La poesia di Favara e Antonio Liotta

da | 26 Giu 22

Recensioni. Quel caffè che, per estensione di linguaggio, diventa il “cafè di l’amuri”

Teresa Triscari ( Foto di Umberto Amicucci)

Adesso che si sono spenti i clamori degli apprezzamenti via social, leggiamo il racconto estivo di Antonio Liotta, “Caffè delirio” che, nella chiusa finale, porta un sottotitolo sotteso, “Cafè de l’Amuri”.

Ad epigrafe del racconto, un verso sospeso: ”Scriverò sul tuo corpo sillabe spezzate…”.

Già ad apertura del racconto di Antonio Liotta, siamo avvolti da una felice mistione di linguaggi, colori, odori, sapori. Il racconto, certamente, vive e convive nei luoghi dell’agrigentino, Favara nella fattispecie, ma, soprattutto, nei sapori dolce-amaro che accompagnano, sin dal suo incipit, il gusto delle paste “Elena” tipiche della zona, stemperate (o esaltate) dal caffè bevuto amaro.

Il caffè! Per incidens, anche a me il caffè piace amaro perché è proprio in quel gusto forte che c’è la pienezza del piacere. Pienezza. Pienezza di sentimenti e sensazioni.

Il corpo si legge, si scrive, è una scultura, come le Veneri del Canova, come per chi è un filologo come Alberto, il Professore, che legge il corpo di Nina, che beve in quella pienezza del caffè il suo essere e saper essere donna.

Il corpo diventa un insieme di fotogrammi, come in certi film di Luis Buñuel dove “Il fascino discreto della borghesia” si compone in quell’altro capolavoro che è “Il fantasma della libertà” diventando complice di analisi sociali e politiche.

Ma il corpo è, prima di tutto, un fatto scientifico e quando si ammala, ecco che il medico che c’è nell’autore, si coniuga subito con il poeta che serpeggia di continuo in lui. Che soffre in lui.

Un bisogno di guardare, di guardarsi, di scrutare, cercare, studiare, guarire. Studiare i moti dell’anima che si riflettono nelle vibrazioni del corpo, nei capezzoli turgidi, in quel fisico che la malattia corrode. Studiare il ricordo, i segni, le ricostruzioni, il ritorno.

Una tazzina che, alla fine, torna lì, al di là dei segni del tempo, sullo stesso tavolo, insieme al caffè, ricomposto anche nella compattezza dei suoi chicchi, ai colori, agli odori, agli scritti poetici… lì, protagonista di un insieme di fotogrammi, di storie in cerca d’autore, di un mondo agrigentino che si ricompone in un quadro, in un fotomontaggio, in un blues, in un sotteso leitmotiv di quel caffè che, per estensione di linguaggio, diventa il “cafè di l’amuri” rimanendo, alla fine, il protagonista assoluto, dominante e dominatore della storia.

Leggi anche

Caffè Delirio

0 commenti

Invia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Archivi


Facebook


Articoli Recenti: Malgrado Tutto Web

Ai nostri lettori

Ai nostri lettori

Ristrutturazione del sito. Da oggi, 4 agosto, sospendiamo la pubblicazione di nuovi articoli, la riprenderemo quando l’intervento di restyling sarà definitivamente completato

L’Estate di Regalpetra

L’Estate di Regalpetra

Racalmuto, le iniziative culturali organizzate dalla Fondazione Sciascia con il patrocinio del Comune

Ester Rizzo racconta le 21 Madri Costituenti

Ester Rizzo racconta le 21 Madri Costituenti

Bianca Bianchi ed Elettra Pollastrini

«La cecità mi ha risvegliato l’amore per la scrittura»

«La cecità mi ha risvegliato l’amore per la scrittura»

Benito Cacciato, dopo trent’anni dall’ultimo libro, pubblica il suo nuovo romanzo “Iaco”, uno spaccato della Sicilia dell’entroterra tra gli anni ‘70 e ‘80. «Non ci vedo più, ma la memoria mi si è fatta sottile e precisa»

“Mimosa d’oro”. Tutte le premiate

“Mimosa d’oro”. Tutte le premiate

Ieri la cerimonia di consegna al Tempio di Giunone