La sicilianizzazione della Sicilia

da | 22 Mar 21

Riflessioni. “Lo devo ammettere, della Sicilia odio molte cose”

Dario Orphée La Mendola

Sono uno di quei siciliani che, attraversando lo Stretto di Messina, avvertono nel cuore una lacerazione rumorosa. Per esempio, quando sul traghetto sto per raggiungere Villa San Giovanni, cerco di catturare con gli occhi le coste siciliane che piano piano si allontanano. Non so perché. Forse per portarmi dentro una porzione, anche piccola, anche visiva, anche niente (affettiva?), di quell’isola stuprata. È così. Ad alcuni un determinato ambiente fa questo effetto. Credo che tra noi umani e la Terra sussista un legame sottile, invisibile, simile per intensità al legame che abbiamo con certi ricordi (non mi riferisco soltanto alla terra in cui siamo nati, bensì allo splendido e terrificante pianeta in cui “scontiamo” il nostro tempo da viventi).

Però, lo devo ammettere, della Sicilia odio molte cose. Sulla gastronomia, che tuttavia non è esattamente “endemica”, ma un incidente storico ed economico andato più o meno a buon fine, non ho nulla da dire; anzi! Del paesaggio, invece… Beh, qui avrei da dire tanto, ma preferisco evitare perché sarei volgare. E di volgarità, e questo non è un vanto, me ne persuado assai.

Trovo odioso l’errato e ingiurioso accostamento tra la Sicilia e alcune informazioni scorrette, semioticamente imbarazzanti, le quali causano gravi “scompensi”. Quali? Chessò, dapprima quell’etnocentrismo, amplificato fin dalla tenera infanzia, secondo cui in Sicilia ci sarebbe il meglio del meglio. Ma chi ve l’ha detto?

Poi quella scemenza dell’estate tutto l’anno, del mare troppo bello, della gente generosa. Sì, è vero, abbiamo un buon clima, a volte. Il mare, se il cemento lo permette, è apprezzabile. Della gente, invece, ho sempre pensato che avesse un problema: il siciliano non crede che esista qualcuno al di fuori del proprio corpo, del proprio uscio di casa. Magari mi sbaglio, eh. Però…

E infine il dramma culturale. Chiese barocche e templi dorici assaltati dalle case di moda manco fossero scenografie di polistirolo; l’utilizzo dell’isola come mero supporto turistico o pubblicitario; la letteratura e il cinema che, paradossalmente, operano per una propaganda “al contrario”: cioè preferiscono contestualizzare gli stereotipi, “normalizzandoli”, e scansare l’oggettività… Per non parlare dei fichi d’India consacrati a mo’ di frutto regionale, della triscele truccata al punto che pare una bambola sconocchiata, e quell’indecente produzione di articoli da regalo che prendono in prestito frasi, immagini e comportamenti dalla criminalità organizzata.

Tempo fa, durante un dibattito tra conoscenti avente a tema il futuro della Sicilia, feci presente che uno dei grandi mali della nostra terra fosse indiscutibilmente la sua “sicilianizzazione”, cioè la trasformazione dei nostri pregiudizi in docili retoriche, confezionate con un singolare obiettivo: dimenticare la realtà. Aggiunsi che quando dimentichiamo la realtà, cioè quando fingiamo che la realtà sia vivibile, e affermiamo che abbia senso, rechiamo a noi e ad altri un danno.

«Se odi la Sicilia, perché non te ne vai?», mi chiese un tizio, non comprendendo il mio intervento e suscitando tante risate. Umiliato, risposi di essere uno di quei siciliani che, quando lasciano l’isola, avvertono nel cuore una lacerazione rumorosa. La avverto, questa lacerazione, perché la Sicilia purtroppo è abitata da pupi idioti come lui, i quali rendono la mia terra un insulso triangolino che galleggia su un mare di…

Stranamente fui sbattuto fuori. Vabbè, oggi la libertà di espressione è considerata volgarità, e la volgarità, dacché sono tutti senza peccato, non è più ammessa. E così, andai al bar a consolarmi con un cannolo alla ricotta e un bicchiere di marsala. Ecco, vedi? Sono più sicilianizzato di quanto abbia finora tentato di nascondere.

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