La “Regia Custodia delle Antichità” e gli interventi di restauro sui templi

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Venne istituita dai Borbone nel 1778 per tutelare i Beni artistici e monumentali del Regno

Nel 1778 , i Borbone Due Sicilie istituiscono un’“illuminata” Regia Custodia delle Antichità a tutela dei Beni Artistici e Monumentali; in particolare, grazie allo studio di Lo Iacono e Marconi, sono giunti a noi i Registri della Commissione di Antichità e Belle Arti in Sicilia, in cui emerge la cura negli interventi sul Tempio della Concordia e di Giunone ,condotti sotto la puntuale guida dei Regi Custodi, i Principi Ignazio Paternò Castello e Gabriele Lancillotto Castelli di Torremuzza.  L’esecuzione dei lavori è affidata all’architetto Chenchi, coadiuvato dal pittore Luigi Mayer, che si occupò di immortalare i monumenti. Nelle relazioni del 1779 riportate da Giuffrida, proprio il Torremuzza annovera il Tempio della Concordia come “una delle fabbriche più ben conservate che sono in Sicilia”.

Il Tempio necessitava però , di interventi su alcune aree esposte ai venti più intensi che avevano causato la distruzione di alcune parti di fregi e cornici che avrebbero potuto causare un più grave deterioramento dell’intero monumento.Risulta che questi lavori vennero effettuati con tecniche alquanto maldestre, tanto che successivamente il Chenchi dovette sopperire con recupero delle zone restaurate con intonachimento bianco, trattandole con una polvere di tufo che azzerasse quell’effetto snaturante del gesso. I restauri del tempo però non risparmiarono al Tempio della Concordia un’altra azione di snaturamento dell’impianto archeologico, in quanto il Torremuzza ordinò che venisse apposta nell’architrave orientale, come riportato dal Carlino, un’iscrizione in marmo di notevoli dimensioni che citava : “ Ferdinandi Regis Augustissimi Providentia Restituit Anno 1788”. L’attività di restauro fu volta ad interventi di manutenzione e liberazione di quegli spazi occupati dalla chiesa cristiana edificata al suo interno, dedicata al culto del Vescovo San Gregorio, come ci narra l’antiquario olandese D’Orville, nel suo “Sul viaggio in Sicilia”.

L’Airoldi, successore del Torremuzza, dovette rinunciare a malincuore all’idea di riportare il Tempio al suo antico splendore, in quanto si sarebbe trattato di un’impresa eccessivamente ardua, oltre che economicamente improponibile. Colpisce, attraverso le diverse e puntuali fonti consultate, quanto Agrigento rappresentasse nella metà del Settecento, una ambita meta culturale, simbolo della cultura classica, fulcro nella formazione dei letterati, degli appassionati d’arte e d’archeologia del tempo, dei pittori, che come Jean Houel, viaggiatore del Grand Tour, raffigurarono magistralmente le bellezze architettoniche del territorio. I lavori archeologici agrigentini interessarono anche il Tempio di Giunone: nell’opera di Giuffrida, secondo le relazioni sullo stato del monumento, nel 1789, una parte del Tempio con colonne ed architravi era rovinosamente crollata, mentre come mostrato negli “Avanzi d’un tempio degl’Idolatri” , alcune colonne, tredici del lato settentrionale, erano miracolosamente sopravvissute alle intemperie ed all’avvicendarsi dei secoli. L’esiguità delle risorse causata dalle recenti spese di restauro del Tempio della Concordia, consentì al Torremuzza una semplice opera di interventi temporanei, aventi lo scopo di porre in sicurezza la struttura esistente, tralasciando gli interventi più incisivi. Fu l’arcivescovo Airoldi che incentrò le sue ricerche in funzione dei restauri, sullo studio della descrizione della città di Girgenti e dei Templi direttamente dai passi di Cicerone, Diodoro ed attraverso le carte topografiche antiche.

I lavori sul Tempio di Giunone si conclusero nel marzo del 1802 ed introdussero un nuovo modus nell’iter del Regio Custode, con una spiccata sensibilità verso la ricerca archeologica. Compiuta l’opera su Giunone, l’Airoldi si dedicò alla campagna di ricerca sul Tempio di Giove Olimpico ,con una rinnovata tecnica di approccio archeologico, in cui l’attenzione ricadde non solo sulle più affinate tecniche conservative, ma anche su un interesse conoscitivo in chiave moderna dei reperti archeologici. Il Tempio non presentava più la sua struttura originaria, ma le innumerevoli congetture locali e straniere su questa imponente opera architettonica, fecero leva sull’”onore nazionale”. Cominciò cosi l’oneroso sgombero delle rovine del tempio, che invogliò i Viceré a sostenere un’opera che avrebbe messo Akragas al centro dell’attenzione culturale europea del tempo. Com’è noto alcuni reperti del sito erano stati usati per la costruzione del molo di Porto Empedocle, ma gli scavi dell’Airoldi miravano anche alla scoperta di altre antichità nascoste ed a ritrovare la forma primigenia del Tempio.

Dopo diversi mesi di incessante ricerca, si arrivò alla conclusione che si trattava di un tempio di forma Hypetros, secondo il modello del santuario greco, simile a quello di Olimpia, come si evince nel Sicilia Antiqua. I risultati dell’Airoldi, seppur con qualche inesattezza, costituirono un importante passo verso approfondimenti e studi che incentivarono un fervido dibattito culturale in ambito internazionale. La Cariatide in pietra del Tempio di Giove, ricomposta dal Politi, nelle sue proporzioni straordinarie, affascinò numerosi studiosi, ponendo il monumento agrigentino al centro di un fermento intellettuale in cui si inserisce la figura del Duca di Serradifalco, Domenico Lo Faso, che come riportato nell’International Journal of Archaeology, con “Le antichità della Sicilia esposte ed illustrate”, attiverà un approccio innovativo nella ricerca e nella valorizzazione dell’immenso patrimonio archeologico siciliano.

Da “La Sicilia”, 15 aprile 2019

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