La Persiana

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Il racconto della domenica

Maria Concetta De Marco

Novembre, qui, è la coda dell’estate, non autunno bensì primavera, in uno spettacolare stravolgimento delle stagioni canoniche. Qui il sole brilla quasi tutto l’anno e i suoi raggi scaldano la terra scindendo la luce in bagliori colorati. Oggi il suo splendore brilla su questo immenso mare rendendolo d’oro e le barche dei pescatori, dipinte a strisce con i toni più vivaci dell’azzurro, del rosso e dell’arancio oscillano lievemente sulle onde, come fantasiose altalene impegnate in una danza, creando in tal modo una straordinaria immagine da cartolina.

Passeggio lentamente, gli occhi pieni di tutta quella luce, immersa in un silenzio talmente irreale da sentire persino l’eco dei miei stessi passi sulle basole di pietra grigia: il marciapiedi non molto ampio, che corre lungo un lato della strada, è adornato da qualche palma nana, che conferisce al luogo un singolare aspetto esotico, ed è delimitato da un basso muretto che mi separa dalla sottile lingua di spiaggia che si estende per tutto il lungomare. Sul lato opposto si affacciano le case dei pescatori, intonacate di bianco e con le persiane azzurre, un delizioso e curatissimo spettacolo cromatico per gli occhi; i muri sono abbelliti con decorazioni in ceramica raffiguranti pesci di ogni tipo, conchiglie, stelle marine e polpi; ai davanzali stanno aggrappati vasi di gerani rigogliosi e multicolore; le abitazioni sono spesso prive di porte laddove i balconi, schermati da persiane in legno, si aprono direttamente sulla strada fungendo da ingresso alla prima stanza di quelle dimore, come usava anni fa. Le ruote di qualche rara automobile barcollano sul marmo ruvido di Billiemi del manto stradale, provocando un tambureggiare sordo che, a tratti, copre il pacato sciabordio sulle chiglie delle imbarcazioni.

D’improvviso, la voce querula di una donna, rauca tanto da apparire avanti negli anni e frammista di lamenti e di singhiozzi, mi raggela il sangue: in mezzo a tutto quel silenzio, mi appare come amplificata, squarciando l’aria intorno con la sua enorme sofferenza.

Densa, palpabile.

Mi sento pervadere da una dolorosa sensazione di disagio, mentre mi guardo intorno per individuare la provenienza di quei suoni, tendendo l’orecchio per cercare di afferrare il senso di ciò che sta accadendo e che, inizialmente, non mi pare affatto comprensibile.

Anche i miei passi si sono automaticamente fermati, un po’ più avanti capisco adesso, rispetto a una persiana da cui proviene quel pianto straziato, sintomo di un dolore affilato, i cui contorni appaiono taglienti come schegge di vetro. La povera donna farfuglia frasi spezzate, tra un sospiro e un lamento, seguendo un filo confuso di pensieri e ricordi, come se raccontasse quella storia a un interlocutore che tuttavia la conosce, per averla già sentita chissà quante volte: “chidda…vinni cca, in Sicilia, e si purtò via u’ patri de’ me’ figli…mi lassà u’ duluri a casa…scinnì d’o Nord pi sfasciari a’ me’ famigghia e iddu si nni scappà cu idda e mi lassà sula…sula sugnu…sula! Una sfasciafamigli, unn’appi pena mancu p’i picciliddi…”

Cerco di ricostruire mentalmente, da quelle poche frasi, quanto possa essere accaduto, mentre mi scopro con le lacrime agli occhi e un rimescolio interno, quasi quel dolore mi appartenesse: la storia è, tutto sommato, facile da intuire, condensata in quelle parole sofferte, niente di originale in effetti, ma il dolore di questa donna, tutto quello che deve aver sopportato per anni insieme ai suoi figli, mi fanno provare lo stesso strazio ancora vivo in lei, radicato nel profondo della sua anima, dove le ferite sanguinano copiose e dolgono ferocemente; questa è una sofferenza autentica, straordinariamente attuale, sebbene io sia quasi certa che devono essere trascorsi parecchi anni; e sorprendentemente, soffro anch’io al pensiero di quel dolore graffiante che avrà lacerato la sua anima, ogni giorno della sua vita, in un tormento incessante…

Mentalmente provo a disegnare un aspetto fisico intorno a quella voce, ora un po’ smorzata dal caracollare improvviso di un’altra auto che mi provoca un sussulto, mentre immagino un viso antico solcato di lacrime che si perdono su un reticolo disordinato di piccole rughe intorno agli occhi e sulle guance scavate. Forse, penso, la sua mente carica di anni soffre di una qualche forma di confuso disagio che però non la risparmia, poiché non è riuscito a gettare nell’oblio un dolore remoto che le sue parole, i suoi singhiozzi rivelano ancora bruciante e del quale riesco a cogliere tutta la drammatica intensità.

E senza che io lo voglia, inaspettatamente, quella vicenda solleva il coperchio della scatola nella quale ho conservato i particolari di una storia che mi ha sempre fatto male di riflesso, un ricordo inopportuno che riaffiora stridendo con la bellezza del luogo che mi circonda; una storia sepolta, ma che ha “turbato” per sempre uno dei miei genitori, ogniqualvolta riemergeva prepotentemente in certi frangenti davanti ai quali spesso la vita ci pone, indipendentemente dalla nostra volontà; una storia frammentata, origliata a più riprese da bambina, in parole smozzicate, occhiate di intesa e labbra morse tra mia madre e mia nonna, sua suocera, in un singolare quanto raro tentativo, tra loro, di complicità e solidarietà femminile.

I fatti accaduti hanno generato dolore, vergogna, risentimenti, traumi, mortificazioni; hanno plasmato caratteri, comportamenti, ombrosità; sono storie che hanno modificato decisioni, lasciato conseguenze, stravolto destini, sconvolto esistenze, allontanato famiglie e spezzato legami.

Irrimediabilmente.

È la storia di un uomo, che ho relegato tra i pensieri indifferenti, per non essermi data neppure la possibilità di provare per lui un qualche sentimento negativo per quanto, e cosa, e come ha fatto; è la storia di una donna, che ha dovuto imparare a vivere la vita ogni giorno, messa alla prova da un colpo di coda dell’esistenza che di certo non aveva immaginato, eppure affrontando e superando il dolore dell’abbandono; ed è la storia di un altro uomo ancora, cresciuto senza padre, ma che il padre ha imparato a fare in ogni cosa, senza esempio o riferimenti, gettandosi nel vuoto senza paracadute, brancolando alla cieca tra tentativi, incertezze, errori e successi.

È la storia, invero, della mia famiglia, sulla quale ognuno di noi, da una generazione all’altra, ha costruito il suo essere; è la storia di quei miei pensieri precipitati in quell’angolo della mente dove ho affastellato tutte le gioie malinconicamente perdute: la possibilità di conoscere e amare un uomo che mi portasse alle giostre, al cinema o a fare una passeggiata in bicicletta; la tenera complicità con un uomo che mi avrebbe dato riparo dai rimproveri dei miei genitori; la generosità di un uomo che mi avrebbe allungato di continuo una monetina per il mio salvadanaio. A tutto ciò, un Fato compensatore ha fatto sì che sopperisse la nonna, insostituibile e preziosa nel duplice ruolo che ha saputo interpretare: da nonna, appunto; e da uomo.

Ché io, la parola “nonno” non la conosco.

Una rinnovata cascata di lacrime mi scuote, riportandomi su quel lungomare assolato, con la consapevolezza che dietro quella persiana, il Dolore si fa Presente e Presenza.

Sono combattuta, vorrei riprendere il mio cammino, accelerare i passi, mettermi a correre e fuggire via, lontano da quello strazio così insopportabilmente reale che riesco quasi a toccarlo, mentre provo una inaspettata e fortissima empatia per quella sconosciuta, per quel suo dolore che percepisco così grande e profondo e, immagino, così difficile da sopportare da soli; ma le gambe si rifiutano di muoversi, come se fossero rimaste inchiodate su una di quelle basole di colore grigio scuro, intarsiate di piccoli cerchi colmi di acqua di mare, che sembra contenere anche le lacrime salate di quella poveretta. E contemporaneamente vorrei correre da lei, stringerle una mano, provare a consolare il suo dolore inconsolabile, mostrarle una strada che la conduca sul sentiero impervio ma edificante del Perdono, che non vuol dire dimenticare, bensì lasciare andare e ritrovare, finalmente, la pace perduta da tanto, troppo tempo, poiché perdonare è un dono che si fa prima e soprattutto a se stessi, una sfida ardua, ma dalla quale si può venir fuori vittoriosi.

A separarci una persiana, le cui assi di legno semichiuse frangono in sottili strisce orizzontali i raggi del sole che di certo illuminano la stanza da lei occupata.

E se la strada giusta da percorrere per giungere, una buona volta, all’oblio fosse proprio questa? Tempo fa lessi in un qualche libro che “provare rancore è come prendere un veleno e sperare che a morire sia l’altro”, una frase del grande Shakespeare…e se avesse ragione lui?

E se questa fosse un’opportunità anche per me?

Se anch’io provassi a superare la barriera del rancore, o meglio dell’indifferenza, che nella mia storia so essere il medesimo sentire?

Non ho mai creduto alle coincidenze e se sono capitata qui, oggi e ora, deve esserci per certo un motivo che va oltre la mia comprensione. E sebbene già presagisca che non sarà affatto facile trovare le parole adatte, allo stesso tempo sento di volerci provare, per quella povera donna e anche per me.

Mi volto, dunque, torno indietro, pochi passi e… quella persiana: i suoi battenti semichiusi, o semiaperti, come le strade dell’esistenza che possiamo scegliere di percorrere.

Due gradini, eccomi.

Sollevo una mano e busso con le nocche, leggermente…

 

 

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2 Responses to La Persiana

  1. Avatar

    Alberto Matano Rispondi

    21/06/2020 a 16:14

    STUPENDO.

  2. Avatar

    Candida Virone Rispondi

    22/06/2020 a 0:14

    Incantevole!!

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