La città del sole

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Il racconto della domenica

Lia Rocco

“Siamo qui noi due, isola segreta.

Nessuno ci ascolta.

Tra i due crepuscoli

divideremo in silenzio cose amate”

          (A una certa isola di  J. L. Borges )

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Quella mattina, svegliandosi, Natalina capì che era arrivato il suo tempo.

Dall’ampia finestra della sua casa, situata sul punto più alto della Città, poteva vedere il mare, il cielo e i tetti delle case.

Era una bella giornata.

E coincideva con il giorno del suo compleanno.

26 Settembre 2161; era nata centodieci anni prima.

Occorreva alzarsi, c’erano tante cose da fare prima di intraprendere il viaggio verso il mare.

Le sue figlie sarebbero accorse e insieme alle nuore, nipoti e pronipoti l’avrebbero lavata, profumata e vestita con i suoi abiti più belli.

Nel frattempo, con il passaparola da balcone a balcone, gli abitanti della Città sarebbero stati avvertiti.

Si sarebbero agghindati pure loro e avrebbero cominciato a preparare le delizie da consumare durante il viaggio.

Buon pane fresco, insalate, melanzane e peperoni, arancini e torte rustiche, latte di mandorla e di capra, marmellate di fichi, arance, more e prugne, frutta candita, marzapane, cannoli e i deliziosi biscotti al pistacchio di cui lei era ghiotta.

Dalle campagne sarebbero arrivati i contadini con i carretti trainati dai muli bardati con pennacchi e nastri.

Si sarebbero ritrovati tutti in Cattedrale per la Grande Preghiera.

E al suono delle campane, che da una Chiesa all’altra si sarebbero passate il testimone, l’avrebbero accompagnata verso la bianca Scogliera dei Turchi.

Avrebbe preteso di fare il percorso più lungo: via Duomo, via De Castro, via Patricolo, piano Sant’Antonio, piano Barone, via Orfane, piazza Municipio, via Atenea, e poi giù verso la Valle dei Templi.

Alla Kolimbetra si sarebbero fermati per il pranzo, e poi di nuovo in cammino verso il tempio di Vulcano.

Natalina immaginava le strade i vicoli e i cortili che tra poco avrebbe percorso per l’ultima volta.

Com’era bella la sua Città abbarbicata sul colle.

Non un balcone senza un fiore.

Non un portone senza un lume.

Non un cortile senza un gelsomino, un geranio o un garofano pomposo.

Non un muro senza un rampicante o un affresco.

E non un ciottolo della strada sporco e opaco.

Erano stati proprio bravi i loro antenati a decidere di restare il Giorno della Grande Scelta.

La Civiltà dei Ponti aveva unito tutte le terre emerse sacrificando, con il consenso delle popolazioni locali a cui si promettevano ricchezze e benessere eterno, intere isole e coste.

Ultimo da costruire il Ponte che avrebbe unito l’Europa all’Africa.

Agli abitanti dell’isola era stato chiesto di rinunciare alla loro terra in cambio di Impresa e Felicità.

Il Presidente e i suoi Onorevoli al motto “Siciliani ricchi nel mondo e orgogliosi di esserlo” avevano convinto tutti.

Quasi tutti.

Nella loro Città c’erano stati un centinaio di resistenti che il giorno della Grande Scelta avevano detto no decidendo di restare.

Ed erano rimasti.

I primi anni erano stati durissimi ma erano andati avanti coltivando l’utopia di una Città del Sole dove sanare le incongruenze e le ingiustizie della società reale nella quale avevano vissuto.

Si erano trasferiti nell’antico centro storico della Città mettendo tutto in comune: beni, esperienze, capacità, ingegno, fantasia.

Ognuno aveva lavorato mettendo a disposizione degli altri il frutto del suo lavoro.

Erano riusciti a produrre energia dal sole, medicine dalle erbe,

acqua potabile ripristinando gli antichi ipogei.

Avevano seminato ed arato i campi, allevato il bestiame, tessuto la lana e il cotone.

E avevano coltivato le arti e le lettere. E la musica.

E i saperi degli uni si erano confusi con i saperi degli altri.

E via via venivano tramandati alle nuove generazioni.

Avevano affidato il governo della Città ai più saggi.

e i più saggi, chissà perché, erano in maggioranza donne.

Erano stati proprio bravi i loro antenati, erano riusciti a proiettarsi nel futuro senza dimenticare il passato, le radici.

Avevano conservato le loro tradizioni, le loro feste e si erano aperti alle tradizioni e alle feste degli stranieri che erano rimasti con loro.

Avevano scoperto che in fondo pregavano lo stesso Dio.

Lo stesso Dio buono e paterno.

Della Civiltà dei Ponti non avevano saputo più nulla.

L’ultimo transfuga era giunto più di cinquant’anni prima raccontando la storia di una strana epidemia che stava rendendo tutti ciechi, infelici e crudeli.

Loro, invece erano proprio felici.

Certo non mancavano il dolore, il dubbio, la morte ma fanno anch’essi parte della sostanza di ogni uomo e di ogni donna.

Natalina ritornò al viaggio che l’aspettava.

Sarebbero arrivati alla Scogliera dei turchi sul far della sera.

L’avrebbero sistemata nella nicchia più alta della rupe a strapiombo sul mare.

L’avrebbero coperta, nutrita e accarezzata.

Le avrebbero raccontato la storia della sua vita danzando e cantando per lei.

Era il loro rito della morte che apparteneva a tutti come ogni nuova vita.

Natalina sapeva che avrebbe chiuso gli occhi guardando il cielo, il mare, il volo di un gabbiano solitario.

Forse sarebbe stato tra un paio di notti.

Davanti ad una luna bianca, immensa e placida.

Avrebbero bruciato il suo corpo e sarebbe diventata mare, cielo, sabbia,

eterna oltre il tempo e lo spazio.

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