La foto

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Il racconto della domenica

Raimondo Moncada

Da lei nessuno se lo sarebbe mai e poi mai aspettato: una donna di cultura, una poetessa, un’insegnante, tirare con la rincorsa uno sputo alla fotografia del padre, con una foga tale che per poco non prendeva pure me e altri. Rimasi a guardarla, senza parole, così come tanti al cimitero, nel giorno della commemorazione dei defunti.

Era la prima volta che incontravo la maestra Carmelina. Il padre, Peppino Stacazzola, era morto da tempo; mio padre da un giorno. Vi lascio dunque immaginare il mio stato d’animo che oscillava tra il dolore e il disgusto. E a prevalere era quest’ultimo.

Ogni giorno, puntuale, la maestra Carmelina andava a trovare il proprio defunto di buon mattino. Il cancello del cimitero si apriva e lei entrava prima di tutti. Vestita di nero, col fazzoletto in testa, una veletta a coprire gli occhi e un mazzo di variopinti crisantemi in mano, raggiungeva il sepolcro familiare. Si faceva il segno della croce, baciava la fotografia, sostituiva i fiori vecchi di un giorno con quelli appena raccolti e stava inginocchiata in silenzio, testa bassa, per l’intera mattinata che un comune mortale dopo tutte quelle ore non sentirebbe più le gambe. Lei invece si alzava senza dolori, lentamente; si avvicinava alla fotografia del padre, la baciava più e più volte riportando il bacio con la mano e, dopo il mormorio di quella che sembrava una preghiera conclusiva, si lasciava andare a quello scoppio improvviso, energico, di svuotamento di stomaco, e nella lingua madre, la lingua degli affetti, diceva a voce alta e sostenuta:

“Pi curpa to mi la persi! Mi la persi pi curpa to!”

Quindi sputava di nuovo e poi si guardava in giro puntando gli uomini che, lontano dai giorni della commemorazione dei defunti, si facevano vivi in pochi esemplari tra quei viali di morte frequentati soprattutto da presenze femminili.

Non fosse stato per la scritta in bronzo che ne indicava l’anagrafica, il povero e impotente defunto Peppino Stacazzola sarebbe sparito per sempre dalla memoria dei viventi. Il suo volto veniva completamente deformato e in buona parte oscurato da quel lancio, abbondante, sentito, preciso, della figlia addolorata.

Impressionante! Da non credere. Neanche i suoi studenti ci credevano.

“Chi? La maestra Carmelina? Non è possibile. Ci ha insegnato Educazione Civica ed Educazione Comportamentale. Ogni volta che per lei facevamo qualcosa fuori norma, andava dal preside e ci faceva escludere per un mese. È chiaro: c’è chi ne approfittava per farsi le vacanze. Bastava, ad esempio, essere sorpresi a sputare a terra”.

Ne parlavano tutti bene, almeno fino alle sue continue visite al cimitero. Negli ambienti culturali era tenuta in grandissima considerazione, per la sua preparazione, la sua serietà, il suo rigore. Veniva spesso invitata a declamare in pubblico i suoi componimenti poetici di contenuto morale e a partecipare a conferenze su temi etici, sempre apprezzata e applaudita.

Le voci sugli sputi al cimitero venivano bollate come inverosimili e denigratorie, una macchia d’olio in un’esistenza linda, immacolata. Pure il video amatoriale, fatto circolare di smartphone in smartphone, venne messo in dubbio da amici e conoscenti:

“Ma che schifo! Non può essere in alcun modo la nostra Carmelina”.

La curiosità fu così travolgente che, da testimone oculare, mi misi a indagare per i fatti miei, a chiedere a tanti del suo giro: panettiere, pasticciere, edicolante, parrucchiera, estetista… E riuscii a capire, a ricostruire una storia di mutilazioni.

Le esternazioni idriche della maestra Carmelina al cimitero erano cominciate pochi giorni dopo il suo pensionamento. Il non andare più a scuola, il non correggere fino a tarda sera la montagna di compiti lasciati agli allievi, il non avere più le quotidiane distrazioni, avevano riempito di vuoto l’infinito tempo libero che il distacco dal lavoro le aveva dall’oggi al domani portato. E il cervello della maestra Carmelina s’era riempito di pensieri che rimandavano al suo passato.

Prima del pensionamento, la sua famiglia era la scuola, con gli studenti che aveva come figli. Carmelina, infatti, non si era sposata, così come non si era sposata la sorella più grande, Giovannella, ricoverata in un istituto psichiatrico dopo che per giorni e giorni anche lei, prima di Carmelina, andando al cimitero si fermava ore e ore davanti alla tomba del padre Peppino, baciava la foto, prendeva la mira e con una rincorsa atletica, come una olimpionica lanciatrice del giavellotto, tirava il suo convinto sputo. Anche Giovannella concludeva il gesto col grido:

“Pi curpa to mi la persi! Mi la persi pi curpa to!”

Giovannella venne rinchiusa in istituto dopo che un metronotte la sorprese mentre scavalcava il cancello del cimitero per raggiungere il sepolcro paterno e compiere, anche nelle ore di buio, tra le stelle sconcertate, la stessa operazione con l’aggravante di un tentativo di assalto alla stessa guardia notturna da cui avrebbe preteso, seduta stante, la riparazione del torto subito, perché in effetti di grave torto si trattava.

Incontrai anche il fratello Pietro, il più piccolo dei Stacazzola, avvocato, persona perbene e riservata, muta per la vergogna provocata dall’indegno comportamento delle sorelle. A differenza di Giovannella e Carmelina, Pietro si era sposato ed aveva avuto tre figli, due femmine e un maschio, uguale alla famiglia del padre Peppino. Per tanto tempo non riuscì a spiegarsi la ragione delle male azioni delle sorelle, tutte casa, lavoro e chiesa, con un’adorazione speciale per l’ultimo e giovane prete della parrocchia, don Armando, che un giorno si presentò alle parrocchiane dicendo di essere il temporaneo sostituto dell’anziano titolare, padre Filippo, indisposto per una malattia che avrebbe curato all’estero.

“Che bel prete! E come sorride! E come ci guarda! E come parla bene! E che spirito d’iniziativa! Un’altra cosa rispetto a padre Filippo.”

Le sorelle Stacazzola non sembravano soffrire di problemi psichiatrici. Anzi, erano felici di andare in una chiesa che grazie al dinamismo del giovane sacerdote si era affollata di donne. Tutto cambiò quando don Armando sparì e circolò sempre più insistente la voce che era scappato con una loro amica e vicina di casa, Teresina, che loro stesse avevano avviato alla pratica religiosa per condurre una vita pia, lontano da pensieri peccaminosi che fanno male al corpo e allo spirito. Giovannella e Carmelina ipotizzarono un rapimento con i sequestratori che si sarebbero fatti vivi presto per richiedere il riscatto alle parrocchiane che non avrebbero esitato a sborsare quanto necessario. Don Armando era tanto amato, così amato che i rapitori avrebbero potuto chiedere una cifra esagerata per la sua liberazione.

Dopo i riti religiosi, non si stancava mai a ricevere chi gli chiedeva udienza, così come non si stancava mai adi uscire con chi gli chiedeva di stare assieme a lui, per una passeggiata solitaria nei giardini pubblici o per una meditazione ristoratrice in vetta alla montagna. Per questo suo carattere, aperto e disponibile, il giovane sacerdote veniva anche chiamato don Amando.

Trascorsa nel silenzio una settimana, tra malelingue a cui non diede ascolto, Giovannella si mise sulle tracce del suo adorato prete che di lei conosceva tutti i turbamenti interiori e che aveva aiutato con riflessioni e ragionamenti che molto spesso non capiva. Dopo avere girato invano per la città, Giovannella andò nel luogo indicato dalle malelingue: un casolare di campagna di proprietà della famiglia di Teresina. A chilometri di distanza, le sue orecchie cominciarono a essere spaventate da urla che non aveva mai sentito. Avvicinandosi sempre di più, capì che provenivano proprio da lì, da sito geolocalizzato dalle malelingue. Cercando di non farsi né vedere né sentire, entrò nell’abitazione arrestando il passo davanti alla porta della camera da dove si gridava. Giovannella avanzò l’occhio nel buco della serratura e lo piantò lì ad assistere a una scena che la tenne incollata per tutto il tempo in cui si sviluppò. Per poco non svenne. Ma si fece forza. Mai aveva visto quello che vide quel giorno, prima con l’occhio destro, poi con l’occhio sinistro, né mai aveva fatto alcuno sforzo di immaginazione. Non ci aveva pensato perché non aveva avuto alcuno stimolo per pensarci, allontanata sempre dalle tentazioni dalla chiesa e dalla famiglia e dal suo stesso radicato sistema di credenze.

Si era solo in qualche modo innamorata, questo sì, ma sentendo dentro di sé solo amore puro, mai ricambiato. E quelle volte, alle prime avvisaglie, il padre la chiudeva a chiave nella sua camera a fare penitenza fino al totale spegnimento di quella fiammella che veniva spiegata come un pericoloso inizio di una malattia che provocava dolori e privazioni per un’intera esistenza.

Dopo la visione di campagna, con don Armando e Teresina, Giovannella si confessò con la sorella Carmelina che non volle credere a una sola parola del suo racconto.

“Ma sei impazzita?”

Carmelina andò, comunque, a verificare di persona, con i suoi occhi, prima col destro e poi col sinistro.

“Non è possibile! Non posso credere a quello che vedo…”

Intuito quanto accaduto e pensando alle conseguenze, il padre Peppino si sentì così in colpa da morirne sul colpo. Il funerale si svolse tra gli sputi, ancora intimi, nascosti, delle adorate figlie, così adorate che non volle neanche che fossero avvicinate da quegli uomini, ricchi e potenti, che a loro insaputa, gli avevano chiesto la mano. Peppino Stacazzola litigò pure con la moglie Assuntina morta prima di lui per lasciarlo a lungo vedovo e farlo soffrire per la sofferenza cui aveva costretto Giovannella e Carmelina:

“Perché tu sì, io con te sì, tuo figlio sì, e le tue figlie no?”

Giovannella e Carmelina vennero private di una gioia che conobbero in età quando i treni passano tutti, la bellezza sfuma e la carne grida vendetta. Giovannella, scoperto l’arcano, venne subito rinchiusa in un istituto psichiatrico per impazzimento e per il tentativo di violenza non solo al custode del cimitero ma anche agli uomini del suo quartiere e dei quartieri circostanti. Carmelina riuscì, invece, a superare lo choc seppellendo il trauma. Proprio nel giorno della scoperta di “don Amando”, ebbe la notizia di essere risultata tra le vincitrici del concorso per l’insegnamento a scuola dell’Educazione Civica ed Educazione Comportamentale a cui si dedicò per quarant’anni. Chiusa l’attività d’insegnamento, raggiunse la sorella in clinica dopo avere preso a calci il personale del cimitero le voleva impedire di staccare la foto dalla lapide del padre, per tenerla in borsetta e tirarla fuori quando veniva assalita dallo stimolo di sputarci sopra.

Il padre Peppino non aveva mai mostrato in pubblico questo suo carattere che aveva mutilato le figlie di una parte che la natura dona a ogni essere umano, uomo e donna. A quanto raccontano le informate malelingue, si irrigidì quando familiari, amici e conoscenti, cominciarono a insinuare, con un modo di dire tutto siciliano, che le sue figlie femmine erano “sputate a lui”, tre gocce d’acqua, insomma. E lui, già geloso delle figlie femmine, usciva fuori di testa quando immaginava le sue copie sole solette con gli uomini a fare quello che lui stesso faceva con la moglie e con le amanti.

Non fu facile per i medici assistere e curare in clinica Giovannella e Carmelina. La loro aggressività si manifestava con graffi e pugni alla porta ogni volta che percepivano a distanza l’odore del personale sanitario di sesso maschile. Per sedarle, inizialmente le bombardarono di ogni tipo di psicofarmaci, ma con scarso successo. Conoscendo poi la loro storia, andai in clinica e suggerii un rimedio economico e indolore: la foto del defunto padre Peppino Stacazzola da appendere a una parete della loro stanza, che io stesso personalmente feci poi avere alla clinica rimuovendola dalla tomba divenuta nel frattempo bersaglio anche degli sputi del figlio Pietro, informato da me sulle cause degli sputi delle sorelle.

La terapia funzionò benissimo. Si provò, per la verità, anche con la foto, ritagliata da un giornale, di don Armando, il prete scoperto finto prete arrestato per il sequestro del vecchio padre Filippo e per il furto della sua sacra funzione per scopi per niente religiosi. La visione dell’immagine di “don Amando”, all’anagrafe Salvatore Bonacarne, ebbe l’effetto di fare azzuffare le due sorelle, con morsi  e strappi di capelli:

“È mio!”

“No, lascialo, è solo mio!”

“Salva me, o mio Salvatore…”

“Non le dare ascolto, vieni a prendere me.”

“Ah, si t’avissi ccà davanti, chi ti facissi!”

“Iu ti mangiassi vivu!”

Invitato di persona, per una visita terapeutico-sperimentale nella clinica delle sorelle Stacazzolla, presenza che gli avrebbe consentito di ottenere uno sconto di pena e la possibilità di una messa in libertà condizionata, Salvatore Bonacarne, alias don Amando, oppose sempre un deciso rifiuto:

“Preferisco stare chiuso in carcere, in isolamento. E se insistete, chiederò al buon giudice di tramutare la mia pena in ergastolo”.

 

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