La politica li tiene appesi a un filo. I precari a tempo indeterminato

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Lsu, Asu, Pip, articolisti e dipendenti di Comuni e province. La loro storia inizia addirittura nel 1988. Da allora, di contratto in contratto e di proroga in proroga, questi lavoratori attendono una stabilizzazione che forse non arriverà mai. L’analisi di Accursio Sabella.

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“Solo con quell’articolo, Capitummino fece entrare trentamila precari negli enti locali”. Il ricordo è dell’ex presidente della Regione Totò Cuffaro. Che non fu da meno. E la battuta, raccolta in un articolo del Corriere della sera di qualche anno fa e firmato da Gian Antonio Stella racconta un’epoca. Fotografa una storia di ieri, che è anche storia di oggi. Proprio nei giorni scorsi i 22.400 lavoratori a tempo determinato sono tornati a lavoro. L’approvazione dell’esercizio provvisorio ha dato loro un altro po’ di ossigeno. Una nuova proroga, in attesa della successiva. In Sicilia, infatti, il precariato è stabile. Solido. Eterno. Ed enorme.

L’articolo cui faceva riferimento l’ex governatore era il numero 23 della Finanziaria dello Stato del 1988. Una norma che prevedeva, per il triennio 1988-1990 il finanziamento, nei territori del Mezzogiorno, di “progetti di utilità collettiva” tramite l’impiego, a tempo parziale e per un periodo non superiore a 12 mesi, di giovani di età compresa tra i 18 e i 29 anni. Sono i cosiddetti Lsu: lavoratori socialmente utili. In molti casi “offerti” dalle cooperative alle amministrazioni locali per una serie di servizi: dalla manutenzione ambientale al recupero urbano. Questi lavoratori vengono inviati quindi nei Comuni, nelle Province, in qualche caso nelle parrocchie. Dopo un anno di lavoro avrebbero dovuto lasciare il posto ad altri “coetanei”. E invece poco a poco, anno dopo anno, la loro precarietà è diventato, appunto, sempre più stabile. Siamo agli albori del precariato. Il presidente della Regione era Rino Nicolosi, l’assessore al Lavoro Vincenzino Leanza.

A favorire la contrattualizzazione di quelli che presto diventeranno “ex Lsu”, invece, è la norma voluta dall’allora assessore al Lavoro Giuseppe Drago. È sua la legge regionale del 21 dicembre del 1995 che, di fatto, estromette le cooperative dalla gestione dei lavoratori. Che saranno destinatari di contratti a tempo determinato. Inizialmente di cinque anni, poi via via più brevi. E da lì si procederà di proroga in proroga. Drago, per la cronaca, l’anno dopo sarà il candidato all’Ars più votato.

Nel frattempo il bacino dei precari degli enti locali cresce e supera quota quarantamila. In quegli anni – siamo entrati nel nuovo secolo – i governi nazionali stabiliscono il blocco delle assunzioni e del turn-over nelle pubbliche amministrazioni. Innescando un meccanismo inevitabile: non potendo assumere e non potendo così sostituire i lavoratori che nel frattempo non erano più a lavoro (deceduti o in pensione), la componente “precaria” nelle piante organiche cresceva a dismisura. In qualche caso, finendo per rappresentare la metà dell’intera forza lavoro di Comuni, Province ed enti locali. Nel frattempo, con una legge del 2001 il contributo a sostegno dei precari passa a carico del Fondo regionale, mentre cinque anni dopo, il governo Cuffaro porterà le ore settimanali previste dal contratto da 18 a 24.

I precari della provincia di Agrigento riuniti nei giorni scorsi a Racalmuto

I precari della provincia di Agrigento riuniti nei giorni scorsi a Racalmuto

Di proroga in proroga, e di anno in anno, viene sventolata la speranza di una stabilizzazione per questi lavoratori. Una speranza che attraversa i governi Cuffaro e Lombardo fino a giungere ai giorni nostri. La legge nazionale voluta l’anno scorso dall’ex ministro D’Alia da un lato indica chiaramente nell’assunzione a tempo indeterminato il destino ultimo dei precari, ma allo stesso tempo fissa paletti molto stretti affinché i Comuni possano assumere. Comuni che nel frattempo, di Finanziaria in Finanziaria, si trovano sempre più poveri. E sempre più in difficoltà: la stabilizzazione, al di là delle buone intenzioni, appare un miraggio. Fino a due giorni fa. Quando l’Ars si è limitata, fuori tempo massimo, a spostare di un altro anno il limite della proroga annuale. Poi si vedrà.

Ma intanto la galassia dei precari degli enti locali è enorme: quasi 25 mila persone. La maggior parte di questi lavoratori (18.500) hanno un contratto a tempo determinato a carico della Regione siciliana che spende, solo per loro, la cifra annua di 257 milioni di euro. A questi vanno aggiunti poi i 646 lavoratori con contratto a tempo determinato in servizio alla Regione Siciliana. Per loro, il costo annuo è di circa 17 milioni.

Precari, sì. Ma quantomeno destinatari di contratti. Diversa è la situazione dei lavoratori Asu. Quelli che, di fatto, non hanno compiuto il “salto” da Lsu a lavoratore a tempo determinato. E sono quindi destinatari di un sussidio. Per loro, quasi seimila in tutto, la Regione eroga 36 milioni l’anno.

E tra i “precari storici”, e destinatari solo di un sussidio peculiare è la storia dei cosiddetti “ex Pip” che ha inizio nel 2001 con il varo del progetto “Emergenza Palermo”. “Un regalo di Orlando al capoluogo” ha attaccato fino a pochi giorni fa il governatore Crocetta, così come aveva fatto mesi prima il suo predecessore Lombardo. Dall’avvio del progetto, anche questi tremila lavoratori vanno avanti di proroga in proroga, fino al 2004 quando entra in funzione la società Spo (Società per l’occupazione), che rimane in piedi fino all’aprile del 2010, quando questi lavoratori vengono assunti con contratto a tempo indeterminato per tre anni nella ‘Social Trinacria Onlus’. I precari vengono così smistati presso ospedali, prefetture, tribunali. Fino all’arrivo di Crocetta. Sarà lui a recidere il cordone ombelicale con la onlus. I Pip passano direttamente a carico della Regione siciliana. A loro va il sussidio, erogato tecnicamente dall’Inps.

Pochi giorni fa, agli “sgoccioli” del 2014, l’Ars ha deciso di accantonare per qualche giorno addirittura bilancio e proroga dei precari degli enti locali, per concentrarsi sul rinnovo del finanziamento per gli ex Pip, appunto. Molti di questi, attendevano sullo spiazzale antistante l’Assemblea regionale siciliana. “Non dobbiamo dare l’impressione – ha sommessamente fatto notare qualche deputato in quella occasione – che basti venire a protestare sotto Palazzo dei Normanni per ottenere qualcosa”. Ma il luogo della protesta è anche quello del brindisi. “Crocetta, Crocetta!” esultavano questi lavoratori in occasione della scorsa finanziaria, dopo l’ok alla proroga. Qualche mese dopo sarebbero ripartite le eterne proteste. Dello speciale precariato siciliano. Quello a tempo indeterminato.

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