La guerra Russia-Ucraina e la temutissima crisi energetica che potrebbe investire l’Italia

da | 3 Mar 22

I gasdotti che approdano in Sicilia potrebbero contribuire a fronteggiare una eventuale emergenza. L’Italia dipende dalle forniture di gas russo per oltre il 38,2% del suo fabbisogno. La chiusura del rubinetto russo sarebbe un colpo durissimo

Agostino Spataro

L’inammissibile, tragica invasione russa dell’Ucraina pone a tutti seri problemi di coerenza e di rispetto del diritto dei popoli all’autodeterminazione (sancito dalla Carta dell’Onu) e di difesa dei supremi diritti alla pace, al disarmo e alla cooperazione nell’interdipendenza.

In coerenza con tali principi, considero grave e inammissibile l’invasione della Russia di Putin, ma mi permetto ricordare che altrettanta condanna si sarebbe dovuta estendere alle decine d’invasioni, occupazioni militari, colpi di stato, strategie terroristiche, ecc. portate avanti dagli Usa, dalla Nato e dai loro alleati in giro per il mondo. Non per ritorsione polemica, ma per salvaguardare la Pace nel mondo.

Non ci possono essere governi, eserciti, gruppi d’interessi multinazionali autorizzati ad abusare, impunemente e tragicamente, dei diritti dei popoli, delle persone. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti e rendono infelice e disperata la vita d’intere comunità in Africa, in America latina, nel vicino Oriente, ecc.

E qui mi fermo poiché desidero rilevare, senza enfatizzare, il contributo che potrebbe venire dalla Sicilia, dove approdano due importanti gasdotti provenienti dal nord Africa (Algeria e Libia), per fronteggiare la temutissima, probabile crisi energetica che potrebbe investire l’Italia e l’Europa in conseguenza del conflitto russo-ucraino.

Com’è noto, l’Italia dipende dalle forniture di gas russo per oltre il 38,2% del suo fabbisogno. Ed è inutile prenderci in giro: un’eventuale controsanzione che chiudesse il rubinetto russo sarebbe un colpo durissimo, forse insopportabile, per l’economia, per la società italiane. Eventualità da allontanare con i mezzi possibili.

Se l’Italia si trova in questa difficile situazione si deve anche all’assenza di una vera strategia energetica, basata sulla diversificazione delle fonti di produzione e di approvvigionamento, allo scarso interesse per lo sviluppo delle fonti alternative (eolico, vento, idrogeno, ecc). In questi ultimi 30 anni, i governi, il parlamento hanno prodotto solo chiacchiere televisive.

(Fonte MISE, 2021)

Oggi, che siamo in una sorta di pre-emergenza, l’unica nota positiva ci giunge dall’Algeria dichiaratasi disponibile a incrementare, anche nel breve termine, la fornitura all’l’Italia.

Secondo quanto si apprende dall’agenzia di stampa Nova, Sonatrach, la società di stato algerina, attualmente esporterebbe circa 22 miliardi di metri cubi tramite Trasmed, il metanodotto che trasporta il gas dall’Algeria in Sicilia e nel resto dell’Italia, lasciando spazio a una capacità potenziale di ulteriori 10 miliardi di metri cubi. Tuttavia i numeri delle importazioni sarebbero inferiori e non dovrebbero superare i 15-16 miliardi di metri cubi annuali. “Con l’attuale consumo locale, l’Algeria può esportare un massimo di 2 miliardi di metri cubi aggiuntivi entro le scadenze attuali”. La delegazione italiana ha sollevato la possibilità di aumentare le esportazioni di gas algerino, opzione “accolta favorevolmente” da Sonatrach.

Dunque Trasmed, il “nostro” gasdotto potrà contribuire a incrementare la fornitura algerina, senza bisogno di ricorrere alla costruzione di un nuovo impianto di rigassificazione in Sicilia.

Come si può rilevare dalla tabella del MISE, i due gasdotti che approdano in Sicilia (Mazara e Gela) forniscono il 32% del fabbisogno italiano, contro il 38,2% di quello russo. Con la possibilità che, risolta la crisi libica, (chi l’ha scatenata?) si potrebbe incrementare l’importazione da entrambe le fonti. Meno male che il Transmed c’è!

Ma vediamo come si giunse alla realizzazione del metanodotto Algeria- Sicilia – Italia (2.500 km). Una storia travagliata, segnata da intrighi e da alcuni passaggi oscuri, che si svolse a partire dalla metà degli anni ’60 fino ai primi anni ’80 del secolo scorso. Oggi, pochi ricordano le vicende che segnarono l’iter di questo grandioso progetto. In primo luogo si sconosce che l’idea dell’importazione del gas algerino e della realizzazione di un gasdotto sottomarino nacque in Sicilia (da qui il “nostro”) per iniziativa dell’Ente Minerario Siciliano (Ems), allora presieduto dal sen. Graziano Verzotto, ex collaboratore di Enrico Mattei e potente esponente della Dc siciliana.

A tal fine, Verzotto, che agì per conto della Regione e con il supporto delle principali forze politiche siciliane (fra cui il Pci), creò con la Sonatrach algerina una società mista denominata appunto “SONA-EMS”.

Il gas algerino, trasportato nell’Isola, doveva essere posto al servizio di un ambizioso piano di sviluppo industriale e minerario della Sicilia centro-meridionale. L’Eni entrò successivamente nell’accordo: sulle prime a fianco dell’EMS; nella seconda fase subentrò all’Ente siciliano – che in poco tempo – sarà inspiegabilmente estromesso dall’affare.

In quel periodo il presidente Verzotto venne improvvisamente arrestato con l’accusa di avere lucrato “fondi neri” (una manciata di milioni) sui depositi dell’Ems. Una quisquilia in confronto alla massa di miliardi allora nella disponibilità dell’Ente. Casualità o sincronismo perfetto tra interessi quantomeno inconfessabili? Questo ancora non è dato sapere. Fatto sta che Verzotto, fra galera e latitanza, sparì dalla circolazione.

Annullati gli accordi Sicilia – Algeria, Eni e Sonatrach si accordarono per l’importazione del gas tramite un gasdotto transmediterraneo che oltrepassava la Sicilia per giungere a Minerbio, dove si sarebbe collegato con la rete di metanodotti esistenti nel nord Italia. A un certo punto il progetto si fermò a causa delle difficoltà derivanti dalla pretesa dell’autorità tunisina che chiedeva il 10% del gas trasportato per consentire il passaggio dei 370 km di gasdotto sul suo territorio. Una pretesa eccessiva che indusse l’Eni a optare per un progetto alternativo al transmed, ossia per il trasporto del gas con navi metaniere: dall’Algeria ai rigassificatori toscani (Livorno, ecc).

Tale opzione, ufficialmente adottata e annunciata, saltava la Sicilia, che aveva avuto l’idea, e l’intero mezzogiorno che attendevano il gas algerino come il più efficace incentivo per il loro sviluppo industriale e civile. Svaniva inoltre la possibilità – da noi esaltata – di avere un’imponente fonte energica che – per la prima volta – saliva dal sud (dalla Sicilia) verso il nord industriale italiano.

Contro questa eventualità prendemmo subito posizione, mediante dichiarazioni sulla stampa e interpellanze parlamentari, i deputati, soprattutto siciliani e meridionali, dei tre più forti Partiti politici presenti in Parlamento: Dc, Pci, Psi.

Per chiarire l’intera questione, la Commissione industria della Camera dei Deputati convocò in audizione, il 18 novembre 1976, il Presidente dell’ENI dell’epoca, avv. Sette, (amico di Aldo Moro) il quale, volendo rassicurare il Parlamento sul mantenimento del progetto del metanodotto, definì la sua costruzione come “banco di prova per l’avvio della terza fase della politica metanifera” dell’Eni ed aggiunse che l’ipotesi “alternativa” non era poi tanto allettante poiché comportava un impegno finanziario altrettanto rilevante.

Senza tenere conto delle prese di posizione dei principali Partiti e sindacati italiani, smentendo il suo stesso presidente Sette, a distanza di 6 giorni dal dibattito parlamentare, inaspettatamente il 24 novembre 1976, l’Eni stipulò con la Sonatrach un contratto sostitutivo di quello del 1973, optando per il trasporto del gas a mezzo di navi metaniere.

L’Eni, dunque, con l’appoggio imbarazzato del governo, fece la scelta di revocare il progetto del Transmed, motivando questa gravissima decisione con generiche preoccupazioni circa la sicurezza degli approvvigionamenti e l’eccessiva pretesa del governo tunisino in ordine ai diritti di passaggio.

Alcuni deputati, (insieme al sottoscritto (Pci) ricordo molto impegnati gli onn. Calogero Pumilia (Dc) e Nicola Capria (Psi), intraprendemmo una difficile battaglia in Parlamento e sulla stampa. Coinvolgemmo perfino gli ambasciatori di Tunisia (Ben Arfe) e di Algeria (il comandante Oussadek), due abili e leali diplomatici, affinché premessero sui rispettivi governi per far riaprire la trattativa con l’Eni.

Mappa del metanodotto trans mediterraneo Algeria, Tunisia, Italia

Nonostante lo scetticismo di taluni, insistemmo (ci fu un dibattito nell’Aula di Montecitorio il 4 febbraio del 1977), presentammo una mozione del Pci contro l’opzione del trasporto via nave (1) .

A seguito di queste e altre azioni e pressioni (spesso unitarie) Eni, Sonatrach e governo tunisino ripresero il negoziato bruscamente interrotto e giunsero a un accordo che salvò la realizzazione del progetto del metanodotto..

La nostra azione continuò per ampliare la via della cooperazione, reciprocamente vantaggiosa, fra l’Italia e i Paesi della fascia sahariana e sub-sahariana. Nel 1981, proponemmo il raddoppio del metanodotto e il raccordo, mediante la costruzione di altri metanodotti, con le risorse gasiere di altri Paesi africani quali Nigeria e Libia, come si legge nella citata interpellanza, primo firmatario Fernando Di Giulio, capogruppo PCI alla Camera.

 

.”

 

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