La torta di mele

da | 3 Lug 22

I Racconti di Malgrado tutto

Bia Cusumano

“Che buon profumo… arriva Rita, eh?” – disse Alfredo entrando in cucina, mentre il profumo delle mele si spandeva per le stanze dell’appartamento.

Sei la donna dei riti, ormai non ho bisogno neanche di chiedertelo, ma ogni volta che sento profumo di torta, sento anche profumo di guai e i guai si chiamano Rita che rientra da Roma.”

“Il solito esagerato!” – disse Gioia – affaccendata a portare a compimento il suo capolavoro culinario. “Ed io so che ogni volta in cui arriva mia figlia ti dilegui magicamente. Sento odore di valigia pronta e di villetta al mare, per il tempo in cui Rita resta qui, vero? Hai visto? Anche io ti conosco bene, anzi benissimo, dopo tutti questi anni.” Gioia sorrise, era contenta a prescindere. Sua figlia l’aveva chiamata nei giorni precedenti dicendo che sarebbe venuta a trascorrere un po’ di tempo in Sicilia. Erano mesi che non l’abbracciava e qualunque fosse il vero motivo, poco importava. Era sua figlia e il solo pensiero di rivedere i suoi grandi occhi verdi, i suoi capelli rossi e il suo sorriso le bastavano per metterle addosso una insolita felicità e la smania di mettersi ai fornelli, lei che non amava affatto cucinare. Alfredo aveva ragione, se Rita tornava vi era sentore di guai in vista. Si trattava ciclicamente o di richieste improvvise di parecchi soldi o situazioni ingarbugliate di lavoro o relazioni sentimentali concluse in malo modo. Ragion per cui, lui che non era il padre di Rita, toglieva il disturbo, trasferendosi nella villetta al mare, subito dopo il suo arrivo. Certo, prima vi sarebbero stati il pranzo di benvenuto, la torta alle mele, il caffè, il limoncello e i convenevoli del caso. L’alibi perfetto ogni volta era lo stesso: “la vostra intimità madre-figlia non può essere turbata dalla mia presenza.”

“Preferisco così- una volta aveva detto a Gioia – non è mia figlia e Rita, per quanto in questi anni, tra infiniti andirivieni l’ho vista crescere, e le voglio bene, resta sempre la figlia che noi due non abbiamo avuto. Non voglio si senta a disagio per la mia presenza e non voglio sentirmi il padre che non sono mai stato. Non devi sentirti ferita da questo mio comportamento, è inevitabile. Non è fare il Ponzio Pilato della situazione, tanto poi, puoi star certa che se i guai si chiamano soldi, non ci sono problemi, e se invece si chiamano uomini, puoi sempre parlarne con me, in separata sede. Troveremo una soluzione.”

All’inizio Gioia c’era rimasta male, poi negli anni aveva compreso. Rita era sempre stata una ragazza problematica, con un vissuto difficile e dopo le verità apprese sul padre, ancora di più. Per cui, era saggio che Alfredo lasciasse spazio ad entrambe per potere parlare o litigare, in santa pace. Tanto sarebbe durata poco e risolti i guai, sarebbe rientrata a Roma a fare la sua bella vita, senza più l’urgenza di una chiamata alla madre o di un semplice Buon compleanno, scritto pur di fretta, via messaggio. Il tempo di rientrare nella città eterna e la Sicilia sarebbe sfumata in una bolla di sapone, madre inclusa. Gioia non si era mai arresa in tutti quei lunghi anni ad avere un rapporto profondo ed affettuoso con la figlia, ma la verità era che Rita si ricordava di avere una madre solo quando ne aveva bisogno. Tutto qui. Gioia si era sposata dopo diversi anni dal divorzio con il padre di Rita, con Alfredo, un uomo di una intelligenza acuta e di uno spiccato e innato senso dell’umorismo. In realtà i due si conoscevano da tantissimo tempo, ma le cose accadono quando la vita facendo strani giri, torna su sé stessa come riavvolgendo il nastro e i cuori sono pronti per ritrovarsi, chiarirsi, ricolmare i vuoti. Sì, Gioia ed Alfredo si erano sempre piaciuti. Ma in una breve e lontana relazione che i due avevano avuto molto prima che poi Gioia si sposasse con il padre di sua figlia, avevano litigato sempre furiosamente per motivi di gelosia. Gioia era una bellissima donna e attirava pur inconsapevolmente gli sguardi di tanti uomini. Alfredo ne era sempre stato follemente innamorato e geloso. Entrambi forti di carattere e testardi, alla fine si erano aggrovigliati in una marea di liti infantili, con ripicche stupide, per cui si erano anche lasciati malamente, senza più rivolgersi il saluto o la parola per anni. Poi la vita aveva preso impreviste vie per entrambi. Alfredo aveva convissuto con una donna per tanto tempo ma nel cuore era rimasta sempre quella adorabile stronza, così chiamava la sua Gioia. Lei si era invaghita perdutamente di un illustre intellettuale per il quale aveva annullato tutto di sé stessa e della sua vita. Una passione senza precedenti che l’aveva portata alle soglie dell’esaurimento nervoso. Sì, era nata Rita, la bimba che desideravano entrambi ma forse in un momento in cui il loro amore aveva già concluso la parabola dello splendore e si era avviato verso il tramonto della sincerità e sul crollo totale della fiducia. Crescere Rita era stato complicatissimo, con la famiglia di lui sempre sul piede di guerra e i tradimenti puntualmente scoperti e patiti da Gioia. Suo marito non riusciva a cambiare vita, così le aveva detto una volta, in una delle tante discussioni intessute di lacrime. Il vizio di avere il cuore sparso tra tante lenzuola non riusciva proprio a toglierselo. Gioia aveva cercato di aiutarlo in ogni modo. Lo aveva perdonato puntualmente, e non solo per Rita, aveva atteso come novella Penelope che ogni volta si redimesse e tornasse sui suoi passi ma alla fine ne era uscita distrutta, svilita e annientata. Glielo aveva ripetuto sempre che l’amore non replicava, e che il loro non avrebbe meritato tutto questo tormento. In fondo cosa chiedeva? Fedeltà, sincerità, appartenenza. Un giorno si era pure tatuata Itaca sul polso, quasi fosse la meta a cui tendere sempre, la bussola perenne del loro viaggio insieme. Ma era stato del tutto inutile. L’ultimo dei tradimenti si era complicato più del previsto, dando origine ad una relazione extraconiugale complessa, per cui Gioia aveva solo deciso di tacere, alzare i tacchi e rifugiarsi il più lontano possibile dal suo grande amore che no, non riusciva proprio ad appartenere a nessuno. Con il tempo forse l’avrebbe perdonato, intanto non aveva neanche chiesto il divorzio. Non aveva mai creduto alle formule o ai patti scritti. Per lei esisteva l’Amore, quello vero, assoluto, sinonimo di appartenenza ed esclusiva. Gli aveva solo mandato un messaggio con su scritto: “Itaca delenda est.” Era più di una lettera di divorzio. Era la resa dopo anni di amore appassionato ed intenso e dopo una figlia problematica ma invocata e concepita in una notte di luna piena, in uno dei momenti in cui sembrava esserci l’afflato e la sintonia di sempre tra loro. Vaga illusione, purtroppo. Quando era nata Rita, la relazione con l’altra donna era bella e consolidata. Lui pretendeva di restare con entrambe. Perché Gioia era Casa, madre di sua figlia, compagna, moglie, amante, amica, forse davvero tutto, ma l’altra era leggerezza, normalità semplice e serena, attimi di svago senza impegno, senza troppe parole e pensieri profondi. Gioia era una donna impegnativa. L’altra no, e non si poteva vivere solo di profondità e di responsabilità. Glielo aveva fatto capire chiaramente. Gioia quindi avrebbe dovuto crescere Rita, amando un uomo che nel frattempo frequentava, senza farne segreto, un’altra e sentendosi dire che solo lei era l’Amore, il Destino, la Casa. Vi era letteralmente da impazzire e pur amando profondamente il padre di sua figlia, davanti il suo cuore franto e bigamo, aveva semplicemente detto No. Ci erano voluti anni ed anni per giungere al divorzio e riprendersi. Poi, Alfredo, un giorno per caso, quando forse la vita vuole ripagarti del male ingoiato ingiustamente.

“La torta brucia … Gioia, ma ci sei?” – aveva urlato Alfredo – se prima era profumo ora inizio a sentire una strana puzza di bruciato!”

“Caspita! hai ragione, – disse – corro a salvarla, tu intanto mi dai una mano ad apparecchiare? Rita arriva fra pochissimo. No, non c’ero – disse rivolta ad Alfredo- stavo ripercorrendo gli anni che furono. Mi accade ogni volta che ritorna mia figlia. E’ più forte di me, lo sai.”

Alfredo la abbracciò teneramente. “Lo so – disse – per questo preferisco andare nella villetta al mare, amore. Rita porta con sé inevitabilmente tutto il dolore del tuo precedente matrimonio e le sofferenze atroci che hai inghiottito. Tanto sai che poi ci sono io a rimetterti in piedi, appena tua figlia riparte. Io non ti abbandono, non ti lascio, non ti tradisco, stai serena. Ma certi conti con il vostro passato perennemente irrisolto, per quanto io sia un matematico, non posso farli io, dovete necessariamente farli voi due. E se Rita torna in Sicilia ha bisogno solo di sua madre, tanto con il padre non parla più da anni. Forse non avrebbe mai dovuto sapere chi fosse veramente. Certe verità meglio non conoscerle, anche se io so che tu le vedi prima, le senti dentro a pancia e sono esattamente così come le senti. Strano dono il tuo, ma terribilmente logorante.”

Alfredo l’aveva sempre amata. E di anni ne erano passati davvero tanti. Adesso erano entrambi abbastanza saggi per stare insieme in modo equilibrato e sereno, senza più scenate di gelosia. Il tempo aveva lenito e levigato anche questo. Il loro matrimonio era un porto sicuro, fatto di stabilità e fiducia. Senza ombre di menzogne, inganni e tradimenti e la passione poco importava se non fosse più quella di una volta. Il desiderio aveva dimostrato che più che ardere, bruciava. La sincerità e la fiducia erano la vera Itaca. Ma Gioia era giunta a questa consapevolezza solo nel tempo. Alfredo non le aveva mai chiesto se in una parte sperduta del suo cuore vi fosse ancora amore per il primo marito, ma poco importava. Gioia alla fine era approdata a lui. Aveva scelto la stabilità alle montagne russe, la correttezza e la fedeltà. Aveva chiuso a doppia mandata quell’amore immenso che era stato segnato da fughe e ritorni, da attese interminabili e notti di passioni e poi da una figlia forse desiderata più da lei per donare una famiglia a lui, credendo che questo potesse bastare per restituirgli un cuore intero e capace di appartenere. Lo aveva fatto per mettere a posto le tessere, per fargli comprendere che tutta la felicità stava davvero in un paniere e che loro avevano tutto per essere felici. Ma nulla, neanche Rita era bastata. Per cui, pur morendo dentro, appresso alle tante sottane dietro le quali il marito si perdeva e che Gioia puntualmente chiamava canti di Sirene, e pur amandolo ancora, aveva scelto il deserto. Itaca era rimasta un sogno disabitato e una terra sommersa ma bastava Rita con i suoi tanti capricci, vezzi e bisogni tempestosi. Cresciuta tra l’amore irrisolto dei suoi genitori e amanti perenni. Tutto l’amore del mondo non aveva salvato il padre ma Gioia non aveva mai raccontato nulla alla figlia di quello che realmente fosse accaduto. Una sera, per caso però, ancora adolescente, Rita aveva ascoltato da dietro la porta, una telefonata intercorsa tra i suoi. Aveva scoperto tutta la verità e il dolore immenso di sua madre, i suoi singhiozzi e le sue lacrime, l’avevano portata semplicemente a fuggire. Con il padre aveva deciso di non parlare più. Si era sentita tradita anche lei. Alla madre aveva detto che la Sicilia le stava stretta, che voleva vivere in una grande città, e che aveva scelto Roma. Sarebbe tornata di tanto in tanto. Tutto qui. Si era chiusa poi in un silenzio abissale. Viveva in una botola di dolore, perché le era crollato il mondo sotto i piedi. La verità era troppo dolorosa da accettare e perdonare. Sperperava tutti i soldi che puntualmente i genitori le mandavano. Viveva passando da un letto all’altro, senza volersi legare mai a nessuno. Non voleva una famiglia, dei figli, un futuro. Viveva h 24. Era diventata una donna algida, anaffettiva, egoista ed opportunista. Aveva imparato a mentire, fingere e recitare. Se lo aveva fatto suo padre giurando e spergiurando di amare sua madre, poteva farlo benissimo lei che di amore non ne provava per nessuno. “Perché è solo un sogno da romantici coglioni, Itaca, mamma! – una volta in una crisi d’ira aveva urlato a Gioia – e quello che hai permesso che ti facesse mio padre per anni, io non lo permetterò mai a nessun uomo! Piuttosto vedrai che sarò io a trattare tutti come oggetti senza anima. Potevi pure evitare di mettermi al mondo per salvare un uomo come lui, che no, mi spiace, non ti ha mai amato, cara mamma! Sei stata tu a costruirti questo mito assurdo e folle che Itaca esista! Resta solo un tatuaggio, come non lo capisci, povera illusa! Sono solo felice che la vita ti abbia ripagato nel tempo donandoti Alfredo. E’ un bravo uomo e mi piace ma io per me ho scelto di vivere senza amore. Non mi parlare di mio padre. Se un giorno lo perdonerai, fatti tuoi! Io un uomo come lui, fedifrago e bugiardo, piuttosto lo avrei mandato a fan culo subito, altro che sposarlo e farci una figlia. Nessuno salva nessuno, mamma. Le persone scelgono se salvarsi o no. Papà ha scelto l’amante. Di sicuro, non te, non me. Ed io non lo perdono.”

Dopo quella discussione Rita diceva sempre a tutti che suo padre era morto. Aveva una madre vedova che aveva sposato in seconde nozze Alfredo e che la madre fosse felice con questo marito premuroso che la trattava come una principessa.

Suonarono, era Rita. La felicità di Gioia era incontenibile. La torta di mele era bruciacchiata ma la tavola apparecchiata perfettamente. La valigia di Alfredo era già pronta e Rita con il suo accento romano e i suoi modi da narcisista egotica, aveva portato con sé tutte le buone premesse perché fossero davvero guai.

Alfredo aveva ragione, anche questa volta, come sempre. Ma che importava? Rita era l’unica sopravvissuta di Itaca, per lei sarebbe valsa la pena qualsiasi cosa. Forse l’amore era davvero questo. Quando semplicemente puoi dire: “nonostante tutto, ne vale la pena.”

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