La cultura è in coma, ma le ideologie non sono morte

|




In una comunità di dissociati oggi a prevalere è la reazione della pancia, il virgulto delle emozioni e della rabbia. Quanto durerà?

Massimo D’Antoni

Durante la presentazione del libro “Giostre” di Cetta Brancato, la professoressa Angioletta Scandaliato ha stimolato in me una riflessione. È successo nel momento in cui, all’interno di un’analisi culturale molto articolata (da cui, lo ammetto, non è del tutto legittimo decontestualizzare solo una frase), ha affermato che viviamo in un’epoca nella quale “le ideologie politiche sono morte”. Mi permetto di dire la mia.

È un mondo, quello in cui viviamo, che sa solo accapigliarsi. Una comunità alimentata dalla deriva peggiore del fenomeno social nella quale, come novelli agguerritissimi guelfi e ghibellini, fazioni contrapposte si riproducono come conigli, sublimando la polemica, schizzandola di quel sangue virtuale rivelatore di una rabbia che, rispetto alle reazioni fisiche, fortunatamente, si riesce ancora a soffocare. Lo scontro sembra venire perseguito come obiettivo, e non considerato come variabile marginale.

Il paradigma marxista del “conflitto di classe” si è sicuramente evoluto. D’altra parte le “classi” per come si intendevano un tempo non ci sono più. Così come non c’è più neanche quel “Paradiso” che, nell’apoteosi della concezione utopistica del futuro, avrebbe dovuto spalancare le porte agli operai, simbolo dell’affrancamento di quel proletariato sfruttato dal padrone.

Le classi sociali in realtà oggi sono solo caratterizzate da autentiche, stazioni dove le sale “arrivi” e “partenze” sono sempre affollatissime, e dove il ricambio è veloce come se all’ingresso e all’uscita ci fosse una grande porta girevole.

È indubbio come oggi sia diventato oltremodo complicato, soprattutto per i partiti politici, riuscire ad avere una platea di riferimento con la quale interloquire. A rivelarlo furono già dalla fine degli anni Ottanta il disorientamento degli stessi lavoratori, molti dei quali non esitarono, qualche tempo dopo, ad affidare il loro destino perfino a Berlusconi.

Un fenomeno che iniziò ad inquinare gli schemi della politica per come li avevamo conosciuti. Un processo forse fisiologico, ma che non può consentire di mettere da parte impostazioni culturali, basi storiche, analisi critiche e fatti incontrovertibili.

La mia conclusione è che no, le ideologie non sono affatto morte. Ad essere in coma, piuttosto, è la cultura. Non si sente più il bisogno di capire, discernere, esaminare le singole proposte. Schematizzando: ci sono comunisti che hanno nostalgia del PCI ma che, eppure, in attesa del ritorno a quella politica che a loro manca tanto, nel frattempo premiano la Lega di Salvini. Messa così le ideologie sono morte, eccome se lo sono. Ma analizzando i fatti oggi a prevalere è la reazione della pancia, il virgulto delle emozioni e della rabbia. Quanto durerà? Non lo so. Le ideologie sopravvivono ancora in chi, pur non disdegnando certo critiche legittime ai partiti tradizionali, non si precipita certo a premiare impostazioni politiche e culturali che vanno in una direzione totalmente opposta rispetto ai propri convincimenti. Ma in una comunità di dissociati, come è diventata la nostra oggi, succede e succederà ancora. La cultura salverà il mondo. Ma al momento è in rianimazione.

Altri articoli della stessa

One Response to La cultura è in coma, ma le ideologie non sono morte

  1. arturo anzelmo Rispondi

    19/02/2019 a 22:04

    La lotta di classe non è morta: sono le elites che combattono il “proletariato”. Con una differenza: quando era il contrario le elites avevano i mezzi per difendersi (e lo hanno dimostrato, vincendo), oggi quali mezzi di difesa ha il proletariato per difendersi dalle elites?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *