espressione di grande meraviglia.

A nonno Turì brillavano gli occhi di felicità per avermi procurato tanta gioia, raccolse la trottola da terra, ne riavvolse la cordicella e la lanciò nuovamente.

Questa volta, però, accostò la sua mano aperta alla punta d’acciaio e con un rapido movimento la fece saltare sul suo palmo e poi, delicatamente, la posò sul palmo della mia manina.

Sentivo mancarmi il respiro per la felicità mentre la punta della trottola mi solleticava la mano roteando vorticosamente e sibilando come un’ape su un fiore.

[1] Mio padre amava raccontarmi le storie dei Paladini di Francia

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