La disattenzione alla “cultura della natura” mi preoccupa assai

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Affidare al bene ambientale la speranza di un futuro meno ingiurioso è l’ultima chance, e difenderlo è un dovere

Dario Orphée La Mendola

Mi accorgo sempre più spesso che è diventato difficile, direi impossibile, ragionare sui beni ambientali e, più in generale, sul paesaggio. E la cosa mi preoccupa abbastanza.

Forse sbaglio quando affido ai beni ambientali la speranza di un futuro meno ingiurioso, nonostante tale futuro sia ormai gravemente incancrenito. In realtà non dovrei dargli così importanza. Ma lo faccio a ragion veduta! Credo ancora, come facevano gli antichi contadini (non quelli del cosiddetto “ritorno all’agricoltura” e delle start-up ecc.), che anche il più piccolo angolo di giardino, il fazzoletto di terra abbandonato tanto caro a Gilles Clément1, un vaso condominiale su cui crescono sparute spontanee e rinsecchite cactacee, o ciò che è osservabile da un monte, come ha narrato Francesco Petrarca2, siano il ricettacolo di un senso di sacralità che non recupereremo mai più. Una sacralità che, sebbene con fatica – e parlo per me –, riesce a ripulirmi dalla nausea che accumulo, giorno dopo giorno, assistendo a un orrido teatro allestito da un gruppo di primati dotati di coscienza, cravatta, tailleur e codice fiscale.

Questa disattenzione alla “cultura della natura” mi preoccupa assai. Faccio un esempio lungo. La schifiata (escluso per le coppiette notturne) Petra di Calathansuderj, che si trova in territorio di Comitini, ed è poco distante da Aragona e Grotte, per me non rappresenta soltanto un ammasso calcarenitico, bensì il ricordo di aver avuto un’adolescenza non ancora nevrotica, con dei sentimenti in grado di sviluppare illusioni a cui sono tuttora affezionato.

Cominciai a frequentare la Petra in solitaria, per ludiche ricerche botaniche, dalla fine degli anni novanta, quando ignoravo l’esistenza di una scienza che studia le piante. Avvertivo in quella rocca immensa la presenza di ciò che i filosofi giardinieri chiamano genius loci, o, più correttamente, avvertivo in lei “qualcosa” di cui non so dire nulla. Difficilmente oggi posso evitare di visitarla, calpestarla, viverla e abbracciarla con lo sguardo. È una parte di me, fuori di me, in una forma che non è la mia. A distanza di tanti anni, non è nemmeno la Petra di Calathansuderj, per essere precisi; è un luogo fuori da tutti i luoghi del mondo, e quindi un luogo “salvo”, che soltanto io comprendo e nel quale ho seminato le tracce della mia futilissima presenza terrestre.

Non so se c’hai mai pensato, tuttavia accade che alcuni posti ci comunichino più di ciò che il posto stesso sembra comunicare. O meglio, accadeva: accadeva quando l’umanità era più ingenua, e cioè più saggia. L’umanità contemporanea ha perduto non solo il contatto con la Terra, come affermerebbero Greta Thunberg e il mio fruttivendolo Alfio, ma, argomento ugualmente drammatico, ha anche svenduto, in cambio di un sogno perverso, la propria anima all’Angra Mainyu3 della società: ovvero l’economia. Anche un filosofo giardiniere inesistente come Jorn de Précy lo conferma: «Presto l’uomo rimarrà solo, attorniato da materia inerte, padrone assoluto di una terra che ai suoi occhi è come cosa morta. Perché ahimè, insieme alle divinità, grandi e piccole, dalla terra è scomparsa anche la poesia: una sorgente senza ninfe è solamente una sorgente, un albero senza driadi nient’altro che un albero e la vetta di una montagna dove non dimorano dèi semplicemente la cima di una montagna. Ai nostri occhi, il mondo non ha più magia»4.

È verissimo: nessuna poesia. Abito in una zona del mondo paesaggisticamente bella, interessante, curiosa. Una zona in cui, purtroppo, gli abitanti hanno dimostrato, e continuano a dimostrare, di essere ingrati con la natura5. Pare che a essi non importi nulla dei doni che «Gea dall’ampio seno»6 ha generosamente distribuito. Fuorché per motivi strettamente utilitaristici o – come si usa dire – d’immagine. Che i Templi diventino passerella per sfilata di moda, che la Scala dei Turchi compaia su una cioccolata spalmabile, che un centro storico venga trasformato in set cinematografico, poco importa. L’importante è l’immagine. L’immagine! Anche se l’immagine è vuota, essa rimane importante. È sempre importante, l’immagine. Sempre?

Beh, non sempre, per fortuna. Desidererei ricordare, qui, una nota di un notissimo pubblicitario inglese: David Ogilvy. Le sue dichiarazioni le ritengo quasi una lezione di stile, una lezione indispensabile, che appallottolano quello che sto osservando negli ultimi anni nei dintorni di Agrigento (città che, sulla distruzione natura, ha tanto da raccontare). Scrive Ogilvy: «In qualità di privato cittadino, ho sempre amato il paesaggio. Non mi è mai successo di vederne uno che guadagnasse in bellezza con un cartellone stradale. Ovunque la natura offra una veduta piacevole, è un delitto rovinarla con un cartellone. Quando mi deciderò a dire addio a Madison Avenue, fonderò una società segreta di vigilantes mascherati che si metteranno a viaggiare per il mondo in sella una motocicletta silenziosa e che, col favore delle tenebre, smantelleranno un cartellone dopo l’altro. Quanti giudici sarebbero disposti a dichiararci colpevoli se venissimo colti in flagrante mentre siamo intenti a compiere degli atti di alto significato sociale?»7.

La convinzione provinciale secondo cui il bene ambientale sia qualcosa di commercializzabile, come lo è una qualsiasi lavatrice, un paio di scarpe o una bevanda gassata, è profondamente offensiva: sia per la popolazione che da quel bene ambientale ha l’obbligo di trarre sapere, sia per il bene stesso, il quale, non bisogna dimenticarlo, in quanto “entità superiore”, storica ed educativa non è mai soltanto immagine. Anzi, è l’opposto. È un’immagine che non può esser vista8: è un bene etico. Ed essere un bene etico significa contenere delle finalità differenti dalla mera mercificazione.

Altro esempio, più breve. Gli antropologi hanno ribadito ovunque che, per studiare a fondo un popolo, è importantissimo entrare in quelle oscure relazioni che legano donne e uomini alla natura, ed entrambi alla rappresentazione simbolica di quest’ultima. Diciamo che tali informazioni aiutano a costruire una sorta di “ricetta”, la quale anticipa, e in certi casi svela, i complessi ingredienti che, sommati, costruiscono la concezione del mondo posseduta da quel popolo: la stessa concezione che è “strumento” con cui il mondo viene vissuto e trasformato.

Ora, riduciamo il discorso, andiamo all’essenza; via i fronzoli! Per un periodo ho compiuto questo gioco: analizzavo le aree verdi delle città, come i giardini, le ville ecc., e annotavo in mente gli orrori estetici. Ciò che ne è venuto fuori dal mio reportage, privo di scientificità, è stato divertente e rammaricante. Se tu provassi a “interpretare” allegoricamente le aree verdi, le quali da marginali e prive d’amore custodiscono comunque il cuore e la verità di ogni porzione geografica antropizzata, ti accorgerai tra le aiuole fantocce, malinconiche, create da privati cittadini o esercenti, che l’incuranza nei confronti dei beni ambientali, o la loro assurda prostituzione, ha cause perfettamente identificabili. Queste cause ci lasciano intuire morbidamente quale sia la concezione del mondo nel nostro sistema sociale. Tale induzione aristotelica di tipo maccheronico spero regga. Se non dovesse, proporrei una domanda: ma davvero pensi che un bene ambientale abbia attraversato milioni di anni per lavorare come valletta? Non pensi, piuttosto, che ci sia qualcosa di più profondo del costringerlo a dissolversi in immagine, in pubblicità, in “scorcio”?

Affidare al bene ambientale la speranza di un futuro meno ingiurioso è l’ultima chance, e difenderlo è un dovere. Dico ciò perché la visione sfocata del paesaggio ha sempre coinciso con una visione sfocata del futuro; e la storia lo ha dimostrato (il paesaggio è la sintesi, estesa, dei nostri volti). Se di fronte a un tramonto, al profilo delle montagne, al mare agitato, a un campo coltivato o chissà cos’altro ce ne stiamo assorti come se fossimo stati rapiti, è segno che tra noi esseri umani, e il paesaggio, sussiste un legame che oltrepassa la materialità della vita, manifestandone il nucleo divino. Dovremmo sacralizzare, e avvolgere di pudore, quel poco di bello che nel mondo naturale è rimasto. Non sprechiamolo, per carità.

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1Cfr. G. Clément, Manifesto del terzo paesaggio, Quodlibet.

2Cfr. F. Petrarca, Ascensione al Monte Ventoso.

3Demone malvagio dello Zoroastrismo.

4J. de Précy, E il giardino creò l’uomo, Ponte alle Grazie

5Cfr. E. Turri, Semiologia del paesaggio italiano, Marsilio, e l’immancabile E. Cederna, La distruzione della natura in Italia, Einaudi.

6Esiodo, Teogonia, Mondadori.

7D. Ogilvy, Confessioni di un pubblicitario, Lupetti.

8M. Venturi Ferriolo, Etiche del paesaggio, Editori Riuniti.

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