La sera andavamo a Casa Sciascia

da | 4 Gen 21

CENTENARIO SCIASCIA. Viaggio a Racalmuto, tra testimonianze e ricordi, inseguendo l’ombra dello scrittore: “Per raccontarla, questa storia, bisogna farlo portandosi sotto il braccio un libro. Si chiama Dalle parti di Leonardo Sciascia e lo hanno scritto due racalmutesi”

Questa è la storia del più grande scrittore italiano del dopoguerra e del paese sperso al centro della Sicilia nel quale nacque cento anni fa; questa è la storia dell’intellettuale le cui parole hanno corso per il mondo in cerca della ragione e della giustizia, pur essendo originate – quelle parole – da questa periferia della periferia dove l’ora della ragione e della giustizia, se arriva, arriva fuori tempo massimo. E allora, per raccontarla, questa storia, bisogna raggiungere Racalmuto, in provincia di Agrigento il paese poggiato su una terra gravida di zolfo e di sale dove Leonardo Sciascia è nato. E bisogna farlo portandosi sotto il braccio un libro. Si chiama Dalle parti di Leonardo Sciascia e lo hanno scritto per l’editore Zolfo due racalmutesi che sulle parole dell’autore de Il giorno della civetta hanno costruito prima le fantasie della gioventù e poi l’etica delle loro vite adulte: Salvatore Picone e Gigi Restivo si chiamano. E il secondo, di Racalmuto, è stato anche sindaco all’inizio degli anni 2000.

Non è una biografia, piuttosto una topografia dell’anima dello scrittore che i due autori hanno disegnato sfruttando come si conviene il privilegio di vivere gli stessi luoghi e di avere accesso, oltre che a documenti, a memorie vive e ben conservate come lo sono quelle dei paesi. Gigi Restivo, per esempio, era uno di quei ragazzi che nell’estate del 1980, con l’emozione di trovarsi faccia a faccia con quella celebrità letteraria che camminava per le strade del paese, si arrampicarono fino alla casa di campagna dove lo scrittore trascorreva le sue vacanze per chiedergli di firmare l’editoriale del primo numero del giornalino che avevano fondato. In tasca, come auspicio di successo, avevano il nome che avevano deciso di dare al giornale: “Malgrado tutto”. Un nome così non sarebbe potuto non piacere a Sciascia. E, infatti, il romanziere non solo accettò di scrivere per loro, ma prese a cuore le sorti di quel piccolo giornale che esce a tutt’oggi.

Gigi Restivo e Salvatore Picone a “CasaSciascia”. Alle loro spalle l’opera di Andrea Vizzini dedicata allo scrittore

Adesso Restivo fa l’avvocato: “Avere la possibilità da ragazzino di incontrare per le strade del tuo paese Leonardo Sciascia, mentre la sera prima al Tg aveva sentito del caso Moro, era un’emozione. Adesso ne coltiviamo la memoria anche perché visto che non siamo andati via dalla Sicilia, non ci resta che conservare memorie”. Salvatore Picone, quando Sciascia morì nel novembre del 1989, era un bambino che andava alle elementari. “Al funerale ero col grembiulino e tenevo la corona di fiori della scuola”. Poi, però, Salvatore si è dedicato a conservare la memoria dello scrittore suo compaesano. Ha registrato ore e ore di interviste con ex alunni dello Sciascia maestro elementare, con amici di gioventù del romanziere, con anziani del paese che lo avevano conosciuto. È andato fino ad Hamilton, in Canada, dove c’è una folta comunità di emigrati racalmutesi. “Ho raccolto e conservato memorie – racconta – e poi ho deciso che era il momento di mostrarle”.

E del resto questa storia comincia sciascianamente con una innocente impostura che Picone e Restivo hanno scovato negli archivi: la nascita di Sciascia Leonardo viene dichiarata all’ufficiale di stato civile di Racalmuto da “Sciascia Pasquale di anni trentatré, impiegato domiciliato in Racalmuto, l’8 gennaio del 1921”; qualche anno più tardi, però, quando si tratterà di iscrivere il figlio alle scuole elementari, Pasquale Sciascia dichiarerà che è nato il 31 dicembre 1920. Sarà lo stesso scrittore, probabilmente ignaro di esserci finito dentro anche lui, a svelare l’arcano raccontando nel suo Occhio di capra di una pratica frequente nei paesi siciliani almeno fino alla fine della seconda guerra mondiale e conosciuta come l’arte di “Arrubari un annu a lu Re“: “Si diceva quando un bambino nato negli ultimi giorni di dicembre veniva denunciato all’ufficio di stato civile come nato nei primi del nuovo anno: sicché sarebbe andato alla leva militare con un anno di ritardo”.

Racalmuto. Casa-museo Sciascia

Della casa in cui Sciascia nacque non resta più nulla. Qualche metro più in là, però, c’è la casa dove Sciascia è diventato scrittore. “Le case erano allora luoghi privilegiati per l’osservazione delle cose e delle persone, io vi restavo in mezzo alle donne, ascoltavo senza aprir bocca, e finivo per sapere tutto ciò che avveniva in paese, dal primo all’ultimo pettegolezzo, dalla minima maldicenza all’ultima diceria… ed è così che sono diventato scrittore”. Adesso ci hanno messo questa targa con le sue parole sul muro di quella palazzina a tre piani nella quale Leonardo Sciascia visse, prima da adolescente con le zie, e poi con la moglie e le figlie.

Qualche anno fa la ha acquistata per strapparla al degrado e all’oblio, Pippo Di Falco, racalmutese, ex dirigente comunista, ma soprattutto bibliofilo dagli sterminati possedimenti librari e l’ha trasformata in un piccolo museo aperto a tutti. Racconta: “Non prevedevo di comprarla perché avrebbe dovuto farlo il Comune, però poi sono intervenuto. Pensavo a un posto che potesse ospitare i miei libri, ma non solo. Ogni espressione della creatività: dai dischi, ai quadri”. Adesso, quella casa ritrovata è un perfetto teatrino di posa per un ritratto dello scrittore da giovane. È una casa piena di libri, così come la ricorda una delle figlie di Sciascia. “Mio padre si aggirava in giacca da camera, la chesterfield pendula tra le labbra, recitando poesie e raccontando favole”. Ed è in quelle stanze, tra i ritratti di Pirandello (Sciascia nel corso della sua esistenza collezionerà ritratti di scrittori, ma in ogni casa in cui abiterà avrà sempre nel suo studio un ritratto di Pirandello) che germoglia il primo tentativo letterario di cui si abbia notizia: Il signor T protegge il paese, un racconto proposto per la pubblicazione con una lettera dell’11 novembre 1947 (anche questa ritrovata da Picone e Restivo) a Elio Vittorini sulla rivista Il Politecnico. Il racconto conoscerà l’inchiostro della tipografia, come inedito, solo nel 2010. Ma è in quella casa, nella stanza dalla cui finestra si vede il grande profilo della ex centrale elettrica (dove oggi ha sede la fondazione Sciascia) che nasce il libro del vero debutto: nel marzo del 1955, l’editore Vito Laterza gli commissiona Le parrocchie di Regalpetra.

Contrada Noce (Foto A. Jyoti)

“Tutti i miei libri non solo sono stati scritti in quel luogo, ma sono come connaturati ad esso: al paesaggio, alla gente, alle memoria, agli affetti”. L’intellettuale più europeo del Novecento italiano mantiene a lungo la sua bottega di scrittore nel paese lontanissimo dai centri e dagli avvenimenti culturali, in un’altra casa che fa da punto cardinale a questa topografia del suo immaginario: la casa di campagna della Noce. Per tutto l’inverno – che si trovi a Caltanissetta dove insegna dalla fine degli anni Cinquanta ai Sessanta o a Palermo a cercare memorie di soprusi nelle celle dell’Inquisizione allo Steri, oppure a Parigi a scovare libri in botteghe antiquarie o tra i venditori del lungosenna, o in parlamento a cimentarsi nell’inane sforzo di dare una dimensione etica o quantomeno efficace alla politica, o infine a Milano dove ama immergersi nei segni di Manzoni o nell’archivio Stendhal – Sciascia elabora i suoi romanzi.

Poi, in estate, si ritira nella casa di campagna, alla Noce, per scrivere. “Mio padre aveva l’abitudine di scrivere solo al mattino. La macchina per scrivere appoggiata ad un tavolo di fattura piuttosto dozzinale ricoperto da una tovaglia”, ricorda la figlia Anna Maria nel libro di Picone e Restivo. Ed è in quella casa che si sarebbe potuta sanare la frattura che aveva portato Leonardo Sciascia a rompere col Pci (per il quale era stato eletto consigliere comunale a Palermo) e ad accettare la corte di Marco Pannella. Anche questo è un pezzo di memoria conservato da Pippo Di Falco. “Inauguravamo la Casa del popolo e per l’occasione venne a Racalmuto l’allora segretario del Pci Alessandro Natta. Io sapevo che Sciascia era in paese e andai alla Noce per chiedergli se voleva partecipare. Lui mi rispose: non vengo, ma se volete venire con Natta qui da me a prender un caffè siete i benvenuti. Natta non accettò. E sbagliò”.

Ma questo era il maestro di Regalpetra che farà arrabbiare sia il Pci che la Dc, sia i mafiosi e i loro fiancheggiatori che gli antimafiosi “di professione” con i loro ultrà alle spalle. E lo farà continuando a rispondere – già celebre e conteso da riviste e quotidiani – ai giornalisti che lo cercavano, agli scrittori che non riuscivano a raggiungerlo, da un vecchio telefono pubblico a poca distanza dalla sua casa-bottega. E dal cimitero ai margini del paese dove adesso riposta. Sotto una lastra di marmo sulla quale ha voluto fare incidere il suo ultimo, enigmatico saluto: “Ce ne ricorderemo, di questo pianeta”.

da “Robinson” (Repubblica) del 2 gennaio 2021

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