La prima paura

di | 21 Feb 21

Il racconto della domenica

Ilaria Coppolino

Nella Città senza Paura chiunque era un eroe.

Il vecchietto temerario sventava rapine a mano armata in negozi di giocattoli maneggiando un bastone da passeggio, mentre bambini coraggiosi lapidavano i banditi con biglie e scatole del Monopoli datate in cui la Lira rappresentava ancora la valuta ufficiale per acquisire al patrimonio personale Vicolo Corto.

Il cameriere impavido, dopo aver ascoltato sommessamente le articolate richieste del cliente più esigente, rovesciava la cloche con composto savoir-faire sulla testa dell’avventore, rivendicando inoltre la monostella iniqua affibbiata su Trip Advisor.

Lo studente rivoluzionario irrompeva nell’ufficio del Professore Ordinario della Materia di Indirizzo da 4 Bocciature Minime Per Passare e 32 CFU, di cui 18 fagocitati dai Moduli impartiti dal ricercatore-assistente sottopagato e tenuto in ostaggio nelle segrete dell’Università. E dopo aver accusato il Professorone di avere impunemente ignorato dodici e-mail ossequiose, cinque cortesi, sei disperate e otto minacciose, smascherava la laurea acquisita grazie alla parentela con il cugino dello zio della nuora dell’amante del fratellastro del vecchio rettore.

Una qualunque Wonder Mamma della CittàsenzaPaura manifestava liberamente la volontà di abbandonare tutti i gruppi Whatsapp per mamme, di non partecipare al regalo di fine anno per la maestra, di non comprare l’ultimo modello di SUV elettrico da 24 Volt per motorizzare il pargolo prima della maggiore età, di non sgridare il figlio se questi decretava che la cena di gala per il matrimonio della cugina altoborghese nel ristorante stellato fosse il momento più propizio e opportuno per esplorare la narice destra, coadiuvato dal sapiente uso dell’indice.
I dipendenti godevano di 12 Fanculi urlati retribuiti ed un “ ‘a soreta” bisbigliato quotidiano non cumulabile, risultato ottenuto grazie ad estenuanti trattative sindacali e reiterati scioperi.
Nella CittàSenzaPaura la gente era tutto sommato felice. Chi era magro, grasso, lungo, corto, alto, basso, sottile, largo, avvenente, nauseante, istruito o ignorante, viveva nella consapevole leggerezza che i giudizi spesso poco lusinghieri non andavano temuti, ma interiorizzati e affrontati a viso aperto.

O dimenticati, sedimentati in un angolo del cuore abbastanza profondo da non far più male.
In città si respirava quell’aria densa di vita e non-vita che pregna il fiato in una qualunque metropoli, in cui ognuno è chiamato a recitare la propria parte.

Esisteva il bene, frutto del coraggio, e il male figlio dell’inibizione.

La sincerità leale spesso diveniva sgarbatezza sfacciata, la temerarietà si tramutava in imprudenza, i sentimenti esplodevano e implodevano con la frequenza di un cuore elettrico acceso e spento ripetutamente.

Il buio non contrapponeva più il giorno, i mostri dell’anima e degli armadi non esistevano più, gli orchi avevano chiuso gli occhi per sempre, come i bambini che avevano smesso di sognarli nei propri incubi e incontrarli nelle proprie esistenze. Le botteghe delle cartomanti erano ormai vuote e gli incensi avevano smesso di profumare, la sfortuna non faceva più paura e le fatture, esoteriche e fiscali, erano ormai state surclassate da problematiche più rilevanti. Gli esorcisti avevano rassegnato le dimissioni e il Diavolo aveva aperto un chioschetto in proprio di granite e gelati per turisti giapponesi.

La Polizia arruolava uomini statuari, macchine da guerra che non conoscevano la paura e spesso neanche l’empatia. Il reparto Grandi Ustionati dell’Ospedale Civico era divenuto un punto di eccellenza, quadruplicando personale e macchinari in meno di 5 anni grazie a bambini e adulti che non avevano più paura del fuoco. I pesci non temevano più i pescatori, i conigli osservavano impassibili uomini enormi in tenuta mimetica, i granchi poltrivano sugli scogli indifferenti al chiasso e ai bambini che tentavano di cacciarli in secchielli di fortuna.

Nella CittàSenzaPaura solo una persona aveva paura e nessuno lo sapeva. Nessuno avrebbe capito, osservato e accettato qualcuno che portava su di sé una croce così incomprensibile, un fardello enigmatico e vischioso che si attacca all’anima e ne manovra i movimenti come un sadico burattinaio. Chi poteva immaginare che forma avesse la paura, con quale odore si insidiasse tra le membra, con quanta ferocia si attorcigliasse nella mente rovesciando le convinzioni, gli slanci, le idee, le innovazioni? Quale vita in discesa, quanta fatica rimossa per chi è geneticamente strutturato ad affrontare a muso duro tutti gli ostacoli e le opportunità che si piazzano davanti giorno dopo giorno, attimo dopo attimo. Euridice conosceva la paura, la viveva, la odorava come un segugio, la sentiva scorrere a ritmi alterni nel cuore, in un’eterna altalena di malinconia e gioia selvaggia. Avrebbe voluto che le persone che camminavano intorno a lei riuscissero a toccare il suo stesso sentimento carpendone i segreti più arcani, avrebbe desiderato camminare a piedi nudi tra i cocci taglienti del dolore senza sanguinare, avrebbe voluto pregare un dio qualunque per ringraziare e mai per supplicare di allontanare via la sofferenza.

Mentre i suoi amici si perdevano tra i fumi dell’allegria, della scelleratezza, delle follie, dei bong e dei cilum, l’armadietto del suo bagno accoglieva sempre più Xanax, Tavor, Frontal, Valeans, Valium, Lexotan ed EN, in un tripudio velenoso di placebo per gli abissi profondi. Un amico le aveva passato il contatto di un tale Guercio che ogni notte, all’ombra fioca del lampione, elargiva sottobanco Benzodiazepine, Bromazepam, Delorazepam e Lorazepam come una vecchia fattucchiera che inventariava i suoi intrugli.

“Se mia sorella non lavorasse al Ministero della Salute col cazzo che potresti avvelenarti con questa roba. Se lo scopre l’Ente sei fottuta, ti aspetta il confino.” Le ripeteva ogni notte, scrutandola con l’unico occhio risparmiato dalla lama durante una rissa di periferia di tante notti fa, quando le stelle brillavano ancora.

“Tu non puoi capire, il mio corpo è difettoso. I miei geni non sono come i tuoi. Io provo la paura, la sento, il mio cuore la sente. E vivere in un mondo di eroi che non hanno paura neanche della morte mi fa sentire già al confino. Ciao Guercio.”

Cosa ne poteva sapere Guercio, come avrebbero potuto immaginare quelli come lui. Euridice celava il suo segreto ad una città senza pentimenti e senza rimpianti, le cui gesta ogni giorno assumevano i contorni di un’epopea. E mentre dio contemplava compiaciuto quel grumo di piccoli uomini dalle dimensioni di un granello di sabbia, punta di diamante di quella grande Creazione settimanale, l’amore balenava tra eroismi e meschinità. E la Luna osservava gli abitanti danzare mano nella mano con gli zingari della periferia, ridenti e felici al ritmo di vecchie armonie gitane, tra gonne svolazzanti e capelli mossi dal vento notturno. E chi l’avrebbe mai detto che quella sarebbe stata l’ultima notte senza paura, l’ultima notte al mondo senza spettri, fantasmi di passati, presenti e morti futuri. E se i mali del mondo furono librati in aria dal vaso di Pandora quando l’uomo ancora non conosceva le sue ombre, la Paura quella sera si rovesciò dalla boccetta di un inchiostro nero sulle pagine di un libro di favole. E allo scoccare del Tempo Zero, come un ragno lesto sulla propria tela, tutto la CittàSenzaPaura fu attraversata da un brivido freddo che incurvò le schiene dei suoi abitanti. La gente si riscoprì, prima di riuscire a comprendere, ipocondriaca, omofoba, xenofoba, aracnofobica, acluofobica, philofobica. Gli sguardi mutarono, le parole cambiarono, i destini volarono via come colombe tra le mani oltrepassando barriere. Mani timorose costruirono muri abbattuti da pugni immuni alla paura, l’odio figlio dell’oblio fu fronteggiato da menti libere. Scale di libri conducevano gli abitanti verso il cielo, fiamme nere avvolgevano i cuori di chi si trincerava dietro il tepore dei luoghi comuni. Euridice prese la macchina di corsa, facendosi spazio in quel caos improvviso, scansando cretini in tenute verdi recitare filippiche insensate contro uomini neri, correndo a perdifiato da quel delirio informe trasmesso in mondovisione, dagli spari di attacco o del fuoco amico, per raggiungere il suo Orfeo dall’altra parte della città, nella periferia dimenticata. Ebbene sì, in un mondo al contrario chi dovrebbe essere salvato corre a salvare il proprio salvatore. E mentre la radio trasmetteva rock psichedelici, la strada fu un susseguirsi di antichi borghi e luci intermittenti. Quando giunse sotto il vecchio palazzo, capì che il quartiere era ormai vuoto e le persone si erano spostate in centro per manifestare la propria riscoperta fobia personale, a discapito di segmenti più o meno vasti di individui. Provò a citofonare, con la faccia ancora stravolta e i capelli arruffati.

  • Chi è?
  • Orfeo scendi subito, hai visto cosa sta succedendo?

Il portone si aprì e sbucarono due braccia che cingevano un pacco. Euridice non capì.

  • Sai, ci ho pensato. Ho paura che stiamo correndo un po’ troppo. Non mi sento di fare un passo così grande, temo che io e te non siamo compatibili. Ti ho portato le tue cose. Spero mi perdonerai.

Porse la minuscola scatola che racchiudeva un album, foto varie e qualche lettera e richiuse il portone alle sue spalle. Euridice fissò per un momento la refurtiva tra le sue mani, tornò a casa e vi aggiunse la vasta collezione di sostanze psicotrope minuziosamente catalogate nel tempo, rovesciando il contenuto del cartone nel primo cassonetto scorto all’orizzonte.

E poiché la Nemesi, o il Karma nella sua variante esotica, riequilibra i fati e le ingiustizie del mondo, fronteggiando verdetti di vita spesso iniqui, Euridice riuscì dopo qualche tempo e qualche lacrima a trovare chi fu in grado di fare della propria paura di amare uno spunto per superare limiti autoimposti.

L’ultima notte senza paura fu una gran festa, così dicono le cronache del tempo.
Ma le notti successive furono anche meglio.

Dal Concorso Letterario Nazionale  “Raccontami, o Musa”

5 Commenti

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    Bravissima, Ilaria. Ad majora semper!

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    Effettivamente viviamo un mondo che va all’incontrario. La stragrande maggioranza di noi esseri umani impiega la propria esistenza ad esorcizzare in nome della paura, l’unica certezza che si eredita nascendo: che moriremo. Tant’è che viviamo come se ciò non dovesse accadere mai. E quando questo accade, ci meravigliamo, ci disperiamo, cerchiamo una ragione, la risposta ad un mistero in realtà svelato da sempre. Ecco qualora servisse, la prova che viviamo all’incontrario, avvolgendo di mistero l’unica certezza che ci è stato dato di avere.
    Ora non so cara Ilaria se la mia riflessione c’entra nulla con ciò che tu in maniera superba hai scritto; quel che so è che il mio pensiero me lo hai strappato dall’anima.

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    Complimenti Ilaria, che talento!!

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    Interessante e ben scritto. Mi ha fatto pensare a Ray Bradbury, ma aggiornato ai nostri tempi.

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    Brava Ilaria, riesci a dare un'”anima” ad ogni parola scritta,che diventa cosi l’ interprete principale della storia intrisa di fascino e magia!

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