La dilagante moda del cibo parlato sta facendo degli italiani (già poeti, santi e navigatori) un popolo anche di gastronomi”

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Incontriamo Carlo Ottaviano, giornalista e scrittore, dal 2016 firma di riferimento del quotidiano il Messaggero per i settori del food&wine e dell’agroindustria

Carlo Ottaviano

Incontriamo il giornalista Carlo Ottaviano a San Vito Lo Capo durante la presentazione del libro “Olio Nostrum storia di terre e di miti, di famiglia e di impresa, di Sicilia e di mondo” (Agra Editrice) che Ottaviano ha scritto con Manfredi Barbera. Ottaviano ha  iniziato la sua attività al quotidiano L’Ora, per poi trasferirsi a Roma (inizialmente all’Unità). Tornato in Sicilia, negli anni Novanta, ha diretto la redazione di Telecolor e Video3 a Catania, per poi andare – dalla primavera del 2000 – definitivamente via. A Milano ha diretto Vie del Gusto (all’epoca gruppo Corriere della Sera) e a Roma il Gambero Rosso, il più importante gruppo editoriale del settore enogastronomico. Ha scritto diversi libri: l’ultimo, assieme alla figlia Giulia, “I luoghi e le storie più strane della Sicilia” edito da Newton Compton. Dal 2016 è la firma di riferimento del quotidiano il Messaggero per i settori del food&wine e dell’agroindustria. Ogni martedì cura la pagina “questioni di gusto”.

Qualcuno ha scritto che nel nostro tempo ci “avveleniamo” a tavola?

Ecco il classico esempio dell’importanza della buona informazione che dovrebbe aiutarci a scegliere cosa consumare, a capire cosa fa bene e cosa no. Poi ognuno esercita il proprio libero arbitrio come vuole, ma essendo prima informato. Il punto è che, anche nel settore del cibo, la formazione professionale dei giornalisti è quel che è. Cosa ne sanno (sappiamo) la grande maggioranza dei critici di come lavora uno chef, delle tecniche, delle materie prime? Parliamo dell’ambiente, della mise en place, ci accodiamo alle mode, siamo felici di andare a cena dal famoso chef di turno. Ma sappiamo poco nulla. La prova? Pagine e pagine sugli chef, poco spazio all’agricoltura e il settore produttivo alimentare. Eppure i veri eroi sono i contadini, sono i trasformatori dei prodotti della terra, che spesso guadagnano una miseria. I veri eroi sono i  braccianti immigrati, schiavizzati anche nella nostra Sicilia.

Quali sono le vie del buon gusto?

Le vie del buon gusto, in ogni campo, dove c’è ricerca, rispetto, etica, originalità, connessione tra mondi – geografici, culturali, religiosi, eccetera – diversi. Tutto ciò che ci apre nuovi orizzonti e resta nella nostra memoria: un romanzo, un quadro, un piatto, un vino.

Come sarà la cucina del 2020?

La tendenza indica una voglia di alimentazione salutare e di qualità e un nuovo ritorno alla tradizione.

Dobbiamo diffidare delle offerte di cibo biologico che ci arrivano ogni giorno dalla pubblicità?

Io diffido di tutti gli slogan. Quello che detesto più di tutti è “km zero”. Che significa? che dalla Sicilia non dovremmo esportare il nostro olio e il nostro vino o qui dovremmo privarci di bontà lontane. Ma dai, siamo seri, viviamo in un mondo interconnesso. Naturalmente dobbiamo evitare gli sprechi, cambiare i mezzi di trasporto, difendere chi lavora la terra riducendo le intermediazioni, evitare l’uso intensivo dei suoli. Dovremmo governare meglio il mondo. … ma tu volevi intervistare il cronista Ottaviano, non un politico.

Quando hai cominciato a scrivere di cibo e di vino i tuoi figli non erano molto convinti della tua scelta. Perchè?

Si è vero. E si chiedevano “Prima dicevamo che nostro papà è un giornalista, ora cosa diciamo? Che scrive le ricette di suor Germana?” Erano delusissimi, 15 anni fa, i miei figli quando dopo tanti onorati anni in cronaca e redazione iniziai a scrivere, appunto, di cibo e vino. Evidentemente anche per due ragazzini quello era allora giornalismo da serie B. Come per alcuni perfino lo sport è giornalismo minore, nonostante le travolgenti passioni che agita, gli enormi interessi economici che muove, le radicate tradizioni che rinnova.

Ma il giudizio di allora è ancora valido visto che il food è stato sdoganato anche in tv?

Intanto ci sarebbe da chiedersi perché il banale “mettere le mani in pasta” – o semplicemente guardare chi le mette – ci affascina così tanto. Non serve scomodare i teorici della società liquida per dire che oggi troppo è precario e mobile, perfino impalpabile come le video istallazioni d’arte, le transazioni economiche online, il sesso virtuale. E quindi trasformare le materie prime della campagna in capolavori buoni da vedere e da gustare diventa prova di concretezza non solo piacere dei sensi. Ci rimanda ai gesti di mamme e nonne e in modo perfino inconsapevole ci lega alla terra perché, per dirla con Carlin Petrini, l’inventore di Slow Food, “mangiare è anche un atto agricolo”. Con tutto quel che ne consegue: rispetto di chi lavora in campagna, tutela delle biodiversità, attenzione alle tematiche attinenti la nutrizione, le malattie e via elencando.

Forse si parla troppo di cibo?

Il punto è che la dilagante moda del cibo parlato sta facendo degli italiani (già poeti, santi e navigatori) un popolo anche di gastronomi e, come nel calcio, di commissari tecnici della nazionale, non in panchina ma comodamente seduti dinanzi al televisore. D’altro canto – ammettiamolo – ci sono anche editori (non tutti fortunatamente) che risparmiano sulla qualità di ciò che pubblicano dando spazio a buon mercato a orde di dilettanti allo sbaraglio che solo perché sono andati una volta a cenare (a sbafo) da Tizio o Caio danno voti, giudicano, scrivono di intolleranze alimentari, creano allarmi, minacciano col pressappochismo della loro (in)competenza la salute dei lettori e i bilanci delle imprese (che tali sono i ristoranti), offendono la dignità di chi lavora in cucina, sguattero o grande cuoco che sia.

Ma questo modo di fare giornalismo è solo nel food writing?

Purtroppo è generalizzato perché nelle redazioni pochi fanno le pulci al comunicato sull’ultima scoperta medica, all’ennesimo ripetuto annuncio sull’inaugurazione di uno stesso tratto autostradale, alla statistica farlocca. Eppure, occupandoci di cibo, trattiamo della vita e della qualità della vita di ogni giorno e di tutti, nello scriverne dovremmo osservare le stesse identiche regole del corretto giornalismo, faticando nella ricerca della novità da raccontare, nel non cadere nelle banalità, nell’ovvio, nel ripetuto. Perché i lettori sono cresciuti e più esigenti anche in questo campo. Quindici anni fa per dimostrarti esperto di vino, compravi la bottiglia più cara. Oggi puoi scegliere invece un ottimo vino sotto i 10 euro, dimostrando competenza, conoscenza dei terroir e degli abbinamenti. Lo stesso per il cibo esaltando non solo il piatto bello da vedere, perfetto esteticamente, ma anche buono al palato, ricco di suggestioni ed emozioni perfino a occhi chiusi. A noi giornalisti – scrivendo di politica, economia o banalmente di pizza e birra – non tocca educare il lettore, ma dare coordinate e informazioni per capire, scegliere, decidere. Non c’è un giornalismo di serie A e uno di B, ma ci sono due modi per farlo: bene o male.

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One Response to La dilagante moda del cibo parlato sta facendo degli italiani (già poeti, santi e navigatori) un popolo anche di gastronomi”

  1. Avatar

    Roberto Rispondi

    09/01/2020 a 18:14

    Bella intervista. Ma il consumismo ormai la fa da padrone nel campo alimentare.

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