“La programmazione dell’Unione Europea e il Gal Sicilia Centro Meridionale” 

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 Edito da Franco Angeli/Urbanistica, il nuovo libro di Olindo Terrana. La recensione di Venerando Bellomo

Ogni volta che un libro esce dalle mani dell’autore e viene consegnato al pubblico diventa altro. Non è più la narrazione con la finalità voluta da chi lo ha scritto, ma si trasforma soggettivamente come se in parallelo si dipanassero altri testi. E’ nelle cose, in particolare nell’opera narrativa, nel romanzo, che i personaggi, gli ambienti, nonostante le minute descrizioni appaiano ad ognuno che legge con sembianze e forme diverse. Ancora più ardua poi è la vicenda della trama, dove il lettore, non solo quello più esperto, crede o si convince di scorgervi degli anfratti negletti che mai l’autore avrebbe potuto immaginare: nei fatti uno sconvolgimento di ciò che è stato scritto, tanto da legittimare metaforicamente la domanda “che film hai visto…”.

Che ciò accada nell’opera letteraria è messo in conto, ma diventa arduo e ancor più inimmaginabile quando si tratta di un libro “tecnico”, dove lo spazio per l’immaginazione dovrebbe essere naturalmente ridotto. Gli unici modi perché ciò possa verificarsi sta nel fatto che il lettore d’occasione non appartenga a quell’ambito tecnico al quale naturalmente è destinato il libro o che l’autore abbia voluto farne un’opera di tipo divulgativo: senza gli appesantimenti dei tecnicismi e della severità propri della disciplina, ma con l’intenzione di coinvolgere, nel senso di rendere partecipi, una moltitudine variegata di lettori. Ed allora, a queste condizioni, trova spazio la divagazione, la corsa irrefrenabile del pensiero ad altro, che può avere connessioni con l’opera o meno, potendosi ridurre ad un puro vagare del pensiero.

Olindo Terrana

Nel leggere l’ultima fatica di Olindo Terrana, architetto, intitolata “La programmazione dell’Unione Europea e il Gruppo Azione Locale Sicilia Centro Meridionale”, edito da Franco Angeli, in un primo momento ho pensato ad un libro che induce a pensare come ad un’opera destinata a chi ha interesse, non solo professionale ma anche di segnata conoscenza, per questa disciplina, che per la varietà di fonti normative, portano ad immaginarlo come testo complesso. Ma non è così. Per me non è stato così, e non per mia dimestichezza di “mestiere”, ma per la forza e la particolarità di scrittura che ha l’autore.

La prima osservazione che viene spontanea sta nella constatazione che per leggere la Sicilia, in tutti i suoi variegati aspetti, occorre posizionarsi in quello che i disegnatori chiamano “punto di  vista” particolare, che consente di avere davanti agli occhi l’intero di una metaforica figura, che difficilmente risulterebbe visibile standovi all’interno. Un po’ come per osservare un paese adagiato su un declivio collinare ci si posizionasse sull’altro speculare versante. E quale migliore punto di osservazione della Sicilia ed in particolare, come lo chiama l’autore, del “quarto sud” se non quello europeo, della sua normazione che ormai supera il quarto di secolo.

La cantierizzazione della programmazione che muovendo dall’Unione Europea, correndo giù a cascata verso livelli normativi interni dello stato e della regione, ha avuto lo scopo di favorire il mutamento socio-economico di territori avvinti da sempre in situazioni di sfavore, provando a farli emergere secondo non una strategia imposta e slegata dalla natura stessa dei luoghi e delle persone, ma, appunto, spingendo verso la valorizzazione di elementi, di circostanze da sempre negletti, la cui mancata emersione ha dato la stura a luoghi comuni dai quali la Sicilia ha stentato a redimersi. Oppure, ed è stato ancor peggio, ad una forma di modernistico innaturale sviluppo.

Venerando Bellomo

Il “quarto sud” cioè la fascia costiera meridionale della Sicilia, il finis Africae, che se da un lato è stato il luogo proprio di tantissimi letterati, nell’immaginario collettivo si distacca con difficoltà da certe immagini neorealiste. Non a caso Olindo Terrana nel descrivere tale luogo cita Pirandello, Sciascia, Tomasi di Lampedusa e se ne possono ancora aggiungere quali Camilleri, Russello. Autori che hanno avuto la capacità, essendone profondi conoscitori, di creare personaggi e situazioni come partoriti da questi luoghi: la loro espressione umana, che possono stare soltanto in questo territorio – di terra, di zolfo, di cuspidi gessose, di mare, di campi in cui l’occhio si perde, puntellati di alberi radi contorti come crocifissi nell’abbagliante e selvaggia luce del sole – se non altro per identità biologica.

Ma i luoghi sono pure culture che si esprimono nell’arte, nell’urbanistica, nel cibo, negli odori del cimolo e del balico, della santoreggia, e non a caso la cucina è sempre presente nelle loro narrazioni. E queste espressioni in quelli che sono gli indirizzi di programmazione, diventano progettualità, partecipazione, istanze siciliane che come l’eco rispondono alla voce europea. Ed a leggere il volume mi sono sentito come di fronte al martirio di san Sebastiano di Dresda, dove la piazza non ha nulla di siciliano, ma dove alcuni particolari, tipici della Sicilia, portano a dire c’è aria di casa, c’è aria di Sicilia.

 

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