La Sicilia, i siciliani, il futuro, la speranza

da | 11 Mag 22

Riflessioni. Chissà se è vero che, come io penso, la lingua è una sorta di specchio dell’anima di un popolo

Vincenzo Campo

Maurizio Iacono, in una intervista che si trova più o meno dal minuto 6:30 in poi di questa registrazione (https://www.facebook.com/watch/?v=2750063618569480) riferisce di un’intervista di Leonardo Sciascia al giornale L’Ora e sottolinea come i siciliani abbiano perso la speranza.

Chissà se è vero che, come io penso, la lingua è una sorta di specchio dell’anima di un popolo, o se vuoi, una specie di finestra sulla sua anima.

Se è vero, ci avete mai fatto caso, quelli di voi che in qualche modo la conoscete, che il siciliano, la lingua siciliana, non conosce il tempo futuro, in nessuno dei suoi modi?

Ma il futuro, che i siciliani lo vogliano o no oppure, chissà, che lo temano, il futuro, c’è, esiste, o meglio ci sarà, esisterà; basta pensare al “fra un po’ da ora” per avere conferma che esisterà, salva l’ipotesi per ora remota di una fine del mondo.

E siccome c’è, ci sarà, i siciliani, il futuro, sono costretti ad esprimerlo, seppure la lingua non contempli l’esistenza del relativo tempo, che, invece, esiste in tutte le lingue che io conosco. C’è sicuramente nelle lingue neolatine, nel tedesco e nell’inglese.

Se il siciliano deve dire di un’azione che deve ancora svolgersi, che a questo serve il tempo futuro, ricorre a un espediente, a due espedienti, a seconda del tipo di futuro deve esprimere. Vediamo?

Domani io andrò a Palermo.

Detto così l’azione è neutra. Quale che sia la ragione e il grado di libertà o di condizionamento dell’azione, chi parla dice che domani andrà a Palermo.

E così io dico, se parlo in italiano.

E se parlo in siciliano?

E qui la cosa si complica.

Andare si dice “iri”, in modo proprio assai simile al latino, ma un modo per dire “ibo”, semplicemente “ibo” non c’è.

Allora: se io andrò a Palermo come conseguenza di una mia scelta libera e non necessitata da nulla, io userò il presente indicativo accompagnato dall’avverbio necessario a far comprendere che l’azione deve ancora svolgersi: “Dumani (podumani, sabatudia, l’annu chi trasi) vaiu a Palermu”; se l’azione è necessitata, non è frutto di una scelta volontaria, io userò il verbo “dovere”: “Dumani (podumani, sabatudia, l’annu chi trasi) aiu a ghiri a Palermu” [iri diventa ghiri per ragioni eufoniche, per evitare lo scontro fra le due vocali “a” di “aiu” e “i” di “iri].

Partito per dimostrare che il siciliano, l’uomo di Sicilia, non sente d’avere futuro per dire che è un uomo senza speranza, mi trovo ad avere dimostrato che invece ne ha due: uno voluto e connesso alla libertà e uno necessitato, connesso alla illibertà. Nell’uno e nell’altro caso, però, non spera: o compie l’azione dando per scontato che la compirà, o è costretto a compierla indipendentemente dalla sua volontà. Non ha speranza.

1 commento

  1. Calogero Bellavia

    Anche in italiano però ‘andrò’ e ‘dovrò andare’…

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